UN GIORNO E 29 ANNI A BHOPAL

A 29 anni dalla strage di Bhopal, una delle peggiori catastrofi industriali della storia, il reportage di Tommaso Sbriccoli e le foto di Daniela Neri ci raccontano la marcia delle vittime del gas (da http://www.lavoroculturale.org/)

La marcia del 3 dicembre 2013, a 29 anni dalla strage di Bhopal. Foto di Daniela Neri

La marcia del 3 dicembre 2013, a 29 anni dalla strage di Bhopal. Foto di Daniela Neri

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, l’esplosione di un serbatoio contenente una sostanza utilizzata per la produzione di pesticidi, il MIC (isocianato di metile), nell’impianto di produzione di Bhopal della Union Carbide Corporation (UCC), causò una delle peggiori catastrofi industriali della storia. Il governo del Madhya Pradesh, stato indiano di cui Bhopal è capitale, ha stabilito in 3787 il numero ufficiale di morti collegate all’evento nei primi giorni.

Tuttavia, altre stime indipendenti parlano di una cifra che si aggira tra gli otto mila e i quindici mila morti. Le persone colpite ammontano invece a centinaia di migliaia. Il numero di decessi dovuti all’incidente negli anni successivi si aggira, secondo fonti indipendenti, attorno ai 30000. Circa 15000 per il governo del Madhya Pradesh, e solo 5295 per lo Stato Indiano. I risarcimenti, di poche centinaia di dollari, hanno raggiunto solo una parte delle persone effettivamente colpite dal MIC.

La fabbrica, circondata principalmente da quartieri e slum abitati da famiglie povere di operai e manovali immigrati dalle campagne, aveva dato da tempo avvisaglie di problemi strutturali e di sicurezza. Segnali che non sono stati ascoltati dalle autorità, la cui negligenza ha portato a una tragedia le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi.

A 29 anni di distanza, infatti, le persone continuano a morire, e chi è morto continua a rimanere senza giustizia. La seconda generazione di vittime, quelli nati da chi il gas lo ha respirato (“mangiato”, si dice qui), manifestano malattie e problemi fisici di ogni tipo, ed il tutto è aggravato dalla mancata bonifica del terreno dove l’incidente è avvenuto. Le sostanze tossiche fuoriuscite in “quella notte nera”, come la chiamano gli abitanti di Bhopal, si sono infatti infiltrate nella falda acquifera, continuando ad avvelenare nel tempo i residenti dei quartieri circostanti la fabbrica, centellinando morte da un serbatoio all’apparenza vuoto.

La mattina del 3 dicembre 2013, circa un mese fa, una folla di uomini e donne vittime del gas, attivisti, giornalisti e simpatizzanti si è data appuntamento davanti ad un cinema di Bhopal per ricordare, con una marcia per le strade della città, la tragedia di 29 anni fa e per chiedere giustizia e una vita dignitosa.

Ciò che segue è una cronaca della giornata, che cerca in parte di rendere conto, oltre che della marcia, anche delle rivendicazioni delle vittime e delle associazioni che le rappresentano, delle loro vite e di 29 anni di battaglie, vittorie e fallimenti. Lo fa viaggiando nel tempo, e spostandosi lateralmente verso le storie di alcune delle persone che marciavano assieme. Il tutto per mezzo di appunti personali, domande a vari partecipanti, storie di vita, e l’intervista a Satinath Sarangi, attivista e direttore della Sambhavna Trust Clinic, una delle organizzazioni più attive tra quelle che lavorano con e per le vittime dell’incidente della UCC.

Il fantoccio della Dow Chemical. Foto di Daniela Neri

Il fantoccio della Dow Chemical. Foto di Daniela Neri

3 Dicembre 2013. Ore 11.00. Davanti ad un cinema multisala di Bhopal. La partenza della marcia è prevista per le 11.30. Ancora quasi nessuno al concentramento. Solo una ventina di poliziotti.

Parlo con il loro responsabile, un “subinspector”, che mi offre un tè mentre mi racconta della sua carriera tra uccisioni di “banditi” e promozioni. C’è un furgoncino con casse e altoparlanti. Arrivano alcuni attivisti, che portano decine di piccoli cartelli con scritte in hindi e in inglese.

