MANGIAVAMO AMIANTO

isochimica 1100% contaminati dall’amianto, questo è il risultato dell’indagine a campione condotta su 80 ex operai della Isochimica di Avellino. L’azienda, di proprietà di Elio Graziano (già noto per lo scandalo delle lenzuola d’oro e per una maxi evasione fiscale), dall’81 si era occupata di scoibentare il materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato. Per ricordare come si lavorava all’Isochimica proponiamo due articoli di Anselmo Botte e di Carmine Ranieri Guarino, tratti da Il Manifesto e da http://www.today.it.

Mangiare l’amianto

Michele e Anto­nio hanno cin­quanta e cin­quan­tuno anni, ave­vano vent’anni quando hanno comin­ciato a lavo­rare nella Iso­chi­mica di Gra­ziano. Prima di allora qual­che espe­rienza in lavori sta­gio­nali e dopo il ter­re­moto del 1980 la pos­si­bi­lità di intra­pren­dere una atti­vità lavo­ra­tiva che garan­tiva cer­tezza di occupazione.

Anto­nio fu il terzo degli assunti nel set­tem­bre del 1982, segna­lato da un tec­nico delle FF.SS. e insieme ad altri quat­tro com­pa­gni di lavoro ini­ziò l’attività di smon­tag­gio e scoi­ben­ta­zione delle vet­ture. L’azienda non era ancora costi­tuita e le prime due vet­ture furono smon­tate nella sta­zione di Avel­lino, a pochi passi dai pas­seg­geri. Misero in piedi un sistema e un pro­cesso di lavo­ra­zione sul quale si costruì il modello dell’attività. Li chia­ma­vano «ingiar­ma­tori», ma la loro espe­rienza di tec­ni­che di lavo­ra­zione costi­tuì la base di par­tenza del lavoro della Iso­chi­mica. Le car­rozze erano state mon­tate tutte a mano, non ce n’era una uguale all’altra, il pro­ce­di­mento di smon­tag­gio doveva tener conto di que­sto. Tutte le car­rozze delle Fer­ro­vie dello Stato erano state coi­ben­tate con l’amianto, si trat­tava adesso, da quando era stata accer­tata la sua peri­co­lo­sità, di smon­tarle e rimuo­verlo. Nelle offi­cine di Genova, Torino, Firenze, Castel­la­mare fiu­ta­rono i peri­coli di que­sta ope­ra­zione e si rifiu­ta­rono di farlo. Toc­cava tro­vare una solu­zione, e la solu­zione la trovò Gra­ziano: c’era un’area del paese depressa, un ter­ri­to­rio deva­stato dal ter­re­moto, nes­suno ci avrebbe fatto caso. Iso­chi­mica nasce così. Quat­tro mesi di lavoro nero per met­tere a punto le tec­ni­che di lavo­ra­zione e si parte.

«Allora d’accordo, per adesso lavo­riamo all’aperto, ma vedete lag­giù… appena saranno ulti­mati quei capan­noni sarete al coperto».

Attrezzi da lavoro: gira­vite, pinze, seghe, spa­tola. Per la pol­vere, una masche­rina di carta. L’organizzazione del lavoro pre­ve­deva gruppi di sette ope­rai e un capo squa­dra per ogni sin­gola vettura.

