MORIRE COME STEVE MCQUEEN

Di Alberto Prunetti

papillonA Steve McQueen è bastato qualche mese e non era un uomo normale. Era uno de I magnifici sette, era L’ultimo buscadero. Era bello come un dio. Eppure a metterlo ko sono bastati tre mesi accanto all’amianto, a contatto con le coibentazioni dei mercantili, quando era un giovane dannato e sbandato. Oppure sarà successo quando non aveva una lira in tasca. Forse quando stava pensando di scegliere se fare l’attore o il piastrellista. O forse è stato quando ha indossato quella tuta bianco sporco, per evitare ustioni in caso d’incendio, mentre sfrecciava su un bolide nel circuito delle 24 ore di Le Mans. Un sospiro, un respiro profondo e una microfibra sfonda la barriera di filtri che abbiamo nel naso, scivola nell’esofago e si apre la strada verso i polmoni. Poi passano vent’anni, diventi l’attore più pagato del mondo, eppure mentre giri una scena in un film western, ovviamente senza controfigura, ti rendi conto che non sei più il bastardo di sempre: ti manca il fiato, il respiro non ha profondità. Allora ti guardi allo specchio e devi ammettere che Steve McQueen ha la pelle di un vecchio e solo gli occhi sono un’esplosione di metallo azzurro. Il resto è cuoio, pelle coriacea, unghie annerite per lo scarso ricambio di ossigeno. E i polmoni che si fanno neri. E quando si spengono i riflettori, il vecchio Steve torna a essere quel bambino abbandonato, malnutrito, nato nel 1930, vissuto in un pezzo dell’America di “Furore” di Steinbeck, un frammento di una foto di Dorothea Lange.

Allora ti ricordi che sei solo un povero sfigato con gli occhi troppo belli, che da piccolo dormivi per terra e che nella vita non hai mai smesso di scappare. Come Papillon, come ne “La grande fuga”, come in “Getaway”. Come Steve McQueen.

Se poi non sei neanche Steve McQueen e magari vivi nella Toscana della crisi, allora è davvero un disastro. Perché le fibre d’amianto le hai respirate per trentacinque anni e la vita che hai fatto è stata un passaggio da un mutuo alla cassa integrazione. Hai rincorso la pace ma la vecchiaia ti ha fatto l’anticipo e il cancro è intervenuto a gamba tesa e sei rimasto a mani vuote sulla soglia della bara. Senza nemmeno un “ciak, motore”, senza neanche andartene in moto a torso nudo fino alle spiagge della Florida con una bionda che ti abbraccia da dietro. Magari sei uno della Cooperativa Vapordotti, quelli che nell’Alta Maremma, nella zona boracifera di Larderello e Pomarance, rivestivano di amianto il sistema linfatico di tubi che trasferiva il vapore estratto dalle viscere della terra. Facevano un “cappottino” alle condotte con l’amianto, il cemento e il fil di ferro. Erano venti e ne sono morti sedici. Uno a uno, li operano ai polmoni, li imbottiscono di cortisone, perdono la vista e poi se ne vanno via e se ancora li ricordiamo è solo perché uno di loro, Franco Berti, che con la pasta d’amianto stuccava i tubi rovinati, continua a chiedere giustizia, con voce sempre più placida, ora che le loro vite sono state cantate in una splendida ballata, semplice, ingenua e toccante, che ti fa ribollire le viscere, dal cantautore Marco Chiavistrelli.

Altro che Vasco, altro che vite spericolate, quelli il metallo lo fasciavano d’amianto friabile, lo spruzzavano, lo respiravano. E nel tempo libero mica andavano sulla Harley-Davidson. Facevano l’orto, qualcuno andava a caccia, parlavano di Baggio e Batistuta al circolo Arci. Eppure sono morti, come Steve McQueen.

Io i film di Steve me li guardavo con mio padre. Tutti, ce li siamo visti, i western e quelli di azione. Mamma diceva quant’era bello, io e babbo, quant’era bastardo.