Incontro Rashida Bi, una delle due direttrici del Chingari Trust, un istituto che fornisce gratuitamente cure e terapie a bambini nati con deformazioni e malattie causate dall’incidente della UCC. Le dico che sul giornale di oggi c’erano molti articoli sull’anniversario della tragedia. Risponde che i giornalisti se ne occupano un giorno all’anno, poi se ne dimenticano. Se facessero il loro lavoro come si deve, forse il governo sarebbe costretto a rispondere alle loro richieste, inascoltate da 29 anni. Sulle elezioni appena avvenute, i cui risultati saranno resi pubblici l’8 dicembre, dice che non importa chi vince, i politici sono tutti ladri e finora i governi si sono alternati senza che nessuno facesse davvero qualcosa per loro.

Mentre parliamo arriva, issato su un carrello tirato da tre uomini, un pupazzo di carta pesta alto circa quattro metri, vestito da manager, con la coda e le corna da diavolo ed il corpo trafitto di chiodi. È destinato ad essere bruciato alla fine della manifestazione – come scritto nel programma della giornata distribuito nei giorni precedenti – proprio di fronte al muro di cinta di ciò che rimane della vecchia Union Carbide, acquisita nel 2001 dalla Multinazionale Dow Chemical Company (DOW). È verso quest’ultima, oltre che ai governi del Madhya Pradesh, dell’India e degli Stati Uniti, che sono ora dirette le rivendicazioni e le richieste di risarcimento delle associazioni delle vittime di Bhopal.

Satinath Sarangi: Quella di oggi è stata una manifestazione dei sopravvissuti al disastro di Bhopal e delle persone che ancora oggi stanno bevendo l’acqua di falda avvelenata senza sosta dagli scarti della UCC. La gente ha marciato nella città vecchia e alla fine ha bruciato il fantoccio della Dow Chemical, rappresentato in forma di diavolo delle multinazionali. Oltre a ciò, i sopravvissuti hanno presentato le loro richieste per il ventinovesimo anniversario, che riguardano il diritto ad avere giustizia e una vita dignitosa.

L’enorme figura è trafitta da chiodi come un cristo, ma su tutto il corpo come San Sebastiano ricoperto di frecce. Per la gente che ha marciato oggi esso rappresenta, a seconda di chi si interroga, ora Dow Bhai (fratello Dow), ora Warren Anderson.

Dow Bhai è un’espressione che si può riportare ad una sorta di inversione ironica del processo attraverso cui nell’India del nord una persona morta viene “divinizzata”. Mentre parenti defunti, infatti, possono ottenere un posto nel pantheon familiare, e vengono chiamati da quel momento in poi con termini specifici che indicano particolari categorie di spiriti (paliyajhojharpari maji), in questo caso un’entità estranea e malvagia viene avvicinata e situata al proprio livello per mezzo dell’assegnazione di un attributo di familiarità (fratello), per poi poter essere eliminata.

Warren Anderson era invece il CEO della Union Carbide ai tempi della tragedia. Accusato di omicidio dalle autorità indiane, è fuggito dall’India dopo aver pagato una cauzione e non è più tornato. Mai presentatosi al processo che lo vede coinvolto come principale accusato della strage di Bhopal, su di lui pende una richiesta di estradizione, rigettata dagli Stati Uniti per “mancanza di prove”. È una delle persone più odiate dalle vittime di Bhopal, che vedono nella sua libertà e impunità la massima espressione della mancanza di giustizia che dall’inizio a oggi ha caratterizzato la loro vicenda esistenziale e giudiziaria. Uno degli slogan ripetuti durante la marcia era, ad esempio: “Cacciate la DOW dall’India, portateci Anderson a Bhopal”.

Satinath Sarangi: Il caso di Bhopal è come un’economia politica dell’India in bianco e nero. Se si guarda ai documenti, appare immediatamente chiaro come sia il governo dello stato che quello della federazione si siano mischiati in una sorta di “sacra collusione” con le multinazionali. Questa è essenzialmente la storia dell’India contemporanea, in cui i governi danno priorità agli investimenti stranieri, sacrificando la vita della gente comune. E tutto questo è molto chiaro alle persone, poiché fin dall’inizio hanno visto che il primo atto del governo non è stato quello di aiutare i sopravvissuti, ma quello di raccogliere i corpi dalle strade per trasportarli e gettarli di nascosto nel fiume Narmada, così da abbassare il conto totale delle morti. Fin dal primo giorno, quindi, le persone sono state testimoni di come i governi siano più interessati a difendere gli interessi delle multinazionali a scapito di quelli della gente. È stato un grande insegnamento politico, un’educazione che vale per ogni luogo.

