I RACCONTI DI NIEDERURNEN

e_niederurnen

Non è il titolo di una saga fantasy, ma la memoria e la realtà di migliaia di operai passati per la fabbrica svizzera di eternit che dal 1903 esporta con successo malattia e morte in tutto il mondo.

Mario Ricchiuto di Tiggiano (LE), classe 1952,  a Niederurnen ha lavorato dal 1972 al 1984. «Eravamo impegnati a impastare la materia in polvere, tagliarla e forarla», «non ci hanno mai dato una mascherina oppure il latte giornaliero previsto da contratto. Anzi, quando i dirigenti venivano a conoscenza di un`ispezione delle autorità sanitarie ci facevano spegnere la metà dei macchinari e ripulire la polvere». Mario  è uno degli ex operai che convive con le placche pleuriche e che si è sentito rispondere dalla Suva con un agghiacciante «riprovi quando sarà peggiorato». (1)

Luigi Riso di Corsano (LE), classe 1929 è stato uno degli storici operai che hanno lavorato nella Eternit di Niederurnen. Entrò in fabbrica nel 1957 dove rimase ininterrottamente fino al 1991. Luigi ha respirato sempre e solo amianto,  alternandosi nei tre turni giornalieri. «Ho lavorato 34 anni in quell’azienda senza mai vedere uno straccio di mascherina, poi sono arrivate le ridicole cassette  “controlla-polvere“».  «Le visite mediche nella Eternit? Un miraggio, come lo  erano tutte le misure di prevenzione. Il contratto di lavoro era regolare, ma quello che c’era scritto non era mai rispettato sino in fondo dal punto di vista sanitario. Negli anni ’50 gli operai venivano sottoposti a visite mediche a campione solo ogni cinque o sei anni. Solo nell’ultimo periodo, alla fine degli Anni ’80, il lasso di tempo si è ridotto a tre o quattro anni. Su un controllo però erano costanti», ironizza Riso, «quello dell’udito, anche se i macchinari non erano eccessivamente rumorosi. Ci facevano un controllo otorino quasi annuale. Negli ultimi due anni in cui ho lavorato  hanno piazzato su alcuni miei colleghi una specie di cassetta dietro le spalle, per conoscere la quantità di polvere che si accumulava durante il giorno». «Certo che morivano …ogni tanto tra i colleghi del turno si diffondeva la notizia che qualcuno stava male o che era morto. Ma tutti credevamo fosse il ciclo naturale della vita. All’epoca pensare che la materia che si stava lavorando era la causa delle morti per tumore era inimmaginabile».  «Vivo quotidianamente con l’incubo che possa insorgere la malattia», confida Riso, «ho visto troppi familiari che hanno lavorato con me distrutti dal mesotelioma pleurico. Mi resta il ricordo di un forte spirito di gruppo tra colleghi» (2).

Cosima Branca di Corsano (LE), classe 1934, moglie di Luigi, non ha mai lavorato nella Eternit ma ha vissuto in Svizzera con il marito e in una casa piena di operai, vedendo morire uno dopo l’altro tre fratelli colpiti dal male dell’amianto. «In quella casa rincasavano ogni giorno dieci operai, tra fratelli e cognati», ricorda l’anziana, «io mi occupavo di lavare i loro vestiti e non dimentico che bisognava  spazzolare con forza, prima a secco e poi in acqua calda, le incrostazioni di cemento. Dal 1974 un dirigente decise che le tute andavano lavate all’interno della fabbrica e a pensarci oggi forse cominciavano a sorgere i primi dubbi anche tra i vertici. Non ho lavorato in azienda», aggiunge, «ma ho respirato le stesse polveri per anni e così anche i miei figli». (2)

Rossana Riso di Corsano (LE), classe 1962, figlia di Luigi e Cosima. «Giocavo tra i vestiti e la polvere e ho sempre vissuto con il dubbio che a provocarmi quella malattia (una dermatite acuta) fosse stato l’amianto. Abbiamo tutti paura, troppe persone sono morte e molte altre moriranno forse senza avere giustizia» (2)

Giuseppa Florio di Corsano (LE), classe 1937, ex operaia alla Eternit di Niederurnen e vedova dell’operaio Marino Riso, entrato in azienda nel 1956 e morto d’infarto a 61 anni, con una pleurite cronica conclamata.  «Ho lavorato in quella fabbrica dal 1958 al 1962, ero addetta allo stampaggio delle forme. Dal mio reparto uscivano vasi e tubi di piccole dimensioni e grazie alla collaborazione dei colleghi maschi a noi veniva affidato il lavoro sui pesi minori. … La nostra più grande paura nella fabbrica erano le visite degli ispettori addetti al controllo del materiale se i manufatti erano difettosi venivano segnati e la punizione era la trasformazione del contratto da cottimo a giornata. In questo modo non venivano tenuti in considerazione gli  sforzi di produzione e l’azienda pagava di meno». (3)

Assunta Orlando, vedova di Ignazio Gesuino Chiarello, operaio per 20 anni all’Eternit di Niederurnen, morto di cancro a 55 anni.  “ Mio marito lavorava alla macchina macina sale: dalle polveri faceva pasta d’amianto e nel frattempo firmava la sua condanna a morte. Quando tornava a casa non sapevi più se era uomo o se era polvere”. (4)

