UNA STRAGE MADE IN ITALY

di Girolamo De Michele da Carmilla on line.

MADE IN HELL 1Come a Torino, come alla ThyssenKrupp. Sette operai bruciati vivi nella più cruda esemplificazione della legge del profitto: distruzione creatrice, come si legge sui manuali di economia politica.
Distruzione delle vite fino all’incenerimento = creazione del profitto.
Una volta che sei un mucchietto di cenere, fa differenza se sei cenere italiana, cinese, tedesca, greca?
E quando sei un morituro che entra in una fabbrica che sai poter bruciare come uno zolfanello, e sai che non avrai via di scampo, e lo dici a tua moglie prima di andare o di accendere la luce, fa differenza se sei a Torino, Prato, Shenzhen, Marcinelle, Juárez? Se sei italiano, cinese, greco, tedesco, messicano?

Lunedì 2 dicembre: ci sono sette morti a Prato, i TG devono pur dire qualcosa. E allora i giornalisti vengono invitati al sequestro di un capannone abusivo a Prato (ne sequestrano oltre mille su quattromila, dirà l’assessore locale), identico a quello della strage. Macchine, tavoli, cucinini improvvisati, fili volanti, loculi in cartongesso, uscite di sicurezza sprangate. All’interno, abiti made in Italy.
Nel servizio montato dal TG3 delle 14:20 compare un’etichetta: è un brand made in Italy.
Il TG1 non mostra il logo, ma dà voce al comandante dei vigili di Prato, Flora Leoni, che spiega: «producono questi prodotti per una ditta di Bologna [di Argelato, per essere precisi: ma l’attuale sede del gruppo è a Rimini] che ha una qualità medio-alta, e hanno tutti l’etichetta made in Italy» [ qui, al minuto 00:11:20].
Ma nel TG3 delle 19:00 l’etichetta non c’è più: il servizio è stato rimontato, ha un titolo – “La strage di Prato, il PM: qui è un far west” –, ed è questo che resta sul sito del TG3. Il servizio “sbagliato” è visibile su Rai Replay, ma solo per una settimana.
O su Youtube (l’etichetta è al minuto 01:44):

L’azienda bolognese i cui abiti sono stati trovati nella manifattura tessile fuori norma di Prato ha un sito accattivante come la sua “Brand Philosophy”. Si definisce “la più significativa realtà dell’universo Pronto Moda. Un fenomeno interamente italiano, frutto di intelligenza, impegno e cultura internazionale nel fashion business. Un brand dedicato a chi vuol condividere la passione delle cose belle, fatte con cura, realizzate con amore.”
Un fenomeno interamente italiano. A parte quelle sette bare del capannone accanto.

Quando ancora non esistevano i colossi internazionali, in Italia e all’estero questo Brand – così si legge – “faceva già tendenza con il pronto moda italiano. Il pronto moda è una rivoluzionaria intuizione di marketing: ridurre drasticamente i tempi della produzione e della distribuzione dei capi, per assicurare un’offerta di pura moda, ininterrotta e con continui riassortimenti. Un sistema produttivo e distributivo caratterizzato da tempi strettissimi, che aggiorna in tempo reale le sue proposte di abbigliamento, differenziandole in relazione alla domanda. Uno strumento flessibile e puntuale per rispondere ai flussi e alle oscillazioni del mercato.”
In altri termini, il just-in-time. Che è possibile solo con la velocizzazione dei flussi produttivi fino all’inverosimile. Sempre più tempo di lavoro, sempre più alta velocità di esecuzione, sempre meno euro in busta paga, sempre minori costi fissi.
Funziona così, il sistema della moda made in Italy: chi arriva primo a consegnare al più basso costo vede i suoi capi entrare nelle boutique “ufficiali”, chi arriva secondo va negli Outlet (dove verranno spacciati per rimanenze d’occasione), chi arriva terzo riceve un’etichetta simile ma non identica e va a occupare il mercato della griffe cosiddette contraffatte, che circolando svolgono anche la funzione pubblicitaria di occupazione degli spazi del desiderio.
Il committente è lo stesso: il noto marchio, il logo di fama, il brand affermato. Ogni volta che si sequestra una manifattura illegale si apre un’inchiesta, ma non si arriva mai a stabilire il nesso di causa-effetto tra gli abiti o le scarpe o le borse trovate e il proprietario, o la coppia di proprietari, o la famiglia di proprietari del logo: garantismo trendy.

Ritorniamo al vanto del made in Italy: “Esperienza, intuito e un lavoro di squadra davvero efficace garantiscono la bontà delle scelte, riducono al minimo i tempi di progettazione e di produzione dei capi e assicurano un ottimo rapporto qualità-prezzo. La velocità di consegna permette riassortimenti rapidi”.
Ripensate a quel capannone, a quei loculi, a quelle cucine fatiscenti, prima di proseguire la lettura.