Foto di Daniela Neri

Foto di Daniela Neri

Mentre per Satinath Sarangi i chiodi sul corpo del fantoccio rappresentavano le varie sconfitte che in questi anni la gente di Bhopal è riuscita a infliggere alla UCC e alla DOW, per molti dei partecipanti, sia che chiamassero il fantoccio Warren Anderson o Dow Bhai, essi stavano a indicare l’inizio di una violenza che doveva compiersi definitivamente alla fine della marcia, quando l’enorme effige sarebbe stata prima bruciata e quindi malmenata con i bastoni, oltre a passare attraverso una delle massime umiliazioni in India: essere schiaffeggiato con una scarpa.

Il diavolo era quindi una persona specifica (Anderson), o una multinazionale personificata e resa individuo (fratello Dow), che doveva passare attraverso una serie di atti di violenza che rappresentavano sia una punizione umana (schiaffi con la scarpa, bastonate), ma anche una punizione che solitamente si infligge al grande rappresentante trascendentale del male in India: il Rakshasa (demone) Ravan, nemico di Rama e da lui sconfitto, il cui fantoccio viene bruciato ogni anno nel giorno di Dussehra in migliaia di villaggi e città indiane.

Satinath Sarangi: Le persone chiedono che i funzionari della UCC vengano puniti, e che la DOW ripulisca l’acqua ed il terreno. Chiedono inoltre un adeguato risarcimento e adeguate cure mediche, oltre che progetti di reinserimento economico. I sopravvissuti ritengono responsabili del continuo disastro i governi dell’India e del Madhya Pradesh, ed anche quello degli Stati Uniti. Sostengono infatti che fu il governo degli Stati Uniti a finanziare la costruzione della fabbrica che è esplosa il 3 dicembre 1984. Al governo dell’India imputano la colpa di aver sottratto alle vittime un giusto risarcimento con il Bhopal Act. Quest’ultimo, infatti, ha stabilito che solo il governo indiano potesse fare causa alla compagnia chimica, ma dopo la sua approvazione il governo ha rivisto al ribasso il numero dei morti e delle persone colpite dal gas. Ad oggi, le persone hanno ottenuto solo 500 dollari di compensazione per gli effetti del gas, e 2000 dollari per la morte dei propri familiari.
Inoltre, ancora non viene fornito alle persone un adeguato trattamento medico, anche perché la UCC si rifiuta di fornire informazioni mediche che potrebbero servire ad identificare una cura appropriata. Oggi, molti sono malati anche a causa del fatto che assumono troppi medicinali, e ci sono ancora 150000 persone con malattie croniche. La cosa più preoccupante, poi, è che persino la generazione successiva all’incidente, le persone nate dai sopravvissuti, ha una lunga serie di problemi di salute, e ancora non sappiamo quando gli effetti del disastro causato dalla UCC si fermeranno.
Ciò che la gente di Bhopal sostiene, è che la lotta per la giustizia a Bhopal è la lotta contro i crimini delle multinazionali in tutto il mondo. È una lotta per la giustizia ovunque ci siano vittime dei crimini delle multinazionali e persone colpite dall’inquinamento industriale, che rovina la nostra salute e la nostra vita e colpisce in prospettiva le generazioni future. La lotta a Bhopal è la lotta per un mondo libero dai crimini delle multinazionali.

Lo scheletro della Union Carbide. (Foto di Daniela Neri)

Lo scheletro della Union Carbide. (Foto di Daniela Neri)

Payal – Marzo 2013

Dopo esserci fermati una mezz’ora ad osservare assieme ad una folla di indiani il combattimento violento di due tori (a detta di uno dei presenti a causa di una vacca), ci avviamo nella stradina che dai cancelli della UCC va verso il tempio e poi il passaggio a livello di Chola Road.

A metà del percorso, una bambina che aveva iniziato a seguire Daniela da un po’, lanciandole degli urlettini, riesce infine ad attirare la sua attenzione. Daniela la riconosce come una delle bambine del Chingari, che aveva anche fotografato e di cui avevamo la foto stampata nello zaino. Gliela diamo e lei si illumina, ride, ci indica casa sua. Le chiedo se vive là, se c’è sua madre, e sempre a gesti ci invita a seguirla. Corre, veloce, e si infila in una porta. All’interno un corridoio scuro. La seguiamo.

