LA FABBRICA DELLA DISPERAZIONE/3

Blocco A1 operai Pomigliano[Questo articolo è stato pubblicato anche da Carmillaonline]

Hanno occupato l’autostrada e i tetti del Comune, interrotto il festival di Sanremo, sfilato in 20.000 con tutta la città. Hanno minacciato di darsi fuoco, subito cariche, licenziamenti,  fermi di polizia.

Dal settembre 2008 – inizio della cassa integrazione – per quasi due anni le mobilitazioni dei lavoratori della Fiat di Pomigliano si scontrano contro un muro di indifferenza istituzionale, se escludiamo l’attenzione della questura. Sedici operai finiscono infatti denunciati per la lotta contro l’apertura del reparto confino di Nola, e in particolare per “l’esecuzione di un disegno criminoso, con violenza e minacce consistite nel posizionare auto di traverso sulla carreggiata, incendio di pneumatici e urla, impedendo la libertà di locomozione costringendo chicchessia ad abbandonare il proposito di accesso allo stabilimento Fiat1.

Fermo operai PomiglianoOltre alla questura si dimostra molto attiva anche la macchina del fango. Una forte campagna denigratoria, che attinge – con malcelato razzismo – al repertorio dei più beceri stereotipi contro i napoletani, addita il Giambattista Vico come un covo di assenteisti e scansafatiche. Valenti articolisti, fra cui brillano particolarmente quelli di Repubblica, descrivono lo “stabilimento Fiat marchiato d’infamia” (sic) come un ricettacolo di falsi invalidi e scalmanati, luddisti, ladri, spacciatori, e – addirittura ! – di ingordi mangiatori di pizza al taglio in orario di lavoro, colpevoli, causa briciole, anche della presenza delle pantecane che scorazzano sotto i robot2.

Gli aspiranti premi Pulitzer non vengono sfiorati dal dubbio che gli operai invalidi siano veri, spezzati dalla Fiat soprattutto dopo l’introduzione nel 2003 del TMC2, la metrica di lavoro già inquisita dal PM Guariniello come causa della crescita esponenziale a Mirafiori di patologie da sforzo ripetuto3. Mentre ironizzano sull’eccesso di certificati medici, non si chiedono se la pratica di mettersi in malattia non venga promossa dai Cacca di elefante2capi in occasione degli scioperi, per abbassare il tasso di adesione alle proteste, o se serva a cammuffare gli infortuni. Non si soffermano poi certo a ricordare che l’Alfa 147, eletta “Auto dell’anno 2001″, veniva prodotta proprio nello stabilimento campano, segno che la qualità della produzione proprio schifo non fa. A prescindere dalla realtà, l’obiettivo è sputtanare Pomigliano, preparare il terreno affinché la “fabbrica anarchica” venga finalmente rieducata.

Del resto il battage mediatico non infanga solo il Giambattista Vico, ma tutti gli stabilimenti italiani del gruppo. La voce di Marchionne viene ben amplificata, quando lamenta che i 6.000 lavoratori polacchi della Fiat producono quasi quanto i 22.000 italiani … glissando sul fatto che gli stabilimenti italiani stanno producendo poco o niente perché fermi da mesi, con migliaia di operai in cassa integrazione. Si lagna, l’A.D., del fatto che non gli conviene certo investire nel Bel Paese … ma che lo farà lo stesso, perché lui è buono. In cambio, ovviamente, di qualche cosetta: la fine dei contratto collettivo nazionale, la connivenza sindacale, la schiavitù sulle linee, l’annientamento della forza operaia.

Il 21 aprile 2010 viene presentata ufficialmente “Fabbrica Italia”, la strategia di rilancio della Fiat per il quadriennio 2010/2014. In discontinuità con il passato, l’annuncio viene fatto in un Investor Day, senza passare per nessun tavolo istituzionale o di confronto con i sindacati. Del resto, come dice Marchionne, Fabbrica Italia  “non è un accordo, è un nostro progetto: non è stato concordato né con il mondo politico né con il sindacato. Per questo è incredibile la pretesa che ho sentito più volte rivolgere alla Fiat di rispettare un presunto accordo4.

Fuffa UniversityFabbrica Italia consiste nell’enunciazione di 20 miliardi di investimenti, finalizzati a triplicare la produzione italiana di auto per arrivare a vendere nel 2014 (insieme a Chrysler) ben 6 milioni di vetture nel mondo, con addirittura 47 novità da lanciare sul mercato.

