LI UCCISE LA POLVERE, LI TRADI’ IL PROFITTO

Lapide Monfalcone“Nel 1991, dopo essere stato operato e quindi già con la diagnosi di mesotelioma, sono ritornato a lavorare e il mio capo mi ha detto di fare un po’ di pulizia nei magazzini. Io ero ancora fasciato per l’operazione e ho dovuto riempire casse di rotoli di amianto per le valvole. Io, nelle mie condizioni, avrei potuto anche rifiutarmi, ma se non ci andavo io ci sarebbe dovuto andare qualcun altro. Del resto questo capo e anche suo figlio sono morti di mesotelioma pure loro”.

“In manutenzione ho adoperato l’amianto per “trinellare” le valvole e per isolare termicamente i portelloni delle caldaie. Le condizioni di lavoro erano terribili. Nessuno sapeva niente e si lavorava senza protezioni. I padroni non ci davano neanche il tempo di lavarci le mani per far merenda. Solo fumo, fumo  e polveri di amianto, sacchi di cemento e lavorare in locali non arieggiati, senz’aria in sala macchine. Lo divoravi tutto, non si vedeva neanche  attraverso la luce per i nuvoloni di amianto”

“Le ditte di isolamento usavano le betoniere per fare l’impasto. I sacchi di fibre di amianto venivano mescolati al cemento per fare le malte che venivano spruzzate ad aria compressa  sulle paratie delle sale macchine e sui tubi. Questo impasto veniva fatto sul piazzale e la polvere volava dappertutto. Interessava prima di tutto loro, poveri diavoli, ma in realtà inquinava tutti”.

“ L’amianto veniva utilizzato in diversi modi e forme: c’erano dei cuscini d’amianto che servivano a noi operai per poterci inginocchiare sopra questo acciaio caldo e poter lavorare tranquillamente nonostante le alte temperature, poi si usavano altri cuscini e teli per rallentare il processo di raffreddamento (specialmente negli acciai a grosso spessore) ed evitare così il pericolo di criccature dovute allo sbalzo termico. Man mano che si assemblavano gli anelli e il sommergibile prendeva forma, tutto l’acciaio nudo doveva essere rivestito da malte d’amianto che venivano spruzzate dalla ditta Davinson … loro spruzzavano il fondo e noi dall’altra parte si continuava a lavorare”.

“Noi si faceva dei materassi di amianto per avvolgere i tubi. Noi donne dovevamo cucire questi materassi in tela d’amianto. Venivano cuciti con dei lunghi aghi che prima venivano passati nella cera per farli scorrere. Alla fine però il nostro capo ci ha fornito delle cucitrici e non dovevamo più cucire a mano.  C’era un uomo addetto a riempire i materassi che in un primo tempo venivano imbottiti con le fibre d’amianto e poi con la lana di vetro. Prima eravamo quattro donne a fare questo lavoro, poi sono rimasta solo io. Quelle che hanno lavorato prima di me sono quasi tutte morte. Loro non sapevano che potevano fare male e battevano i materassi sollevando polveroni.”

“… si servivano i piatti, poi si pulivano i pavimenti, le sedie ed i tavoli: venivano a mangiare circa tremila operai, si figuri il lavoro… quando entravano molti operai erano pieni di polvere, tutta appiccicata al “terliz”, la tuta da lavoro, perché mica venivano puliti dentro, venivano così com’erano in quell’ora di riposo che avevano. Io non so se fosse polvere d’amianto, ma il dottore mi ha detto che questa, probabilmente, è stata la causa della mia malattia”.

E’ attesa per il 25 o 26 giugno presso il Tribunale di Gorizia la sentenza del primo maxi processo per la morte di 87 operai ed operaie dello stabilimento della Fincantieri di Monfalcone. Gli imputati sono una trentina di dirigenti del colosso della cantieristica navale e di ditte esterne. L’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone invita singoli cittadini, operai, associazioni rappresentative delle categorie interessate, rappresentanti degli enti pubblici, a partecipare alla lettura della sentenza. Leggi il comunicato

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Alessandro Morena, Polvere. Riflessioni per una ricostruzione storica dell’utilizzo dell’amianto ai cantieri di Monfalcone, in “Il Territorio” n. 13, novembre 2000, pp. 26/56.

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