La casa è di quelle di poveri. Il corridoio è senza luce e sporco. Arriviamo all’ultima porta in fondo e dentro compare una stanza poco illuminata, piena di coperte e oggetti ammucchiati. Un letto mezzo occupato da panni. La madre ci invita ad accomodarci e mi presenta una sedia. Entriamo e ci sediamo, io sulla sedia, Daniela sul letto. Parlo con la donna.

La bambina si chiama Payal, ed è sorda e muta. Da due anni va al Chingari e sta migliorando, ha iniziato a dire alcune parole. Ha anche l’apparecchio acustico, e sembra che un poco le permetta di sentire. Ora non lo indossa perché tornata dall’istituto la madre glielo toglie per evitare che lo rovini giocando.

Daniela mostra a Payal tutte le foto dei bambini del Chingari che abbiamo con noi. Lei le guarda una ad una, talvolta sorride, altra volte gioisce nel riconoscere un’amica. Alla fine Daniela le fa altre foto dentro casa, lei abbraccia il fratello. Daniela a gesti cerca di farle capire che domani ci rivedremo al Chingari, lei risponde a gesti, sembra si capiscano, il fratello aiuta in questa comunicazione priva di parole. Ci alziamo per andare.

Mentre usciamo ci accorgiamo che la madre piange. Per la gioia forse, o per l’emozione di vedere la figlia che interagisce da sola con persone che vengono da fuori, che si capisce con gente con la quale anche lei ha difficoltà a farsi comprendere. O forse perché vede che altri le vogliono bene. Un pianto che ci lascia commossi.

Fuori facciamo altre foto, a Payal da sola, a lei con la madre, a lei con fratelli, sorelle e amici.

Un’altra donna mi avvicina. Il figlio di 4 anni non parla. Sente, ma non parla. Mi chiedono di visitarlo. Le spiego che non sono un dottore, ma che devono andare al Chingari dove, se hanno i requisiti, verranno ammessi.

Ovunque si vada si trovano in continuazione casi di bambini con problemi. Uno stillicidio di malattie, deformità, problemi sensoriali, una generazione ancora di vittime, totalmente innocenti, cui il gas è entrato nella vita ingannando il tempo, nascondendosi nei corpi delle persone più care, nell’acqua, nella terra in cui giocano e in cui avevano giocato anche i loro genitori.

3 Dicembre 2013. Ore 12,00. Parte la marcia. In testa Dow Bhai (il fantoccio della Dow Chemical), seguito da un camioncino con l’impianto di amplificazione e da una lunga catena di persone che sollevano cartelli e tengono striscioni. Varie persone si alternano a lanciare slogan, ripetuti da tutti i partecipanti. Si marcia per le strade della città vecchia. La polizia smista il traffico, ma le macchine, i risciò, le moto e i mille differenti mezzi di trasporto che affollano le strade indiane continuano a transitare, inondando di smog l’aria attorno al corteo. Un bambino di strada, che sniffa continuamente solvente da un fazzoletto che stringe nella mano destra, si offre di aiutare a trasportare Dow Bhai, trainato su un carrello. Spera di ottenere un ringraziamento di qualche rupia alla fine della manifestazione.

Questa marcia è organizzata da cinque delle associazioni che lavorano con le vittime del gas. Un’altra importante associazione, quella delle donne vittime del gas, svolgerà separatamente la propria dimostrazione nel pomeriggio. Altri gruppi invece si sono dati appuntamento direttamente alla statua che ricorda le vittime della tragedia, posta di fronte all’ingresso della UCC (Union Carbide Corporation).

Ciò che colpisce immediatamente quando si osserva la marcia è la preponderanza assoluta di donne. Sono loro a formare il grosso del corteo e a cantare con più forza e convinzione. Per chi ha passato un po’ di tempo negli ospedali, nelle sedi delle associazioni per i sopravvissuti, nelle cliniche specialistiche e negli uffici governativi di Bhopal, questa situazione appare normale. Sono infatti soprattutto le donne a gestire le questioni collegate al disastro della UCC, siano di carattere medico, legale o politico.