La sola evocazione di tale prospettiva manda in visibilio l’intero mondo politico, immemore del fatto che, dal giorno della sua nomina nel giugno 2004, l’ A.D. Fiat ha presentato ben cinque piani industriali diversi: nel primo, dell’agosto 2004, prometteva il lancio di dieci modelli in tre anni. Poi nel 2005, un secondo ne prometteva 17 in quattro anni, più 13 restyling di vecchi modelli e 9,55 miliardi di investimenti. Nel 2006, con il terzo piano industriale i miliardi diventano 16, mentre i nuovi modelli scendono a 15. Nel 2009 si contano ben due piani industriali, uno che riguarda Chrysler, e un altro (il “Piano per l’Italia”) dove si vagheggia di 30 nuovi modelli in 24 mesi e 8 miliardi di euro di investimenti nell’Auto5. Più che una Fabbrica Italiana Auto, sembra una Fabbrica Italiana Piani Industriali, con dei picchi vertiginosi nella produzione di slide ed una strategia vincente: quella di occultare l’inconsistenza delle promesse precedenti sparando cazzate ancora più grosse.

Se poi la carota (tutta virtuale) degli investimenti non dovesse risultare abbastanza convincente, Marchionne ha sempre in serbo il bastone delle delocalizzazioni. E lo usa, deviando la produzione della Lo da Mirafiori a Kragujevac – dove il governo di Belgrado offre forti incentivi e salari a 300 euro  –  e minacciando di destinare gli investimenti per la nuova Panda a Tichy, in Polonia, piuttosto che a Pomigliano. A meno che gli italiani non si rendano disponibili a farsi sfruttare  più dei polacchi.

Pomigliano non si toccaPer mesi, contro le ipotesi di delocalizzazione, il movimento Pomigliano non si tocca si mobilita chiedendo il rilancio dello stabilimento sulla base di una nuova mission produttiva6. Nel giugno 2010 Marchionne decide che la mission è ora di dargliela. Il manager italo-canadese confida nel fatto che 22 mesi di cassa integrazione siano bastati a far raggiungere all’esasperazione il livello desiderato: quello che fa accettare qualsiasi cosa.

La mission per il Giambattista Vico arriva sotto forma di accordo separato, sottoscritto dall’azienda e da Fim, Uilm e Fismic, i “sindacati complici”, come li definisce il ministro Sacconi (per lui è un complimento), contrapposti ai “sabotatori” della Fiom. L’accordo è un atto di portata devastante sia dentro che fuori la fabbrica.

L’insieme delle sue clausole sembra progettato per annientare l’operaio a livello fisico e sociale, rendere l’intera sua vita una variabile dipendente dagli andamenti di mercato. Ma non solo. L’accordo travalica i confini della fabbrica, assume l’ampiezza di una controrivoluzione nell’ambito delle relazioni industriali e del diritto del lavoro. Una controrivoluzione che presto si estenderà ben oltre i cancelli del Giambattista Vico. Analizziamola nei dettagli7.

La nuova Panda verrà prodotta a ciclo continuo su sei giorni, e questo richiede diciotto turni settimanali, dei quali l’’ultimo, quello della domenica notte, è a disposizione della Fiat. Verrà comandato quando il mercato tira, altrimenti sarà coperto con i permessi retribuiti, tolti alla  disponibilità dei lavoratori ed alle loro esigenze.

Lo straordinario obbligatorio non contrattato con i sindacati passa da 40 a 120 ore all’anno. Va così a farsi fottere la giornata di lavoro di 8 ore, alla faccia dei martiri di Chicago, dei decenni di lotte e del tanto sangue operaio sparso per conquistarla. Va a farsi fottere anche il minimo di legge di undici ore di intervallo fra un turno di lavoro e l’altro. Che già undici ore sono poche (soprattutto se abiti lontano) per raggiungere casa, riposare, lavarti, mangiare qualcosa, e ritornare in fabbrica. In pratica, ti potrà capitare di non poterti permettere otto ore di sonno fra una giornata di lavoro e l’altra.

WCMVa a farsi fottere pure il riposo settimanale, che potrà essere annullato dallo straordinario comandato, così come la pausa mensa, che slitta a fine turno ma in caso di straordinario può saltare. Vuol dire che, se ti va bene, per sette ore e mezza non ti sarà possibile nutrirti, staccare con la testa, riposare il corpo. Se invece ti va male mangerai quando lo decide il padrone. Rendere aleatoria la pausa mensa serve anche a limitare le occasioni di incontro e confronto fra i lavoratori.

L’accordo concede tre pause di 10 minuti durante il turno, che bastano appena ad arrivare ai bagni, lontani dai reparti. Se sono occupati torni in linea e la cacca te la tieni, perché non puoi permetterti di aspettare, visto ad ogni ritardo rischi un richiamo. L’accordo ha tagliato le pause perché sono improduttive ma anche pericolose: durante le pause gli operai parlano.

