CASSAINTEGRATI DA MORIRE

Scritti di Raffaello Renzacci, Antonio Moscato, Sergio Bologna, ALP_CUB

Mirafiori1980Non è solo la crisi di questi anni a stabilire una correlazione fra cassa integrazione e suicidio.  Fu all’inizio degli anni ’80, dopo la sconfitta della lotta dei 37 giorni di Mirafiori, che queste tre parole cominciarono ad andare di pari passo. Ripropongo di seguito alcuni scritti in ricordo delle vittime di Agnelli,  Romiti, e di tutti i loro servi che sfilarono nella marcia dei 40.000.

“ In quegli anni la realtà sociale torinese e piemontese fu sconvolta dal fenomeno della cassa integrazione a zero ore di massa, il numero dei cassintegrati in provincia di Torino arrivò nel 1983 a 55.000. Sono molte le ricerche che nel corso degli anni ’80 cercarono di cogliere i problemi ed i drammi di migliaia di persone pagate per essere forzatamente inattive ma indagarono anche sulle nuove opportunità e  i nuovi percorsi professionali e di vita che scaturirono dalla cassa integrazione. In generale si può affermare che la condizione della cassa integrazione è stata vissuta in modo molto diverso da persona a persona, in base alle risorse, alle aspettative ed ai convincimenti di ogni lavoratrice e lavoratore in cassa integrazione ma è innegabile nella sua dimensione sociale complessiva sia prevalsa la connotazione negativa e punitiva che la Fiat ha voluto dare alla cassa integrazione.  Per buona parte degli anni ’80 presentarsi come “uno dei 23.000” non era un buon biglietto da visita nelle relazioni sociali, si rischiava nel migliore dei casi di essere trattati con sospetto. Il sociologo Giuseppe Bonazzi tende a banalizzare le ricerche che hanno messo in risalto la condizione di disagio vissuta da migliaia di cassintegrati e avanza il sospetto che alcuni ricercatori, ad esempio quelli che pubblicarono “L’ombra del lavoro[1], scelsero di proposito solo i “derelitti” per avvalorare le proprie scelte etiche ed ideologiche della cassa integrazione come “sciagura”[2]. Bonazzi, tutto preso dal suo sforzo teso a dimostrare come la messa in cassa integrazione di decine di migliaia di persone sia stata, in fondo, una benedizione, sorvola come se nulla fosse sulla numerosa pubblicistica che documenta i casi di suicidio di cassintegrati ed il diffondersi di patologie psichiche. Agostino Pirella, nel 1984 responsabile dei servizi psichiatrici della Regione Piemonte rilevava in un convegno: “La nostra esperienza di questi anni comincia anche a cambiare. Ha una patologia diversa. Questa figura del cassintegrato, che è una persona che progressivamente rimane emarginata e contro la quale poi si scatena questa sorta incredibile di persecuzione per cui c’è oggi la tendenza a valorizzare chi è produttivo, chi produce ricchezza, e a colpevolizzare, ad accusare duramente chi è in una condizione di assistito[3]. Pirella nello stesso intervento denunciò che in quei primi anni ’80 i casi seguiti dai servizi psichiatrici erano aumentati del 200% 76_80voto_sulla_pista-resizede che il 60-70% del totale erano soggetti non occupati. L’avvocato torinese Francesco Caterina tra l’ottobre 1980 e l’aprile 1984 aveva censito e documentato 149 casi di suicidio tra cassintegrati della Fiat e delle aziende dell’indotto. Loris Campetti dalle pagine de Il Manifesto denunciò le responsabilità della Fiat: “Quando il lavoro è identità, perderlo equivale a togliere senso alla vita.[..] Chi ringraziare se non la Fiat? Ma siccome non è possibile dimostrare un nesso di causa effetto tra una condizione operaia “speciale” come quella della cassa integrazione – un salario, sia pur ridotto, pagato mensilmente per restare inoperosi fuori della fabbrica – e un suicidio, la Fiat probabilmente non rischierà nulla. Almeno sul piano giudiziario, su quello morale, invece, il discorso è diverso“.