“Sviluppare nuovi prodotti Made in Italy. Ovvero, ideati e confezionati in Italia, col gusto, la sensibilità e la competenza di casa nostra. Una risposta italiana alla crisi internazionale, la dimostrazione che con le idee giuste e una buona organizzazione del lavoro si può essere sempre competitivi”.
La risposta italiana alla crisi: imprenditori italiani che spazzano via dal mercato la concorrenza creando un sistema di sfruttamento schiavistico. O andando a crearlo in Asia: il gruppo di cui questo brand fa parte ha sedi in Asia, e al momento offre anche un posto di lavoro come responsabile di produzione, per chi vuole trasferirsi laggiù.
E chissà che aprire aziende in Asia non serva a creare un canale lavorativo diretto: se viaggiano le merci, perché non anche quelle merci che sono i lavoratori passati dallo sfruttamento in patria allo sfruttamento made in Italy?

I lavoratori cinesi sono sottoposti in patria a un duro regime di sfruttamento: questo è noto, denunciato, oggetto di campagne di opinione (e, al di fuori del controllo del sindacato di regime, anche di dure lotte: in Cina ci sono ogni anno decine di migliaia di vertenze sindacali “illegali”). Meno clamore si fa sull’identità degli sfruttatori.
Ci sono proletari cinesi sfruttati da quel 15% della popolazione che costituisce l’élite, la borghesia miliardaria al potere.
Ci sono proletari cinesi sfruttati da un ceto imprenditoriale intermedio che lavora per conto delle società occidentali.
Ci sono proletari cinesi sfruttati direttamente dalle società occidentali che impiantano le loro fabbriche di proprietà di imprenditori che in patria assumono un’allure moderna, moderatamente progressista – sembrano quasi buoni.
Quasi: come i maiali di Orwell che sembravano quasi umani.
«Ci sono imprenditori bravissimi che sono riusciti a portare l’Italia nel mondo e far crescere il desiderio di Italia», dice un tale che sostiene che di lavoro non bisogna parlare, ma crearlo. E non essere tanto schizzinosi se la tua vita prende fuoco sul luogo di lavoro, come cantava Jannacci: «Più di sessanta terùn / Son finiti all’aldilà / Han finì de tribulà / De tribulà per pudè campà / De campà per lavurà / Lavurà pe pudè ‘sfissià».

Una cinese di meno, ha scritto qualcuno su un muro nella mia città. Del resto dopo il rogo della ThyssenKrupp qualcuno avrà pur detto che gli stava bene, a quegli italiani che accettando di lavorare come si lavorava a Torino rubavano il lavoro a qualche metalmeccanico di Düssendorf.

Una blogger (citata su Lipperatura), ha commentato così un’inchiesta sui lavoratori Amazon: «Viviamo in mondo mostruoso dove quella che sembra una tua piccola legittima soddisfazione è costata sangue, sudore e lacrime a qualcun altro. L’addetto alle spedizioni di Amazon quando soppesa felice il suo I-Phone5 pensa all’operaio cinese che ha perso salute ed ore di vita per montarlo? E l’operaio cinese della Foxconn quando apre il suo pacchetto contenente i suoi sneaker Superga, pensa forse all’addetto di Amazon che ha passato ore correndo tra gli scaffali per prelevare, etichettare ed impacchettare? Siamo topolini ciechi che ci agitiamo nella gabbia del nostro carnefice, pensando solo che all’ora di cena si riempirà la ciotola»

Si tratta di capire una cosa, una sola: quando si parla di lavoro, di profitto, di vite incatenate alla filiera, la differenza non passa tra le nazionalità, il colore della pelle, la parlata.
La differenza passa tra chi sfrutta e chi è sfruttato.
Ci sono schiavi e padroni, non popoli-cicale e popoli-formiche: ci sono esseri umani che vengono sfruttati, e sfruttatori che si arricchiscono.
Si tratta di ricominciare dai fondamentali: di tornare a chiamare gli sfruttatori  “padroni”, e gli sfruttati “proletari”. Una vita degna di essere vissuta ha a che fare col rovesciamento dell’assunto che vuole lo sfruttamento legittimo, e la ribellione illegale: ricominciare dai fondamentali significa ricordarsi che ribellarsi è giusto, sfruttare no.

La donna ideale noi la preferiamo vera, dicono quelli della Brand Philosophy made in Prato.
La donna ideale, io la preferisco libera e degna. Ma soprattutto, viva.

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