MEMORIE: MORIRE DI MINIERA

di  Sabatino Annecchiarico

marcinelle[Questo articolo, pubblicato anni fa dall’agenzia on line «Migra News», viene riproposto dal blog di Daniele Barbieri  & altr* per l’anniversario dell’eccidio di minatori a Marcinelle.]

Anna Maria Pelone è figlia di un minatore italiano in Belgio, nata a Jumet, nell’autunno del ’54. Anni duri, quelli alla fine della seconda guerra mondiale, per i migranti e per gli altri italiani. L’avventura bellica del fascismo che aveva trascinato un intero popolo alla fame e alla povertà generò un’altra ondata di emigrazione forzata. Milioni d’italiani emigrarono in quegli anni. Chi in America, sia quella del nord o quella del sud, chi in Australia o in Germania come in Belgio, alla ricerca di altri orizzonti.
Il Belgio tristemente richiama – con le sue miniere di carbone, la memoria di tanti emigranti di ieri, così come accade oggi ad altri che arrivano in Italia – la consapevolezza di cosa vuol dire il sacrificio di vita di essere un emigrante. Proprio quest’otto agosto, la memoria ci porta a quello stesso giorno del 1956, quando 262 minatori di più nazioni d’Europa lasciarono le loro speranze e i sogni sepolti a oltre 800 metri di profondità nella miniera della S.A. Charbonnages du Cazier di Marcinelle. Delle 262 vittime, gli italiani erano 136. Un numero che ingrossa le file degli 867 che, come loro, persero la vita da emigranti nelle viscere delle miniere del Belgio negli anni ’50, per onorare l’accordo che lo Stato italiano siglò il 23 giugno del 1946 con lo Stato del Belgio: bracciante-minatore-uomo per carbone. Un carbone garantito soprattutto alle industrie dell’acciaio italiane.

LEI ERA IN BELGIO QUANDO È SUCCESSA LA SCIAGURA DI MARCINELLE ?

«Ero molto piccola e abitavamo non lontano dalla miniera della sciagura. Mio padre, che lavorava in un’altra miniera della zona, fu richiamato assieme agli altri con urgenza in superficie quando avvenne la tragedia per soccorrere gli infortunati, cosa che poi non gli fu permesso di fare. Non davano molte notizie di cosa veramente fosse accaduto, ma loro capirono subito che si trattava di qualcosa di molto grave, diverso da altre volte quando lasciavano noi familiari col fiato sospeso. Un fiato sospeso che faceva parte delle famiglie dei minatori.

Ricordo una volta che mio padre non uscì alla fine del suo turno e mia madre assieme ad altre donne con i loro figli aspettarono la fine del secondo turno di lavoro per rivedere i loro cari. Racconta mia madre dell’attesa all’uscita della miniera sostenendomi in braccio, avevo pochi mesi, aspettarono per ore e ore l’uscita di qualche minatore dai cunicoli. Ad un tratto cominciarono ad uscire degli uomini la cui identità era cancellata dall‘annerimento della terra, fumo e carbone. Tutti uguali. Tutto uguale il fiato sospeso di chi era lì fuori ad attendere da ore. Ad un tratto, racconta sempre mia madre, un uomo che si separò dalla fila degli uomini che uscivano silenziosamente, mi fece un segno di carezza nella guancia. Era mio padre. D’identità cancellata come gli altri, e con gli altri, aveva in comune il tinto nero in tutto il corpo e la stanchezza della fatica. Avevano lavorato un doppio turno senza uscire per ore e ore, e senza che nessuno ci avvisasse né a noi né alle altre famiglie. Le informazioni alle famiglie non sempre avevano la cura o attenzione che si meritavano. Così come accade nelle prime ore della sciagura di Marcinelle. E questo fiato sospeso, era di tutti i giorni».

BASTA RICORDARE CHE LE PRIME DUE VITTIME SONO STATE ESTRATTE DOPO 11 GIORNI, PER CAPIRE CON QUALE ANIMO SI VIVEVA DA FAMILIARE DI MINATORE. MA OLTRE AL FIATO SOSPESO, DEL TUTTO COMPRENSIBILE IN QUELLE CONDIZIONI, COME ERA LA VOSTRA VITA QUOTIDIANA?