[4] La rivista Psichiatria/Informazione, animata da Delia Frigessi Castelnuovo ed altri psichiatri democratici, dedicò un numero monografico alla relazione tra disagio psichico e cassa integrazione, che raccoglieva sull’argomento, interviste, studi e ricerche. Roberto Cardaci autore di una delle ricerche scriveva: “.. il cassintegrato non è un occupato (percepisce il salario, ma non produce, non è in fabbrica), non è disoccupato, continua a dipendere dalla Fiat. Questa dipendenza è confermata dalle continue convocazioni […] si tratta di offerte di denaro per incentivare le dimissioni del cassintegrato. […] Il ritornello è sempre lo stesso: si offrono milioni (inizialmente circa sette ora a distanza di 4 anni, 12 o 15) ma anche molto meno purché il lavoratore vada via dalla fabbrica. Cambia la forma del dialogo: ogni cassintegrato, conosciuto perfettamente dall’azienda nel suo comportamento, riceve un trattamento diverso nel colloquio. Gli addetti alle pubbliche relazioni usano il registro della dolcezza o della durezza a seconda del temperamento dei cassintegrati. Ci sono stati alcuni casi di svenimenti da parte di cassintegrati ipersensibili o sofferenti di cuore, che non hanno potuto reggere ai toni provocatori usati[5]. La Fiat applicando un punto contenuto negli accordi sindacali, convocava periodicamente i cassintegrati, una volta agnelli_gilardi_80al mese, ogni quindici giorni, una volta alla settimana a seconda dei casi e offriva soldi per l’autolicenziamento. Nei primi anni le cifre erano di pochi milioni ma salirono progressivamente con il passare degli anni, fino a superare i 100 milioni nei casi di alcuni militanti sindacali. Marco Revelli ha calcolato che in sette anni si licenziarono dalla Fiat più o meno 40.000 lavoratori e, con una media di incentivazione intorno ai 15 milioni a testa, si può stimare  che la Fiat utilizzò allo scopo circa 600 miliardi di lire. Una cifra ragguardevole ma comunque poca cosa se confrontata con i miliardi di finanziamenti e di sgravi ricevuti in quegli anni dallo stato. La Fiat convocava i cassintegrati da uno stabilimento all’altro, minacciava e qualche volta attuava, rientri al lavoro negli stabilimenti più lontani dall’abitazione del lavoratore. Nei colloqui, spesso venivano costruite provocazioni e, quando il cassintegrato perdeva il controllo e reagiva, veniva posto davanti all’alternativa di autolicenziarsi o venire licenziato per giusta causa. Quasi tutte le dimissioni incentivate erano postdatate, vale a dire che nella contrattazione l’azienda offriva al lavoratore un pacchetto di cassa integrazione  più o meno corposo, facendo poi risultare il licenziamento solo dopo alcuni mesi. Per sette anni i cassintegrati ed il loro Coordinamento denunciarono in tutte le sedi i mezzi poco “ortodossi” che la Fiat usava per spingere all’autolicenziamento, ma in molti fecero finta di non vedere e anche nel sindacato si lasciò funzionare quello che risultò alla fine lo strumento più efficace per risolvere il problema dei cassintegrati Fiat. La cassa integrazione della Fiat, sia sul piano sindacale che su quello della condizione di vita, era  il prototipo dell’incertezza e l’incertezza in molti casi diventò una condizione insopportabile. Ecco il caso concreto di un cassintegrato seguito dalla Maristella  Fantini della Usl 1 di Torino: “La Cig è per lui più ansiogena della disoccupazione, di qui il desiderio di licenziarsi. Disoccupazione come liberazione. Da che cosa? Dal lavaggio del cervello cui viene sottoposto ogni 15 giorni dall’azienda: ‘licenziatevi, tanto voi per la Fiat non contate niente’, (periodica conferma del rifiuto, rinforzo periodico della convinzione: ‘sono uno che non conta’). Inoltre liberazione dalla umiliazione di essere come mendicanti in attesa.[6]. Non è strano, o quantomeno poco professionale, che coloro che  si sono impegnati in questi ultimi tempi a ricostruire la storia della Fiat, ad esempio Bonazzi, Gianotti e Castronovo, non facciano alcun accenno alle drammatiche conseguenze sociali delle scelte dell’azienda? Ma forse hanno la convinzione che sia sconveniente evocare  suicidi e sofferenze nelle celebrazioni del centenario della Fiat”.