Satinath Sarangi: Per noi il fatto che siano quasi solo donne a partecipare alla lotta politica è un mistero ancora oggi. Probabilmente questo avviene perché sono state loro a subire principalmente l’impatto del disastro. Sono loro che si prendono cura della salute dei membri della famiglia e sempre loro che gestiscono, a fronte della caduta dei guadagni familiari, l’economia della casa. Si può dire che sono state le donne ad assumere su di sé il peso della tragedia: vanno all’ospedale per il trattamento dei loro familiari, si recano agli uffici statali per le varie pratiche, e sono ancora loro che marciano nelle dimostrazioni di protesta. Un altro aspetto interessante della partecipazione delle donne è che sono rimaste forti nonostante tutte le difficoltà causate dal disastro, e nonostante soprattutto i loro stessi problemi fisici e di salute. Non hanno mai abbandonato la lotta. All’inizio, quando il movimento di Bhopal é nato, c’erano molti uomini, anzi, c’erano più uomini che donne. Ma hanno rinunciato. Nel giro di due o tre anni la frustrazione per la mancanza di risultati li ha portati ad allontanarsi. Ma le donne no, non hanno mai rinunciato alla lotta, e questa è la parte più sorprendente della nostra battaglia, di cui non so ancora spiegarmi a pieno il motivo.

Dai miei appunti del febbraio 2013. Amida Bi, un’operazione al cuore e il fiato grosso, batte palmo a palmo la città vecchia, va a trovare vecchie compagne di lotta che non possono più alzarsi dal letto (nocività vuol dire anche questo: coloro che colpisci non avranno le energie e tempo a sufficienza per risponderti), e dice ad ognuna che combatterà fino a che morte non la separi dal corpo, devastato dal gas.

Fa parte del gruppo di donne che lottano fin dal principio per avere giustizia. Dice che in questi quasi trent’anni è stata in tutta l’India per rivendicare i propri diritti, ha dormito sotto il parlamento di Delhi, viaggiato in treno, bus, persino a piedi per chiedere giustizia. Il marito è morto, a causa del gas, e lei ha subito varie operazioni oltre a quella al cuore, tra cui l’esportazione di due vene dalle gambe.

La si incontra ad ogni dimostrazione della sua associazione, e mentre gira di casa in casa nei quartieri più colpiti dal gas per rendersi utile: far ottenere un certificato, denunciare un medico che non fornisce cure e attenzione adeguate ad alcuni pazienti, compilare un modulo, trovare un avvocato.

3 Dicembre 2013. Ore 13.30. Arriviamo di fronte alla UCC. Due tendoni sono stati montati per far sedere all’ombra i partecipanti, sfiniti, su alcune sedie e su stuoie stese al suolo. Alcuni, i più deboli, hanno aspettato qui l’arrivo del corteo. Molti sono esausti.

Una delle cose che ci si sente dire con più frequenza dalle vittime del gas è che non riescono a lavorare, che dopo pochi metri di cammino hanno il fiatone, gli dolgono gambe e braccia, e si devono fermare. Alcuni guidano gli “auto”, i risciò a motore che fanno servizio taxi in tutte le città indiane. È l’unico lavoro che riescono a fare, ma li costringe a vivere tutto il giorno nel traffico, intossicati ulteriormente da un inquinamento che raggiunge qui livelli preoccupanti.

Altri, semplicemente, non fanno nulla. Se sono fortunati, il resto della famiglia riesce a guadagnare abbastanza per mantenere anche loro. Oltre alle immagini conosciute in tutto il mondo di uomini, donne e bambini i cui corpi sono stati devastati dal MIC, ci sono decine di migliaia di casi di persone i cui sintomi sono meno visibili, ma non per questo meno terribili.

Il movimento di Bhopal, oltre che nelle strade e nei tribunali, è attivo soprattutto negli ospedali: sia nelle cliniche nate dall’impegno di tanti attivisti, sia nelle strutture pubbliche, spesso corrotte e malfunzionanti, in cui si cerca di ottenere con fatica quello che sarebbe un diritto.

