A SEI ANNI DAL ROGO DELLA THYSSENKRUPP

di Fabio Sebastiani da Contro la crisi.

ThyssenkruppSei anni fa a Torino il rogo alla Thyssen che uccise sette lavoratori. Oggi il processo, che vide la condanna dei massimi dirigenti per “dolo eventuale”, rischia di tornare nuovamente in discussione. L’appuntamento è ad aprile del 2014. In questa intervista l’avvocato Sergio Bonetto spiega quali rischi effettivi si stanno correndo e quanto è importante continuare a vigilare.

Sei anni dal tragico rogo alla Thyssen, e un percorso giudiziario ancora da completare…
Nell’imminenza dell’anniversario del rogo della TK è giunta la notizia della fissazione dell’udienza avanti alla Corte di Cassazione. A sorpresa l’udienza è stata fissata a Sezioni Unite; il che significa che, evidentemente, la Cassazione ha valutato che vi possano essere questioni da risolvere circa sentenze che hanno dato soluzioni divergenti su singole questioni. Decidendo sui principi di diritto da applicare ritengono di affrontare problemi fino ad ora non risolti.

Potrebbe esserci qualche rovesciamento delle precedenti sentenze?
Il punto potrebbe essere quello di una riapertura della discussione sul dolo eventuale. Che poi è quello su cui era stato proposto il ricorso dalla Procura Generale. Che i giudici del Tribunale avevano invece riconosciuto. In generale, mi pare di capire, ci sia il rischio di una valutazione non coerente con quella di Tribunale e Corte d’Appello sull’intensità del dolo. E questo dal nostro punto di vista aprirebbe un problema.

Perché?
La sentenza di primo grado è stato un caso più unico che raro di accertamento della responsabilità su una vicenda di incidente mortale sul lavoro. La prova arrivò direttamente dai verbali del Consiglio di amministrazione in cui si decise di soprassedere alle misure di sicurezza nell’imminenza della chiusura del sito produttivo. Se si va in discussione su questo punto e viene stabilito un qualsiasi principio che non sia la conferma della sentenza mettiamo a rischio il futuro dei processi che si muovono nello stesso solco, è improbabile che, in altri casi, sia possibile ricostruire prove più precise e di significato così inequivoco di quelle che sono emerse nel processo TK.

Insomma, si torna alla categoria del “colposo”…
E’ chiaro che stoppare adesso quella sentenza varrebbe lasciare mano più libera. Dolo, nel caso degli infortuni sul lavoro, vuol dire che “tieni un comportamento che sai essere illegittimo in una situazione che sai benissimo essere pericolosa”. Il dolo è quello che evidenzia l’ammissione da parte dell’impresa dell’esistenza del pericolo. L’imprenditore che non informa il lavoratore e, che non fa il possibile per evitarlo, è responsabile di tutto quello che gli accade. Se invece ripiombiamo sul discorso della semplice colpa allora non se ne esce più. Prima della sentenza TK gli infortuni sul lavoro erano giudizialmente valutati con parametri simili a quelli degli incidenti stradali. Ecco il motivo, del resto, per cui in galera non ci è andato mai nessun imprenditore per questo tipo di reati.

Comunque, il procedimento penale aveva già imboccato una strada un po’ diversa…
Dalla Corte di appello era stata riconosciuta la colpa grave e questo ha portato alla riduzione di due anni nella pena. Su queste cose però si finisce per tornare indietro se non si va avanti. E dato che dalle condizioni generali di lavoro non c’è un sostanziale miglioramento, e visto che le fabbriche ancora bruciano e le gente continua a morire d’amianto o di altri cancerogeni è chiaro che un esito diverso dal primo pronunciamento ci riallontanerebbe di nuovo dall’obiettivo di contribuire a cambiare la mentalità delle imprese e la coscienza sociale su questi temi.

Quindi, serve che l’opinione pubblica torni ad interessarsi dell’argomento.
Chiamare tutti all’attenzione che un po’ su questi processi si è persa. Dobbiamo continuare a parlare di queste cose fino a sgolarci. La crisi, se possibile, sta peggiorando la situazione. E lo si vede dai numeri. Gli incidenti mortali non diminuiscono proporzionalmente alla diminuzione dell’attività lavorativa. Cosa altro vuoi aggiungere?

Siamo di fronte ad un arretramento culturale e politico.
Un piccolo esempio. Cinque rumeni si sono arrampicati su una gru una settimana fa, perchè non erano retribuiti da mesi. Lì sotto non c’era uno dei sindacati o dei lavoratori. In una situazione così passa l’idea che qualsiasi cosa finché capita agli altri non mi può interessare. La città sta rimuovendo gli operai. Gli operai sono guardati ma non visti perché sono il primo fronte che subisce la crisi. La dimensione dei lavoratori non ha né una rappresentanza politica né “epidermica”, cioè del sentire comune. Sono soggetti strani i lavoratori. Lo stato di semi abbandono della Fiat lo dice. Con operari che quando va bene entrano a lavoro cinque sei giorni al mese ormai da anni. Si sta affermando una non cultura, che di fatto, dà per scontato la residualità di chi lavora con le proprie mani.

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