«Più che una vet­tura sem­brava un tun­nel buio — dice Anto­nio, –le fine­stre erano coperte da lastre di metallo, entrava poca luce, e noi ave­vamo sol­tanto una pic­cola lam­pa­dina. Appena comin­cia­vamo a smon­tare il sot­to­tetto veniva giù una pol­vere di car­bone e amianto. Comin­cia­vamo la spen­nel­la­tura con le spa­tole e la piog­gia s’infittiva. Nei vagoni si for­mava uno strato di neb­bia gri­gia con vena­ture di azzurro nella quale era­vamo immersi per tutto il turno di lavoro. I capelli era pre­gni di pol­vere. L’amianto si depo­si­tava dap­per­tutto, anche sulle cose che man­gia­vamo: respi­ra­vamo e man­gia­vamo amianto. La con­sa­pe­vo­lezza del peri­colo c’è stata subito, ma ci dice­vano che quelle pol­veri non erano peri­co­lose. Poi nel 1983 mi man­da­rono a Firenze per­ché alcune vet­ture non erano state ripu­lite bene dall’amianto. Le vet­ture erano iso­late e prima che comin­cias­simo la lavo­ra­zione furono spo­state all’aperto, in un luogo lon­tano dall’officina. Nella pausa pranzo mi accorsi che gli ope­rai mi evi­ta­vano, li tran­quil­liz­zai dicendo loro che mi sarei fer­mato lì sol­tanto per pochi giorni. Fu allora che uno di loro mi prese per brac­cio e mi portò in un cor­ri­doio le cui pareti erano rico­perte da arti­coli di gior­nale nei quali si par­lava della peri­co­lo­sità dell’amianto. Lì comin­ciò il pro­blema e comin­ciai ad infor­marmi. Senza suc­cesso cer­cai di con­vin­cere anche i miei com­pa­gni di lavoro. Me ne sono andato alla fine del 1984, dopo due anni e mezzo di immer­sione nell’amianto, nes­suno mi seguì. Nes­suno si sal­verà. Sono stato sano come un pesce fino al 2011 quando la tak ha evi­den­ziato plac­che pleu­ri­che, tipico della con­ta­mi­na­zione da amianto. Sono malato… insuf­fi­cienza respi­ra­to­ria, affa­ti­ca­mento fisico e del cuore. Que­sta azienda ha avuto vita facile in una zona disa­strata… si è cal­pe­stato tutto… per­sone senza scru­polo. Sfrut­ta­mento inten­sivo… distru­zione di una gene­ra­zione… era­vamo in 333, tutti giovani».

Michele fu assunto nel 1983, aveva 19 anni e 10 mesi.

«L’amianto veniva sot­ter­rato in un ter­ra­pieno, poi furono sca­vate delle appo­site buche, lar­ghe e pro­fonde. Non doveva uscire fuori che lavo­ra­vamo l’amianto. Le prime discus­sioni sulla peri­co­lo­sità dell’amianto ricordo che ini­zia­rono nel mag­gio del 1985 dopo le nostre denunce e uno stu­dio dell’Università La Cat­to­lica di Roma. La per­ce­zione della peri­co­lo­sità l’ho avuta nel 1986. Nel frat­tempo si era pas­sato dalle masche­rine di carta alle maschere multi fil­tro che rico­pri­vano tutta la fac­cia e le tute monouso, dalle quali però fil­trava tutto, fibre d’amianto com­prese. Dove si svi­lup­pava la pol­vere non c’era scampo. Me ne sono andato il 15 gen­naio del 1989. In quell’anno ho vinto un con­corso nella poli­zia muni­ci­pale di Salerno, e sono con­tento e sod­di­sfatto. Ma qual­che pre­oc­cu­pa­zione con­ti­nuava ad agi­tarsi nel cer­vello quando sen­tivo noti­zie gior­na­li­sti­che sull’amianto, le orec­chie mi si driz­zano. Per non sen­tire cose cat­tive ho voluto dimen­ti­care, fino a quando non ho fatto la spi­ro­me­tria (1996). Nella respi­ra­zione for­zata, incon­scia­mente, avevo pre­pa­rato la mia respi­ra­zione per­ché potesse dare il mas­simo nella spe­ranza di supe­rare l’esame e farmi dire che non avevo niente. Da quella volta ho fatto parec­chie notti insonni pen­sando al fatto che l’amianto avrebbe potuto ucci­dermi, poi mi sono quie­tato da solo senza par­lare mai con la fami­glia. Con chi ne devi par­larne di que­sto, diventa dif­fi­cile. Parli con la moglie della paura che hai di morire? Non mi pare pro­prio un argo­mento sano. Ango­sce che non puoi sca­ri­care sugli altri e non sai con chi sfo­garti. Que­sta situa­zione e durata per molto tempo. Poi un giorno mi hanno chia­mato Carlo e Nicola, due ex com­pa­gni di lavoro di Avel­lino, era il 2006, mi hanno chie­sto se avevo con­ser­vato mate­riale della Iso­chi­mica. E’ stata la prima maz­zata in fronte. Anche se erano pas­sati 15 anni avevo ancora tutto: carte chiuse in una busta mai but­tate via (un segno!). Forse riu­sciamo a fare qual­cosa mi dis­sero, c’era biso­gno di mani­fe­stare per noi e per il Borgo Fer­ro­via. Ho comin­ciato a non dor­mire più. Ricordo una frase nuda e cruda di Carlo: guarda che il male o c’è o non c’è. A cam­biare non pos­siamo cam­biare niente, quello che pos­siamo fare è guar­dare al futuro e dare una spe­ranza alle nostre fami­glie. E lì mi è scat­tata la molla di cac­ciare la testa da sotto la sab­bia, nascon­dere a se stessi il pro­blema non serve a niente, la situa­zione va affron­tata, e ho rico­min­ciato a fre­quen­tare i com­pa­gni di Avel­lino. A casa di tutto que­sto non ho mai par­lato, e ancora oggi evito di par­larne. Ho sem­pre soste­nuto che la casa è un rifu­gio per­so­nale. Tenere fuori tutti i pro­blemi, gli acciac­chi. Fuori da que­sta brutta sto­ria. Il male c’è o non c’è, vivere con dignità, lot­tare con dignità, e tra­smet­tere dignità ai figli, e fare in modo che anche loro si edu­chino alla dignità».