Satinath Sarangi (Foto di Daniela Neri)

Satinath Sarangi (Foto di Daniela Neri)

Satinath Sarangi: Noi pensiamo che ricostruire se stessi possa essere un’attività sovversiva. Essenzialmente, lo consideriamo come un atto di rivendicazione del proprio spazio. Ovunque nel mondo vediamo reiterarsi lo stesso meccanismo: le multinazionali causano disastri ma allo stesso tempo producono i farmaci che sono utilizzati per curare le vittime di questi stessi disastri. Dopo la tragedia di Bhopal è arrivata una pioggia di medicine dalle industrie farmaceutiche, che non sono altro che un ramo delle multinazionali chimiche. Noi crediamo che ciò avvenga su scala globale. Ovunque la situazione ambientale sta degenerando, le persone si ammalano per l’inquinamento, e le stesse compagnie che causano queste malattie vendono i farmaci che servono per curarle. L’esempio più lampante di tutto ciò è l’AstraZeneca, che fino a poco tempo fa produceva una sostanza, il cloruro di vinile, che causa, tra le altre cose, il cancro al seno. L’AstraZeneca è però anche la produttrice del tamoxifene, che si usa come trattamento per il cancro al seno. Infine, l’AstraZeneca “possiede” anche il mese di Ottobre come mese della sensibilizzazione per il cancro al seno. Nei comunicati dell’azienda non viene mai fatta menzione di collegamenti tra inquinamento dell’ambiente e cancro al seno, e questi raggiungono chiunque grazie alle campagne via radio, televisione e giornali. Noi pensiamo che ci debba essere un modo per uscire da questa situazione, ciò che abbiamo definito “il circolo del veleno”, ovvero che le stesse compagnie che ti avvelenano e ti fanno ammalare, alla fine ti vendono pure le medicine per curarti. Tutto ciò deve finire. Per questo consideriamo il nostro lavoro al Sambhavna [un ospedale gratuito per le vittime di Bhopal] come un atto politico, la rivendicazione di un nostro spazio all’interno dello spazio della cura. Crediamo anche che nella lotta per ottenere giustizia si debba sia creare qualcosa, sia combattere qualcos’altro. Di solito si dice che è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità. Noi a Bhopal crediamo invece che si debba accendere una candela e, allo stesso tempo, maledire l’oscurità.

Foto di Daniela Neri

La veglia del 2 dicembre con i bambini, le famiglie e il personale del Chingari Trust (Foto di Daniela Neri)

3 Dicembre 2013. Ore 14,00. Da qui in poi, sono soprattutto gli uomini a prendere in mano la situazione. Molti, che non hanno marciato, vivono qui a JP Nagar, il quartiere più colpito dal disastro. Hanno preparato altri due o tre fantocci, e aspettavano l’arrivo del corteo per bruciarli. Prima di appiccare il fuoco li schiaffeggiano con le proprie scarpe. Quindi, una volta incendiati, quando non rimane che la struttura, prendono lunghi bastoni e li colpiscono con violenza, sfogando la rabbia e la frustrazione che covano profonde dopo ventinove anni di ingiustizie e mancati risarcimenti. Alla fine, tutti si raccolgono attorno al grande Dow Bhai. Alcuni salgono sul muro della UCC per godersi meglio lo spettacolo. Sono due donne, di cui una è Rashida Bi, direttrice del Chingari, ad appiccare il fuoco, che in pochi minuti riduce il fantoccio a un ammasso di cenere e detriti.

Durante l’atto finale sono presenti giornalisti e simpatizzanti da tutta l’India e da tutto il mondo. Ci sono una giornalista canadese del Toronto Star e un pensionato svedese che ogni anno viene a Bhopal a fare volontariato al Sambhavna. Quindi un fisioterapista inglese che offre gratuitamente le sue competenze per la stessa associazione, e un giovane giornalista Uruguaiano che lavorava per El Observator prima di licenziarsi e diventare free-lance in giro per il mondo. Incontriamo anche una giornalista/attivista italiana che sta girando un piccolo documentario che servirà a legare assieme il Vajont e Bhopal.

Molti arrivano dall’Inghilterra: fanno parte del Bhopal Medical Appeal e sono anni che lavorano per sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sul disastro di Bhopal e le sue interminabili conseguenze. Ci siamo io e Daniela, e un altro fotografo italiano che risiede a Londra e che da ormai quattro anni viene a Bhopal per documentare la tragedia. Infine, un fotografo francese, affiliato al Chingari e anche lui qui per la seconda volta, e un film maker Indiano cresciuto a Los Angeles. Quest’ultimo, Nadeem Uddin, sta preparando undocumentario sul disastro dopo aver recuperato materiale inedito che potrebbe confermare le stime fornite da associazioni non governative sul numero di morti nei primi giorni della tragedia. Sono infatti le uniche immagini video esistenti girate nei primi quattro giorni dopo l’esplosione della UCC.

