UNA CHIMICA CONTRO NATURA

Recensione di Gugliemo Ragozzino da Il Manifesto del 27 marzo 2013

il caso italianoUn imponente volume pubblicato dalla casa editrice Jaca Book, a cura di Pier Paolo Poggio e Marino Ruzzenenti, indaga il difficile rapporto fra industria e ambiente, raccontando storie di inquinamento e profitto, come quella del venefico piombo teatraetile

«I fabbisogni idrici di un complesso chimico, come quello dell’Acna di Cengio, sono ingenti e tendono ad eguagliare quelli di una città come Venezia». Una recensione a Il Caso italiano – Industria, chimica e ambiente può anche cominciare dalla frase che precede.
L’autore di uno dei saggi portanti del volume L’Acna e la Valle Bormida, Pier Paolo Poggio, la riprende da un testo di N. Flanel uscito sul Bimestrale: «Il lato oscuro della chimica e quello luminoso». Non per caso, visto che anche questo ossimoro chimico può servire a illustrare il senso del grosso volume pubblicato da Jaca Book (38 euro, pp. 522, con il cd rom Un anno di chimica: elementi e racconti) e curato dallo stesso Poggio e da Marino Ruzzenenti, coautori di un’introduzione che ha il merito di fare il punto sulla politica attuale dell’ambiente, considerato dagli economisti e dai politici più accreditati un aspetto trascurabile, se confrontato al Pil e allo spread. Il compito del volume è naturalmente quello, opposto, di leggere il futuro del globo e dell’umanità con un’attenzione meno distratta.
Chimica è certamente la tecnica che ricava dalla natura molti tesori, per offrire all’umanità che cresce nel numero e nei bisogni, cure, cibo, abitazioni, energia, mezzi di sopravvivenza, di comunicazione e trasporto, ma anche armi e catene. L’industria è il suo modo d’agire. Il volume si apre con un racconto importante sui legami tra chimica, intesa in senso lato, e capitalismo. È un capitolo della storia poco noto ai non cultori di quella particolare attività industriale, trascurato da chi non opera in quella precisa zona del mondo. Il capitalismo s’innesta, sotto i nostri occhi, su questa o quella grande proprietà agraria, ne «nasce un paesaggio industriale» dove c’è acqua e quindi forza motrice e possibilità di smaltire le scorie.

Metamorfosi drammatiche

L’uso dell’acqua per produrre merci è trattato da Stefania Barca («Il capitalismo nelle vallate: acque e industrie nell’Italia dell’Ottocento») che ha il merito di ricostruire per noi il caso di Isola Liri nel Basso Lazio. Nei famosi castelli, caratteristici dei secoli precedenti, nelle ville padronali, nasce la prorompente industria; prima i velluti fabbricati per essere esportati in Francia, ai tempi della Rivoluzione; poi, quasi senza soluzione di continuità, il capitale s’impiegherà nella produzione di carta. L’acqua sarà la stessa, identici gli operai, solo il profitto crescerà, più adatto ai tempi.

Acqua, Chimica, Acna, Cengio, Venezia, i simboli richiamati all’inizio di questo scritto, sono a ben vedere tra le maschere principali di un grande spettacolo e sono tutti in scena da duecento anni almeno. Un dramma sociale e industriale che ha formato il nostro paese nel bene e nel male, lo spazio in cui viviamo e le persone che lo abitano con noi. Chimica «contro» Natura, come dire la tecnica che trasforma il globo.

Il caso dell’Acna è esemplare per spiegare il prepotere del capitalismo nel suo secolo d’oro nei confronti del mondo agricolo che tenta di sopravvivere; lo abbiamo avuto davanti agli occhi molte volte e raramente è stato raccontato così bene. Acna nasce con il nome di Sipe, fabbrica che fa capo alla Nobel di Svezia e ovviamente produce esplosivi. È collocata non lontano dal mare ma in un luogo inarrivabile per il «nemico». Il XIX secolo sta finendo e la nazione italica sente il bisogno di armarsi; le guerre verranno. La chimica è indispensabile. Serve il catrame che arriva da fuori; serve poi l’acqua del fiume Bormida, tutta la portata. Le popolazioni impareranno a farne a meno.

La guerra mondiale è finita e c’è la riconversione. Caso poco frequente, dalla dinamite, in tutte le sue forme più scientifiche, la fabbrica si riconverte ad attività pacifiche: i pigmenti: sempre a partire dal catrame. Dopo le distruzioni della guerra c’è molto da costruire, da pitturare. Prima va tutto in mano all’Italgas allora diretta dal finanziere Rinaldo Panzarasa cui non bastano i rapporti forti con il regime per evitare che la crisi bancaria lo butti per aria. Sicché, sempre su indicazione del regime fascista, assume il comando l’impresa chimica italiana Montecatini che ha l’incarico di assorbire e ridimensionare tutta l’attività chimico-bellica ristrutturata. Così essa fa un accordo con i tedeschi della Ig Farbenfabriken. Nasce il consorzio Montecatini Ig Farben, una società bicefala che fa capo a entrambe; una comanda perché ha il controllo mondiale dei brevetti, l’altra ha i rapporti con il governo, il mercato nazionale e le banche. I prezzi sono alti, bassi i salari. Si va avanti così finché Ig Farben non è smembrata dai vincitori, alla fine della seconda guerra mondiale. Acna ha fatto però in tempo, prima della classe nel gruppo Montecatini, ad applicare con rigore le leggi razziali; per carità di patria si vorrebbe pensare che fossero ordini tedeschi; ma non ci sono documenti in questo senso; era tutto italico zelo.