Lavoratore di Alessano (LE) ammalato di asbestosi. “Ho lavorato dal 1964 al 1983 come manovale presso la Eternit di Niederurnen in Svizzera. L’amianto arrivava in fabbrica con i treni merci e ogni vagone conteneva centinaia di sacchi che quando si scaricavano producevano  molta polvere. Per poterlo lavorare si prendevano 10-15 sacchi di diverse qualità che venivano svuotati in una grande macchina, in questa operazione veniva fuori così tanta polvere che non ci si vedeva l’un l’altro. Ho fatto questo lavoro per molti anni respirando la polvere di amianto, vivendo all’interno della fabbrica in baracche prefabbricate in cemento amianto”. (5)

Marco Toscano  di Tarsia (CS), figlio di Damiano Toscano  che fu operaio alla Eternit di Niederurnen per 12 anni, morto a 61 anni di mesotelioma pleurico. «Mio padre è sempre stato una persona giovanile, è invecchiato all`improvviso. Negli ultimi tempi non poteva più muoversi, doveva spostarsi su una sedia a rotelle…. Dall`Inail non è mai arrivato nulla. Solo un`indennità di accompagnamento che però avrebbe iniziato a percepire dopo un anno. Ma dopo un anno ormai non serviva più». «All`epoca ancora il caso non era esploso, ma sicuramente c`era già gente che si era ammalata, solo che i media non erano quelli di oggi. Però qualcuno sapeva, altrimenti perché raccomandavano di portare gli indumenti da lavoro a casa chiusi in dei sacchi? Mio padre portava i vestiti della fabbrica chiusi in un sacco  e noi, forse, ci siamo salvati grazie a questo. Noi ora siamo abbastanza tranquilli, ma certo quando hai un po` di tosse il pensiero ti viene». (6)

Cettina Toscano di Tarsia (CS), vedova di Damiano.  «Io esami non ne faccio.  E che li faccio a fare? Pure se ho qualcosa non voglio saperlo. Tanto a che mi serve saperlo prima? Speranze che ti salvi non ce ne sono. Mio marito in un anno e mezzo ha solo sofferto. Ogni sei mesi doveva fare esami ai polmoni. Ha fatto radioterapia, chemioterapia, si è operato ma poi è morto lo stesso. Io preferisco non saperlo, tanto cure non ne faccio. È una sofferenza e basta». (6)

Rita Feldmann. «Quando eravamo ragazzi, mio fratello, mia sorella e io stessa lavoravamo alla Eternit di Niederurnen durante le vacanze scolastiche. Era tipico di quell’epoca. In fabbrica ci dicevano che non dovevamo togliere la polvere dai vestiti con l’aria compressa, perché se avevamo una ferita una bolla d’aria poteva entrare direttamente nell’organismo. Non ci dicevano che la ragione del pericolo era l’amianto. Al principio si pensava che l’amianto fosse un prodotto miracoloso. Se, sapendo che è pericoloso, uno decide di lavorare  lì, è libero di assumersi il rischio. Però è ingiusto che ci nascosero la verità. Mi chiedo come possa vivere la famiglia  Schmidheiny sapendo quante persone sono morte per colpa dell’amianto. Alcune fra loro avevano lavorato lì. Mio padre morì nel 1989, aveva lavorato alla Eternit di Niederurnen per 14 anni. Anche mia madre morì di mesotelioma nel 2002, lavorava come donna delle pulizie nelle fabbriche. Ora (nel 2006) a mio fratello hanno scoperto delle placche pleurali dovute all’amianto (ha 49 anni, è malato da 4). Tutto questo non mi lascia tranquilla. E la famiglia  Schmidheiny semplicemente vende l’impresa, incassa  i proventi, e se ne esce senza assumersi le sue responsabilità. Se avessero un minimo di coscienza non rinnegherebbero il loro passato». (7)

Marcel Jann di Niederurnen ha vissuto dagli 8 ai 18 anni vicino alla fabbrica. Un giorno del 2004 questo maestro appassionato per la montagna e la bicicletta ebbe tali difficoltà a respirare che credette di stare affogando. Dopo una chemioterapia complicata, nella primavera del 2005 gli tolsero il polmone destro, pleura inclusa, così come il pericardio e una costola, in un’operazione che durò sette ore. Spedì molte lettere a Stephan Schmidheiny chiedendogli di scusarsi e richiedendo il risarcimento, ma con la vendita dell’impresa tutto era stato trasferito. Schmidheiny non si considerava più responsabile! Jann continuò a lottare fino all’ultimo mese di vita, morì nell’ottobre 2006 a 53 anni. Disse che non poteva accettare questa malattia mortale senza reagire, mentre lo portavano a Glarus davanti al giudice istruttore, sdraiato sulla barella con la sua bombola di ossigeno. (8)

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

(1) Ritornati nel Salento col tumore da amianto, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8/03/11  

(2) Trentaquattro anni in fabbrica senza mai vedere una mascherina, La Gazzetta del Mezzogiorno, marzo 2011.

(3) La rabbia di una vedova: sapevano e tacevano, La Gazzetta del Mezzogiorno, marzo 2011.

(4)  Donato Nuzzo, Fulvio Rifuggio, Inchiesta malati di amianto nel Capo di Leuca, guarda il promo del documentario.

(5) Luciano Carleo, Gli emigranti della Eternit di Niederurnen

(6) Ucciso da dodici anni alla Eternit, Calabria Ora 30/11/11

(7)     Portrait de Rita Feldmann : « Le doute me taraude », in Maria Roselli,  Amiante et eternit . Fortunes et forfaitures, Editions d’en bas, Lausanne 2008.

(8) Portrait de Marcel Jann : « Le combat pour la justice», in Maria Roselli,  Amiante et eternit . Fortunes et forfaitures, Editions d’en bas, Lausanne 2008.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...