Satinath Sarangi: Quello di cui ci siamo resi conto in questi anni è che per combattere con giganti come la UCC o la DOW ci deve essere una solidarietà transnazionale tra le vittime in tutto il mondo, siano essi una comunità vittima di un qualche crimine delle multinazionali, o operai che lavorano nelle fabbriche e sono esposti ad ogni tipo di rischio. Questo è l’unico modo in cui possiamo portare questi crimini all’attenzione generale e ottenere qualcosa. Purtroppo, fin dall’inizio le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite (ONU), la World Health Organisation (WHO), l’International Labour Organisation (ILO), il programma ambientale delle Nazioni Unite e l’UNESCO si sono fiondate qui e hanno fornito aiuti come se si trattasse di una catastrofe naturale, di un atto di dio. Ma dal momento che ciò che è avvenuto qui è l’atto di una multinazionale, un chiaro caso di crimine di una grossa compagnia, l’ONU, il WHO, l’ILO o l’UNESCO, non hanno fatto niente di realmente significativo per la gente di Bhopal. Crediamo che proprio per questo possiamo dire che nel tempo è divenuto lampante che anche queste organizzazioni internazionali sono dalla parte delle grandi compagnie. Di conseguenza, per riuscire ad avere un effetto reale e concreto contro queste multinazionali non c’è altro modo che ottenere la solidarietà di persone e comunità da tutto il mondo, e deve essere una solidarietà non mediata da queste istituzioni internazionali.

Foto di Daniela Neri

Foto di Daniela Neri

2 Dicembre 2013. Ore 19.00. Stasera ci sono tre diverse fiaccolate a Bhopal, organizzate da varie associazioni delle vittime. Sono in ricordo di coloro che non ci sono più. Le candele, nella notte nera, illuminano i volti di bambini, donne, uomini e anziani.

I giornalisti si accalcano per riprendere, intervistare, fotografare. Domani sui giornali locali usciranno brevi articoli e foto suggestive. Le vittime della UCC e della DOW, i dimenticati dal governo dell’India e del Madhya Pradesh, coloro che vengono insultati dal governo degli Stati Uniti col rifiuto dell’estradizione di Warren Anderson, tutti loro che sono tutte queste cose, sanno che oggi è uno dei pochi giorni in cui le loro parole, se non ascoltate, saranno almeno scritte.

Amida Bi regge una fiaccola fatta di un bastone e una lattina piena di gasolio. È in piedi, in circolo con tanti altri, nel parco di fronte alla biblioteca centrale. Ci sono un centinaio di persone. Uomini, donne e bambini. Ciascuno stringe una torcia o una candela. Al via, dato da Abdul Jabbar Khan, direttore dell’associazione, tutti iniziano a girare attorno alla fontana, illuminata dalla fiamma di molte candele.

Qui, negli ultimi ventinove anni, si sono incontrate ogni sabato le donne, e gli uomini, della Bhopal Gas Peedit Mahila Udyog Sangathan (Organizzazione delle donne di Bhopal vittime del gas), senza saltarne nessuno. Dopo alcuni minuti di canti e slogan tutti si fermano. Alcune telecamere si avvicinano ad Amida Bi. Lei inizia a parlare. Spiega perché sono lì, chiede giustizia, si accalora, urla all’indirizzo del governo e della DOW, si commuove. Le telecamere si allontanano. Mi avvicino a lei e le tocco i piedi in segno di rispetto, e di affetto. Lei mi prende la testa tra le mani e mi bacia sui capelli, come qui si bacia un figlio o un nipote.

Le candele continuano a bruciare, a ricordare i morti e i vivi che non smettono di morire e soffrire qui a Bhopal.
Domani il fuoco brucerà Dow Bhai.
Perché a Bhopal si accende una candela ma, allo stesso tempo, si maledice l’oscurità.

[Video girato da Tommaso Sbriccoli e Daniela Neri che documenta la marcia delle vittime del gas (3 dicembre 2013)]

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