“Nevada Smith”, “Quelli della San Pablo”, tutti ce li siamo visti. A casa, in tv e in qualche cinema estivo sotto le stelle che cadevano nelle notti d’agosto sopra i paesi minerari delle Colline Metallifere, da dove veniva un pezzo della nostra famiglia, da quei colli pieni di vapori geotermici, dove le forze del sottosuolo andavano imbrigliate con un minerale potente e malefico, fibroso: l’amianto. Che ne sapeva, mio padre, che sarebbe finito anche lui come Steve McQueen? Io la storia di mio padre l’ho raccontata in un libro e dicevo che la ferita si era ricucita nella scrittura. Ogni tanto mi grattavo la cicatrice, quando incontravo un ferroviere con la leucemia in una presentazione o quando un vecchio operaio piombinese, che ha lavorato trentacinque anni negli altiforni delle acciaierie ed è diventato cieco, mi ha messo in mano un cd e mi ha detto che il libro era in una nastroteca della Biblioteca Nazionale di Firenze, nel Centro nazionale del libro parlato, perché un’attrice l’aveva letto e così avevano inciso la sua voce e adesso anche gli operai ciechi per il cortisone potevano ascoltare quella storia, che è la loro storia. Ero contento quel giorno, neanche troppo tempo fa, quasi ieri, perché mi sembrava di aver fatto una cosa utile e di aver chiuso i conti con le mie ferite. Ma è durata poco. Perché dopo un po’ mi ha chiamato mia madre da Follonica e io avevo un sesto senso che mi diceva di non rispondere. Però ho risposto e lei mi ha detto che si è ammalato anche un operaio che ha lavorato con mio padre spalla contro spalla, respirando la stessa aria in mille cantieri per quindici anni, uno con cui ho guardato le partite della Nazionale nel Mondiale del 1982, uno che con mio padre ha costruito il sistema di tubi per le serre di fiori più grandi d’Europa, sul Monte Amiata, uno che ci divideva mentre ci prendevano a cazzotti tra bambini figli d’operai, ma non subito perché prima qualche colpo dovevamo scambiarcelo, che la prepotenza è un buon segno, quando sei il figlio d’un operaio e ti aspetta un futuro di debolezza e di diritti incancreniti, come c’insegnava Steve McQueen.

Dove sono i saldatori, dove i manutentori, dove i carpentieri in ferro e i tubisti? Dove sono gli operai della Cooperativa Vapordotti? Erano venti, ne sono morti sedici.

Dormono sulla collina? Sarebbe comodo immaginarseli così: rigidi, zitti e muti, in uno Spoon River operaio. E invece no. Sono scappati, sono in fuga dal mostro che li ha fatti ammalare. Getaway, in fuga. La grande fuga. Come Papillon, come “L’ultimo buscadero”. Ma torneranno. Li stiamo aspettando e un giorno si rifaranno vivi almeno in uno schermo di un cinema estivo di provincia, sotto le stelle cadenti, per regolare i conti alla maniera di una pellicola americana di Peckinpah, come ne “Il mucchio selvaggio”. Cammineranno lungo le strade delle nostre città, col cappello texano abbassato sulla fronte, l’uno accanto all’altro, mio padre e quelli della Vapordotti e tutti gli altri metal cowboy. Anche Steve. Torneranno con gli occhi di ghiaccio e le tube blu e le tute verdi che ancora portano il loro odore, un sentore di ferro tagliato che respiro ancora in quella tuta che mia madre si ostina a stirare facendole la piega in fondo, nello stesso punto di una volta, come ha fatto per trent’anni, anche se io sono qualche centimetro più lungo di mio padre. Tracanneranno un gotto al circolino e sistemeranno le cose a modo loro e non basteranno i soldi a ripagarli delle loro vite, perché non accetteranno rimborsi, neanche “Un dollaro d’onore”. Lo sanno bene loro che i soldi non sono tutto, loro che – esposti a ogni pericolo, tra lavori esageratamente nocivi, usuranti, letali, pericolosi- hanno lavorato una vita. Una vita a rischio, piena di guai. Una vita spericolata.  Una vita come Steve McQueen.

Tratto da Repubblica, 26/04/13.

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