Del resto l’accordo dice che il riposo è superfluo perché il lavoro è più leggero, ed è più leggero perché lo dice l’accordo. L’applicazione del sistema Ergo UAS elimina tutti i movimenti inutili, e quindi la fatica di farli, ma la riduzione delle pause comporta un aggravio sui carichi di lavoro maggiore del beneficio. L’Ergo UAS tende alla piena saturazione del tempo di lavoro, che deve essere dedicato interamente alla produzione senza staccare mai, per un bisogno, un respiro o una parola ad un compagno. È ininfluente poi, se a forza di non staccare mai si va via con la testa.

Quando per “cause di forza maggiore” la produzione si interrompe, la Fiat può rispedirti a casa, e poi farti recuperare le ore perse quando più le aggrada, facendoti saltare i giorni di riposo o le pause mensa. Le “cause di forza maggiore” possono verificarsi per un ritardo nella catena delle subforniture, una partita di pezzi difettosi, uno sciopero della logistica.  In questo modo la Fiat, scarica interamente sui suoi operai tutte le vulnerabilità di un sistema basato sull’esternalizzazione di gran parte delle sue funzioni.

Il combinato/disposto delle singole previsioni su turni, pause, straordinari, rende complessivamente impossibile per i lavoratori organizzarsi l’esistenza, programmare qualsiasi attività o interesse che vada oltre la fabbrica. Il tempo di vita diventa completamente funzionale al recupero psicofisico della fatica accumulata nel tempo di lavoro, la cui articolazione risulta sempre più imprevedibile anche durante l’anno. La Fiat, concentrando le 120 ore di straordinario comandato nella fasi di picco della domanda, può infatti alternare periodi di superfruttamento, quando il mercato tira, a periodi di cassa integrazione quando la domanda cade. Una sorta di “job on call”, i cui costi gravano alternativamente sugli operai e sull’Inps.

Al capitolo “formazione”, l’accordo prevede un importante investimento finalizzato ad addestrare i lavoratori su diverse mansioni. Potrebbe sembrare una valorizzazione delle capacità dell’operaio, ma non lo è. Si tratta, invece, di un superamento della “rigidità” del mansionario, che permetterà all’azienda di spostare il lavoratore su un’altra postazione, o in un’altra area, da un momento all’altro. Nulla vieta, nell’accordo, di spostarlo a mansioni inferiori, contro quanto disposto dallo Statuto dei Lavoratori. Del resto la nuova mission di Pomigliano comporta un sostanziale declassamento dell’intera fabbrica, la cui produzione passa dai modelli upper class dell’Alfa Romeo, caratterizzati da un livello tecnologico più alto e da una maggiore complessità di montaggio, a un’auto di fascia bassa, a basso valore aggiunto e a basso margine di profitto, come la nuova Panda.

La possibilità di spostare gli operai senza preavviso non è rivolta solamente ad una razionalizzazione delle linee, al rimpiazzo di eventuali assenze. Essa è del tutto funzionale al sistema punitivo/premiale in mano ai capetti dello stabilimento: se “rompi i coglioni”, se non ti sottometti, sarai spostato alle mansioni più gravose. Se lecchi il culo a quelle più leggere. Diventa inoltre molto più facile disperdere gruppi potenzialmente conflittuali, od interrompere vicinanze solidali fra operai. In questo contesto, i capisquadra, i capireparto assumono ancora più potere discrezionale.

Robot6Saranno i capetti a controllare nei reparti l’adesione, anche emotiva, alla nuova “filosofiat”, improntata ai principi del World Class Manifacturing (WCM), il modello di organizzazione del lavoro sviluppato da un certo Hajime Yamashina sulla base di quello toyotista. Il WCM implica l’analisi e la scomposizione di tutti gli aspetti del processo produttivo per identificare le inefficienze, i tempi morti, e tutte le operazioni che non producono valore aggiunto. Così lo descrive Luciano Gallino: “Si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La risorsa più preziosa è il lavoro. Un’azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall’altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L’ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot8.

Per funzionare, il WCM necessita della conoscenza operaia, l’unica conoscenza profonda del funzionamento reale delle fasi produttive. Agli operai, pertanto, è richiesta la partecipazione ad un processo di “miglioramento continuo” finalizzato al peggioramento continuo dei loro carichi di lavoro e di stress. Se a tale fine la retorica della “partecipazione” non dovesse convincere a sufficienza, rimangono sempre validi i vecchi e cari metodi gerarchici basati sui provvedimenti disciplinari.

Non poteva mancare nell’accordo un paragrafo sull’assenteismo, dove si svela qual’era l’intento della feroce campagna mediatica:  la Fiat si rifiuta di pagare i primi tre giorni di malattia. Rifiuta anche di erogare l’integrazione al reddito per gli operai in cig costretti (pena conseguenze disciplinari) a presenziare ai suoi corsi di formazione. Evidentemente Marchionne, che fa lo splendido promettendo miliardi di investimenti qua e la, con gli operai ha il braccio cortissimo.