Chimica contro tutti, nel millennio che finisce. I salari italiani crescono molto più di quanto i padroni tedeschi accettino. Inoltre s’infittiscono le regole sanitarie e ambientali in difesa dei lavoratori di fabbrica e delle popolazioni della Valle, al confine tra Liguria e Piemonte. Si chiede l’acqua, pulita, e ci si ribella contro i tumori. La fabbrica si è difesa finora, mettendo piemontesi contro liguri e minacciando di lasciare il comprensorio – e anche l’Italia – se gli operai non chinano la testa e si rassegnano. Si tira avanti qualche anno, ma la deriva è inevitabile e i pigmenti in larga misura si spostano di continente, là dove non ci sono sindacati e i governi chiudono entrambi gli occhi. Che fare allora? Dovendo in prospettiva cessare la fabbrica e ripulire tutto, il fiume e la terra, occorre una grande idea, utilizzare quello che c’è, il disastro – diremmo adesso -ambientale per fare impresa. Ecco dunque l’idea vincente, il Re.sol la raccolta di tutti i residui pericolosi delle imprese chimiche simili e delle raffinerie europee per bruciarli in un inceneritore costruito a tal fine e posto nello stabilimento di Cengio, ormai in disarmo. Re.sol significa residui solfati; l’idea piace agli industriali, un po’ allo stesso sindacato e ai rivieraschi liguri, sembra geniale agli economisti, mentre si oppongono strenuamente gli agricoltori piemontesi e gli ambientalisti che finalmente cominciano ad alzare la voce. Anche il ministero dell’ambiente – il ministro è Giorgio Ruffolo – mostra di essere conquistato dal Re-sol che per fortuna costa molto e dati i tempi, si soprassiede. Sarà il successivo ministro, Edo Ronchi a cancellare per sempre l’inceneritore. I lavori di pulitura del sito, oggi, quindici anni dopo, sono ancora in corso.

Ce n’è per tutti i gusti, in tema di chimica contro natura, nel volume. C’è un piccante capitolo di Wilko Graf von Hardenberg sui turbamenti del Pci «Ambiente o lavoro? Il Pci di fronte agli effetti occupazionali della questione ecologica»; un altro (Edgar H. Meyer) fa le pulci al recente ambientalismo dei quotidiani, «Industria, ambiente e inquinamento attraverso la lente dei mass media» . Ruzzenenti ricostruisce «La storia controversa del piombo tetraetile», un additivo velenoso che per oltre mezzo secolo è stato aggiunto ai carburanti per evitare che i motori «battessero in testa». Per le automobili è andata d’incanto, meno per la salute di guidatori e passeggeri delle stesse auto, ancor meno per gli operai che producevano il piombo tetraetile.

L’ecologia è modernissima
Le ultime due sezioni del volume sono dedicate a Giorgio Nebbia e Laura Conti, il meglio dell’ambientalismo italiano. Scrivono con affetto e commozione di Laura, resistente da ragazza e poi deputata e magnifica studiosa, con toni sinceri e commossi, alcuni dei suoi allievi e compagni, come Giovanna Ricoveri o Enzo Tiezzi o Massimo Scalia. Di Giorgio Nebbia, l’ambientalista italiano vivente di cui siamo più orgogliosi sono presentati due testi e un cd rom con una serie di scritti dal titolo «Un anno di chimica: elementi e racconti» preparati per il 2° anno internazionale della chimica. Uno dei testi è la storia stessa di Nebbia raccontata da lui in un’intervista raccolta da Poggio; Giorgio ci spiega cosa fa, cosa impara, cosa insegna un professore di merceologia, nel corso di brevissimi cinquant’anni; nell’altro è riportato il suo intervento in un’opera sconosciuta a molti, nell’ambito di un dibattito svoltosi nelle sale del Senato della Repubblica, sotto la presidenza di Amintore Fanfani, nel 1970.
Ne esce un quadro di un’ecologia nazionale molto avanzata, anche rispetto ai livelli americani o mondiali. Studiosi italiani – uno almeno – risultano capaci di leggere, di interloquire, di capire la scienza mondiale di quegli anni. In sostanza la lettura di quel testo di Nebbia rende consapevoli di aver perso di vista un aspetto delle istituzioni nazionali e dei suoi protagonisti – Fanfani! L’anno dello statuto dei lavoratori! – senza tentare mai possibili alleanze; e quel che è peggio di aver perduto molto tempo e lasciato molto, troppo spazio ai finanzieri della chimica, ai divoratori della natura.

Il libro: Pier Paolo Poggio, Marino Ruzzenenti (a cura di), Il caso italiano. Industria, chimica e ambiente, Fondazione Luigi Micheletti, Jaca Book, Brescia Milano 2012, pp. 522.

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