I PESI E LE MISURE (parte terza)

aragosta[Questo articolo è stato pubblicato anche su Carmilla on line e sul Blog di Daniele Barbieri & altr*.]

Concludiamo oggi il nostro viaggio fra le nocività industriali di questo strano paese. Un paese bislacco, dove gli operai vengono uccisi dai gamberoni, la legna dei camini inquina più delle centrali a carbone e i Tarantini muoiono perché fumano più dell’Ilva. Uno strano paese, dove la devastazione ambientale si compie per legge, e dove combatterla diventa “eversione dell’ordine democratico”. Per ripercorrere la prima e seconda parte di questo viaggio, clikkate qui e qui.

Anic/Enichem di Manfredonia

Da poco più di un anno l’ex operaio insaccatore Nicola Lovecchio non sussiste. Lo stabilisce la Cassazione con sentenza definitiva.  Non sussiste la sua morte per adenocarcinoma polmonare, nè quelle dei suoi colleghi dell’ANIC/Enichem di Manfredonia. In realtà non sussiste più neanche l’Enichem di Manfredonia, che è stata chiusa negli anni novanta.  L’arsenico sussiste, ma solo all’interno delle aragoste, alimento di cui gli operai Enichem andavano ghiotti e che costituiva, grazie ai loro lauti salari, la loro dieta base. Ergo, se avvelenamento c’è stato, è colpa dell’abuso di crostacei, non certo dell’esplosione del 26 settembre 1976, quando saltò in aria una colonna di decarbonatazione riversando 32 tonnellate di sali di arsenico sullo stabilimento e sulla città.  Quel giorno gli operai dell’Anic andarono al lavoro come sempre, e anche nei giorni seguenti perché “non era successo nulla di preoccupante”. Intorno ingiallivano le foglie, morivano animali.  Nelle urine i livelli di arsenico variavano dai 500 a 3000 µg/L. Ogni tanto, quando le analisi “spallavano” troppo, l’azienda rimandava le maestranze a casa per un po’.   Anni dopo la difesa dei dieci ex dirigenti ANIC chiamati in giudizio per disastro ambientale, omicidio colposo di 17 operai e lesioni gravissime per altri 5, spiegò così i risultati di quelle analisi: “Siamo in una città di mare, e l’alto tasso di arsenicure è riconducibile ad un elevato consumo di crostacei (che bioaccumulano l’arsenico – ndr), in particolare di gamberi. Elevato, costante ed in quantità esorbitante. Circa un chilo al giorno”.  I giudici di primo e secondo grado sposarono questa tesi, fino alla Cassazione che nel marzo 2012 confermò l’assoluzione per tutti gli imputati sentenziando che “il fatto non sussiste”.

Solvay di Ferrara

Il 2012 è stato l’anno della “non sussistenza” anche per Cyryll Van Lierde, August Arthur Gosselin, Michael Gerard Davis, William Arthur Banes, Pierre Vigneron e Claude Yves Marcel Loutrel, componenti e presidente del CdA della Solvay dal 1969 al 1974, assolti dal Tribunale di Ferrara. Dirigevano la multinazionale belga, ma a quanto pare le scelte in materia di igiene ambientale e sicurezza sul lavoro venivano prese a loro insaputa. E poi, in ogni caso erano scelte giuste, tutte rivolte “ad ovviare agli inconvenienti che volta per volta venivano evidenziatia prevenire situazioni di pericolo, in definitiva a rendere più sicuro l’ambiente di lavoro”. La sentenza non dice se fra gli “inconvenienti” ci fossero anche i 78 operai esposti al cloruro di vinile monomero, morti per tumori al fegato e all’apparato respiratorio. Degli operai al processo arrivarono solo due superstiti del reparto autoclavi. Superstiti perché solo le loro posizioni, su 67 ricorrenti, non furono stralciate per decorrenza termini. Superstiti perché erano gli unici ancora vivi.

Rompere il silenzio, creare coscienza, denudare il re

Che considerazioni trarre una volta giunti alla fine di questa triste panoramica sulla morte operaia in Italia e sulla relativa impunità ?

Sicuramente dubbi sulla “via giudiziaria alla giustizia”. I padroni hanno dalla loro la legge e le corti, possono permettersi i migliori avvocati e le perizie compiacenti di luminari e baroni universitari. Hanno dalla loro il tempo: il tempo di latenza fra l’esposizione alle nocività e l’insorgere della malattia, i tempi di istruzione e svolgimento dei processi. In pratica possono avvelenare la gente negli anni ’70/’80 e veder concludere il giudizio a riguardo nel secondo decennio del secolo successivo. C’è tutto il tempo di porre la grana al riparo dalle eventuali pretese delle parti civili, di cambiare aria, oppure, per gli imputati più anziani, di concludere serenamente la propria agiata esistenza al suo termine naturale.

Nel corso del processo fanno in tempo a morire anche gli operai ammalati o le loro vedove, oppure fanno in tempo a cedere al ricatto economico (perché la malattia professionale ti rovina anche da quel punto di vista), ad accettare quattro soldi per ritirarsi.

I lavoratori o i loro cari che resistono fino alla fine dell’iter giudiziario – dopo aver dovuto subire dalle controparti lo scherno e la menzogna – troppe volte impattano contro la prescrizione, o i fatti che non sussistono, o comunque pene ridicole, inutili come deterrenti. Questa è stata fino ad ora la regola, tranne poche recenti eccezioni che riguardano proprietà e dirigenze straniere (Thyssenkrupp, Eternit). Ad oggi, il capitalismo italiano non si processa.

Sono stati dunque inutili gli sforzi di questi anni per portare i padroni in giudizio ? Se l’obiettivo è la giustizia, in buona parte si. Sono serviti ad altro: a rompere il silenzio, ad intrecciare relazioni solidali, a creare coscienza, a denudare il re.

Gli atti dei processi, nel loro insieme, costituiscono un immenso libro di storia di classe, grazie a centinaia di testimonianze di lavoratori da ogni luogo della penisola, da Marghera a Praia a Mare,  che affrontano non solo la questione delle nocività, ma anche dei rapporti di potere in fabbrica, delle collusioni istituzionali e sindacali. Descrivono la preminenza del profitto sulla vita, sulla salute e la dignità delle persone, le intimidazioni e l’arroganza dei capi, la supponenza dei medici di fabbrica, la noncuranza con cui si mandava (e si manda) la gente a morire. Scenari dove i discorsi sulla democrazia nei luoghi di lavoro fanno scappar da ridere.

Ricominciare a raccontare la fabbrica dopo anni di silenzio, è questo il primo risultato del lavoro di Gabriele Bortolozzo, di Nicola Lovecchio, e di tutti quelli che da operai si sono fatti storici della propria gente, epidemiologi dal basso, promotori di inchiesta. Nostro compito è raccogliere e diffondere questo patrimonio di conoscenza, fare in modo che non venga richiuso negli archivi dei tribunali al termine di processi dagli esiti deludenti, che esca fuori dalle aule per sedimentare coscienza e nuove resistenze.

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