L’accordo separato prevede la conferma dello stabilimento confino di Nola. Una conferma che ha tutto il sapore di una minaccia rivolta agli operai del Giambattista Vico, visto che “eventuali future esigenze di organico potranno essere soddisfatte con il trasferimento di personale dalla sede di Pomigliano d’Arco”. Il World Class Logistic continua così a ricoprire la sua vecchia funzione di spada di Damocle sulla testa dei “fortunati” che rimarranno in produzione. Chiamarlo “stabilimento”, in realtà, è un’esagerazione, visto che si tratta di un capannone aperto, gelido d’inverno e torrido d’estate, vuoto di attività. Uno dei pochi che ha avuto occasione di lavorarci (in genere sono tutti in cig) descrive così la sua giornata: “Stiamo qui a non fare niente. Abituati ai ritmi della catena, ci basterebbero venti minuti al giorno per fare tutto. Così andiamo piano, se no il tempo non passa. E aspettiamo il licenziamento. Perché dovrebbero pagarci per non far niente9.

RobotLa conferma del reparto confino viene salutata con giubilo dalle schiere dei sindacati firmatari. Così commenta Andrea Allocca, Rsu della Fim10: “I 300 lavoratori di Nola coinvolti in questo ambizioso progetto stanno dimostrando ancora una volta di essere immuni da condizionamenti ideologici, ed esprimono apprezzamento per gli sforzi compiuti dalla Fiat per tenere fede agli impegni assunti. Auspichiamo che al percorso formativo individuato, possa seguire un processo di crescita professionale per i lavoratori attraverso un rinnovato senso di appartenenza… Ci aspettiamo che l’azienda voglia quanto prima porre le basi per una ripresa rapida e duratura. A tale scopo, riteniamo quindi indispensabile alimentare, da parte nostra e dell’azienda, uno spirito costruttivo e di attaccamento alla mission che saremo chiamati a realizzare” .

Personalmente, mi piacerebbe sentirgli ripetere oggi queste cazzate, ora che la mission del World Class Logistic si è risolta in 6 anni di cassa integrazione. Ora che si contano i suicidi. (Continua)

(edit)

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  1. Fiat Pomigliano:terrorismo aziendale, Left 21/05/09 
  2. Roberto Mania, Pomigliano, la fabbrica da rieducare, La Repubblica 27/12/07. Alberto Statera, Pomigliano, la rieducazione della fabbrica anarchica, La Repubblica 18 giugno 2010. Due articoli quasi uguali, nonostante gli autori e i tempi diversi, ma forse la velina era la stessa. 
  3. Linea “spaccaossa”, alla Fiat 68 manager a processo, Marx XXI, 2/03/06 
  4. Marchionne: aspetto una risposta. O si o no, La Stampa, 29/07/2010
  5. Marco Cobianchi,  Sergio Marchionne, miliardi e modelli: la lunga storia dei piani fantasia del Lingotto,Il Fatto Quotidiano, 7/05/14. L’articolo è un’anticipazione del libro di Marco Cobianchi, American Dream, Chiarelettere, 2014. 
  6. 5 febbraio 2009: oltre 1000 lavoratori partono in corteo dallo stabilimento e bloccano l’autostrada A1. La polizia carica. Sei fermi. 17 febbraio 2009: presidio sotto la RAI di Napoli. 21 febbraio 2009: presidio al Festival di San Remo. 27 febbraio 2009: sciopero cittadino a Pomigliano, in 20.000 sfilano in corteo. 23 novembre 2009: presidio sotto la prefettura di Napoli. 29 dicembre 2009: la Fiat licenzia 38 precari del “Giambattista Vico”. I licenziati occupano il Comune di Pomigliano. 26 gennaio 2010: i 38 licenziati che da un mese occupano la sala consiliare del Comune salgono sui tetti e minacciano di darsi fuoco (video). 
  7. Per un’analisi dell’accordo: Circolo PRC Fiat Auto-Avio di Pomigliano D’Arco, Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori, A.C. Editoriale Coop., 2011; Centro per la Riforma dello Stato, Nuova Panda schiavi in mano, DeriveApprodi 2011. 
  8. Luciano Gallino, La globalizzazione dell’operaio, La Repubblica, 14/06/10  
  9. Centro per la Riforma dello Stato, Nuova Panda schiavi in mano, DeriveApprodi 2011, p. 109. 
  10. Giulia Montuoro, Il caso Fiat e i nuovi modelli di contrattazione collettiva, tesi di laurea in Giurisprudenza, a.a. 2012/2013, p.75. 
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