Anselmo Botte, Il Manifesto 5 gennaio 2014

Isochimica, “mio marito è morto d’amianto ma per l’Asl stava bene”- Luigi Maiello è la decima vittima dell’Isochimica di Avellino, la fabbrica della morte. La moglie: “L’Asl continuava a dirci che eravamo fissati e l’Inail ci ha abbandonato”

AVELLINO – Era la sua ultima volontà. Se la malattia non lo avesse ucciso non si sarebbe fermato fino all’ultimo dei suoi giorni. E lo stesso ha chiesto di fare ai suoi figli e a sua moglie Antonietta: “Non vi fermate, vi prego”. Luigi Maiello è uno di quelli che ha dato tutto all’Isochimica. Tutto, anche la vita. Se n’è andato il 14 febbraio scorso, a 53 anni, e l’autopsia effettuata sul suo cadavere non ha lasciato spazio ai dubbi: morto per tumore polmonare asbesto correlato. Tradotto: Luigi Maiello è la decima vittima dell’amianto che ha respirato negli anni di lavoro all’Isochimica. Per questo, per avere un briciolo di giustizia, sua moglie non ha mai smesso di lottare. Proprio come gli aveva chiesto Luigi. 

Signora Antonietta cosa ricorda del lavoro di suo marito?

Mio marito ha lavorato all’Isochimica dall’83 all’89 e ricordo che lavoravano con i fazzoletti sulla bocca per proteggersi perché non avevano null’altro. Lui e i suoi colleghi passavano tutta la giornata in quella fabbrica. Lì lavoravano, lì mangiavano, lì trascorrevano le pause: tutto nella stessa aria. Ma c’è una cosa che non dimenticherò mai: quando Luigi tornava a casa aveva i vestiti che brillavano di bianco. Sui panni da lavoro che portava a casa c’erano fibre di amianto chiarissime e all’epoca a casa nostra c’erano due bimbe. E’ stato un disastro.

Quando si è ammalato suo marito?

Nel 2001 abbiamo scoperto che aveva delle placche pleuriche, ma la situazione è crollata quattro o cinque anni fa. Piano piano ha cominciato ad avere bisogno dell’ossigeno di giorno, poi anche di notte e poi non è riuscito neanche più a salire a dormire al piano di sopra. A luglio 2012 ha iniziato a perdere peso e in poco tempo se n’è andato.

L’Asl e l’Inail hanno da subito riconosciuto la malattia di suo marito?

Assolutamente no. Fino a quando mio marito non ha cominciato a perdere peso in maniera evidente, un dirigente dell’Asl – ora indagato – continuava a dirci che era Luigi ad essere “fissato”. Poi, gli hanno ‘trovato’ una bronchite ma non hanno mai ammesso la malattia di mio marito, fino a che la cosa è diventata evidente. Lo stesso è successo con l’Inail: nonostante avesse già le placche pleuriche dovute all’amianto, a Luigi davano 190 euro al mese perché aveva ‘ottenuto’ un’invalidità del 16%. Poco prima che morisse la percentuale è passata ‘miracolosamente’ all’80, ma lui non ha fatto in tempo neanche ad accorgersene.

Lei ha denunciato Elio Graziano, proprietario dell’ex Isochimica, l’Asl e l’Inail. Cosa si aspetta?

Mi aspetto solo giustizia. Io non ho intenzione di fermarmi: darò battaglia fino all’ultimo e fino all’ultimo sarò accanto ai colleghi di mio marito. Le ultime sue parole a me e ai figli furono “Non vi fermate” e io non lo farò.

Carmine Ranieri Guarino – www.today.it – 21 gennaio 2014

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