«Si viveva in case tipo baracche, assieme ad altre famiglie. Ognuna occupava una stanza. Ricordo, dai racconti di mia madre, che la nostra era condivisa con un’altra famiglia di italiani senza che ci fosse un’intimità all’interno. Per entrare nella nostra stanza dormitorio, dovevamo attraversare la loro camera e viceversa loro per andare in cucina, che era in comune a tutte le famiglie della baracca, dovevano attraversare la nostra stanza.
Poi, l’acqua si doveva andare a prenderla fuori con una bacinella. Ovviamente i servizi erano fuori staccati dalle baracche. Chi aveva figli piccoli, poteva mandarli a scuola dove andavano tutti i figli dei minatori stranieri. Le donne si occupavano del resto, come casalinghe sempre in attesa del ritorno del marito».
La famiglia di Giovanni Pelone e Antonia Di Amato, genitori della primogenita Anna, assieme ad altri due figli, ha fatto parte dell’accordo fra Stati che prevedeva 50.000 minatori al ritmo di 2.000 a settimana, che convogli di treno trasportarono prevalentemente da Milano, tutti i lunedì, dopo lunghe attese e lunghe pratiche amministrative e visite mediche, per arrivare in Belgio nel pomeriggio del giorno dopo, in un viaggio con carrozze chiuse e senza fermate, per non “perdere” qualche emigrante italiano durante l’attraversata della Svizzera.

COME È STATA PER LA SUA MAMMA QUESTA ESPERIENZA?

«Per lei è stato un periodo felice, forze il migliore. Da tener conto che nella sua infanzia, in Abruzzo, non c’erano tante scuole e in Belgio c’era questo asilo per noi che la rendeva felice. Sempre in Abruzzo lei lavorava da piccola in campagna , mangiava e dormiva il più delle volte proprio dove lavorava. In Belgio aveva casa, famiglia e il marito che lavorava, anche se da minatore. Poi in Italia durante la sua adolescenza c’è stata la guerra, che l’ha vissuta in pieno. In queste condizioni per lei era una gioia l’esperienza del Belgio. Purtroppo però mio padre morì anni dopo in Italia per la silicosi contratta nelle miniere del Belgio».

ERAVATE IN BELGIO QUANDO AVETE SCOPERTO CHE LUI ERA AMMALATO?

«Per caso mio padre scoprì di essere ammalato in una visita medica di routine già in Italia. Lui è morto nel 1967, sei mesi dopo la scoperta della silicosi. I suoi polmoni non erano sani come quando partirono per le miniere del Belgio. Prima della loro partenza per il Belgio facevano le visite mediche e quelli che non erano a posto con la salute non potevano partire».

E PER CHI SI AMMALAVA ANCORA LAVORANDO IN MINIERA?

«C’è stato il caso di un ragazzo del nostro paese, in Abruzzo, che rifiutava di scendere in miniera perché si sentiva male. Siccome il trattato non lo consentiva, fu subito accompagnato in frontiera con la forza e rispedito in Italia. Così era la legge in quei tempi in Belgio per i lavoratori stranieri. Questo avveniva spesso con chi non era in condizioni fisiche di lavoro o non era in grado di affrontare il mestiere del minatore. Era una legge concordata con lo Stato italiano. Una legge anche italiana per gli accordi fatti».

LO STATO DEL BELGIO HA RISARCITO IN QUALCHE MODO LA VOSTRA FAMIGLIA?

«No».

LO AVEVATE RICHIESTO?

«Mai abbiamo saputo che si potesse richiedere. Mai nessuno ci ha informato».

SONO RIMASTI ALTRI LEGAMI CON IL BELGIO?

«No».

E LO STATO ITALIANO?
«Mai ci ha detto qualcosa al riguardo. Mai una lettera o una comunicazione e l’INAIL lo sapeva che mio padre era morto e il perché della sua morte».

UFFICIALMENTE PER LO STATO ITALIANO, PERCHÉ E MORTO?

«Per malattia professionale».

LEI È NATA IN BELGIO, QUINDI È CITTADINA BELGA?
«No, sono cittadina italiana».

Le miniere del Belgio hanno lasciato nella recente storia oltre mille morti, più di 35.000 invalidi e quasi tutti affetti dalla silicosi fra i 140.000 emigrati-minatori. L’accordo del ’46, così detto “uomo per carbone”, fra lo Stato italiano e quello del Belgio, si concluse dopo la sciagura di Marcinelle.

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