Tratto da: Raffaello Renzacci, Antonio Moscato, Cento … e uno anni di Fiat, 2000 (un libro che NON diventò un supplemento di Liberazione, ma che si scarica qui)


[1] Filippo Barbano (a cura di), L’ombra del lavoro, Franco Angeli !987 Milano

[2] In Cesare Annibaldi e Giuseppe Berta (a cura di), Grande impresa e sviluppo italiano, Il Mulino, 1999, p 121

[3] In Lavoro e non lavoro a cura della Fim-Cisl, atti del convegno del 25 ottobre 1984, p.35

[4] Il Manifesto, 19 aprile 1984

[5] Psichiatria/informazione, N° 3 1984, p. 59

[6] Ivi, p. 47

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69_75assemblea_in_pista-resized“Negli anni che vanno dal 1980 al 1983 più di trecento operai espulsi dalle fabbriche col meccanismo della cassa integrazione si suicidarono. E lo stillicidio di queste morti disperate continua tuttora. Io non conosco fenomeno analogo nella storia europea di questo secolo, forse per mia ignoranza o forse perché la morte operaia, comunque avvenga, non fa storia …. Il suicidio in genere viene considerato una malattia professionale dell’intellettuale decadente ; la «rude razza pagana» dell’operaio massa viene considerata immune da queste sollecitazioni di morte. La mia proposta storiografica è quella di assumere quei suicidi di cassaintegrati come indizio, come traccia, per capire che cosa abbia significato la fine degli anni ’70 — e quale fine ! — per la soggettività operaia, per i percorsi non scritti del suo immaginario. Quei suicidi sembrano indicare che per qualcuno, appartenente proprio a quel gruppo sociale, la fine degli anni ’70 ha rappresentato un evento epocale così drammatico, una frattura così violenta nel sistema dei rapporti sociali, che la vita non meritava più di essere vissuta. Quando parliamo di «fine di un’epoca» e di fine di una cultura non esprimiamo dunque un’enfasi di periodizzazione, parliamo di qualcosa di molto concreto, parliamo di un sistema di valori e di identità, che per qualcuno sono state tanto importanti quanto la vita. Dunque questo sistema di valori — e i meccanismi che hanno contribuito a determinarlo negli anni ’70 — sono il primo dei territori storici da esplorare. Ma quei suicidi dicono anche qualcosa di più concreto e specifico, e cioè che la grande ondata di espulsioni dalle fabbriche del 1980-83 è stata condotta non solo con criteri di epurazione politica ma con criteri di «igiene razziale». I primi della lista sono stati i malati, gli invalidi e molti dei suicidi sono stati determinati non tanto da condizioni economiche disperate quanto dalla perdita di un senso di appartenenza a un tessuto socio-culturale e di una cultura della solidarietà. Quelle morti segnano non solo la fine della centralità operaia, ma anche la fine dello stato sociale (malgrado la cassa integrazione guadagni! ). E contengono la percezione lucida di un nuovo razzismo, quello che si scatena contro «i perdenti» con la brutalità sottile dell’esclusione. Se l’idea («la traccia») che ci suggeriscono quelle morti è quella di un’epoca che ha rappresentato per la classe operaia qualcosa di diverso e di importante, il primo lavoro da fare è quello di capire perché gli anni ’70 sono stati così importanti. E’ un percorso da esplorare all’interno della soggettività operaia, per ricostruire il cammino compiuto da decine di migliaia di persone, che conquistarono la capacità di liberarsi dal senso della disciplina, dalla paura, dalla subalternità. Cose in apparenza semplici, innocue, in realtà estremamente complesse ed eversive”.

Sergio Bologna

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“Secondo le statistiche dell’epoca, ci furono circa 300 suicidi tra i cassaintegrati. La Fiat aveva messo in piedi uffici gestiti da gente senza scrupoli, istituiti appositamente per mortificare i lavoratori che venivano convocati con i telegrammi nelle ore più impensabili, persino di notte. Questi uffici erano situati in un’ex fabbrica di Orbassano in via Frejus, dove avveniva anche il pagamento della CIGS. L’interno sembrava un carcere con tanto di secondini e sbarre dappertutto. Sempre per rimanere in tema, la Fiat mise in piedi 5 “boite” denominate UPA fatte apposta per i cassaintegrati di un certo tipo: invalidi, delegati e operai sindacalizzati. Queste “belle fabbrichette” erano in posti fuori dai centri urbani di: Robassomero, Bruino, Orbassano, Airasca e dulcis in fundo un Capannone in via Biscaretti, all’interno di Mirafiori, dove la FIAT aveva collocato il maggior numero di operai con grossissimi handicap. Lo stillicidio continuò e molti altri operai si licenziarono”.

Tratto da: ALP_CUB, FIAT & TNT- una storia da non dimenticare

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Bibliogra/fiat:

Marco Revelli, Lavorare in Fiat, Garzanti, 1989, p. 164

Loris Campetti, Senza lavoro, senza vita. Il suicidio tra i cassintegrati Fiat, in “Il manifesto”, 18/04/84

Loris Campetti, “Un esercito di spostati a Torino”. La tomba della cassintegrazione, in “Il manifesto”, 19/04/84

Loris Campetti, “La follia è una difesa, il suicidio una scelta”. Parlano gli psichiatri, in “Il manifesto”, 20/05/84

Loris Campetti, I dannati della Fiat e dintorni. Cesare Annibaldi: cassa integrazione non è felicità, in “Il manifesto”, 22/05/84

Carla Casalini, “Eliminati e silenziosi. Due storie di suicidi in una Torino distratta, e L’infelice speranza dell’essere operaio. Le storie di chi ha lavorato alla Fiat e non è riuscito a trovare un futuro rispettivamente su “Il manifesto” del 20 e del 26 maggio 1984.

Fascicolo monografico di “Psichiatria/ informazione” n. 3, 1984, contenente una ricerca sul disagio psichico dei lavoratori in Cassa integrazione curata dall’Associazione per la lotta contro le malattie mentali.

Delia Frigessi Castelnuovo e Marisa Valletti, “Anche la testa in Cassa integrazione. Solitudine e angoscia in chi non è più un lavoratore”, in “Il manifesto”, 31.10.1984.

L’ombra del lavoro. Profili di operai in Cassa integrazione, a cura di Filippo Barbano, Angeli, Milano, 1987.

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