COME RASCHIARE IL FONDO DEL BARILE

di Pietro Dommarco

no triv[Questo intervento è tratto dall’istant book “RottamaItalia” edito da Altreconomia: un’analisi puntuale del devastante decreto Sblocca Italia recentemente varato dal governo Renzi. L’istant book è scaricabile gratuitamente qui.]

Con la stesura dello Sblocca-Italia (decreto legge n. 133 del 12 settembre 2014) il governo di Matteo Renzi ha deciso di tendere una grande mano alle compagnie petrolifere, attribuendo a tutti i progetti di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi in terraferma ed in mare (compresi il Golfo di Venezia, il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno e le Isole Egadi) -così come alle infrastrutture dedicate al trasporto, alla rigassificazione ed allo stoccaggio sotterraneo del gas in programma in Italia, comprese quelle di “servitù” per l’Europa che attraverserebbero il nostro Paese- “carattere di interesse strategico […] di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”.

In parole povere, sono state risolte tutte le paure delle multinazionali del petrolio e del gas: tempi lunghi per l’approvazione dei progetti, impedimenti e opposizioni dei territori, lentissimo ritorno degli investimenti, insostenibilità di infrastrutture dai costi elevati e scarsamente redditizi, aumento delle royalty e dell’imposta sul reddito delle società. È stato servito il passepartout per entrare nei territori senza “piede di porco”. Compresa la chiave della cintura di castità che finora ha protetto aree inviolabili del Belpaese, tratteggiando uno scenario fondato  su un nuovo rapporto tra colonizzatori e colonizzati.
Proprio a questo porteranno -così come concepiti- gli articoli 36, 37 e 38 del capo IX riguardante “Misure urgenti in materia di energia”. Tre articoli e 16 commi che più di ogni altra norma del settore upstream sono stati scritti in maniera stringente per favorire la categoria.basilicata-saudita-petrolio-e-tumori-in-lucania L’obiettivo è il raddoppio delle estrazioni nazionali di idrocarburi sulla falsa riga della Strategia energetica nazionale (Sen) varata dal governo Monti e della modifica dell’articolo 117 della Costituzione (contenuto nel Titolo V), oggi arenatosi nelle sabbie mobili delle contrattazioni politiche e della possibile incostituzionalità del testo approvato in Senato il 6 agosto 2014, nonché l’aumento delle entrate fiscali dello Stato. Un aspetto, quest’ultimo, fondamentale: in tempo di crisi le casse statali vanno rimpinguate a scapito degli enti locali, prima imbrigliati e dopo ingannati dai vincoli del Patto di Stabilità interno.

I contenuti dell’articolo 36 prendono spunto, sottotraccia, dalla Regione Basilicata. Tutto ha inizio l’11 luglio 2014, allorquando il governatore lucano si è fatto promotore della Legge regionale n.17 recante “Misure urgenti concernenti il Patto di Stabilità interno”. L’obiettivo era quello di perseguire la strada della “sussistenza” cercando di utilizzare per la spesa corrente -e senza vincoli- gli introiti petroliferi. Una legge che lo Stato ha deciso di impugnare il 10 settembre 2014 e che l’esecutivo ha riportato nell’impianto dello Sblocca-Italia regolamentandola a proprio vantaggio. L’articolo 36 prevede l’esclusione dal Patto di Stabilità delle sole spese destinate ad interventi di sviluppo dell’occupazione, industriale e miglioramento ambientale nelle aree in cui si svolgono le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi, per gli importi stabiliti con decreto del ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze da emanare entro il 31 luglio di ciascuno anno. In sostanza un impegno di “autofinanziamento” deducibile dalle somme del Patto di Stabilità, ma solo relativo a trasferimenti in royalty riguardanti l’aumento
delle produzioni di idrocarburi e per soli 4 anni (dal 2015 al 2018), comunque vincolati a successivi decreti dei ministeri competenti e da investire anche nel settore petrolifero.

petrolio_draculaLa Basilicata otterrebbe – in deroga – 50 milioni di euro sulle produzioni dell’anno corrente. Per i successivi anni, invece, dovrà attendere un apposito decreto, ma solo in caso di aumento delle produzioni di greggio, da quello che è considerato il giacimento in terraferma più grande d’Europa, e compatibilmente con gli obiettivi di finanza pubblica.
Mentre l’articolo 37 dispone misure urgenti per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale, attribuendo carattere strategico a tutti gasdotti nazionali ed internazionali,
come il Tap (Trans adriatic pipeline) che potrebbe approdare in Puglia -nonché ai porti interessati da opere strettamente collegate allo sviluppo di progetti energetici strategici, come potrebbe essere Taranto con il progetto Tempa Rossa, strettamente legato al giacimento che la Total è in procinto di sfruttare in Basilicata-, l’articolo 38 è una vera e propria rivoluzione, accolta positivamente sia dalla Federazione internazionale del settore petrolifero (Federpetroli), sia dall’Associazione mineraria italiana per l’industria mineraria e petrolifera (Assomineraria), ovvero il braccio “fossile” di Confindustria. E non poteva
essere altrimenti perché vengono riportate nelle strette competenze dei ministeri competenti le autorizzazioni ambientali per le concessioni offshore (in mare), mentre
per quelle in terraferma si fa riferimento a generiche “intese” con le Regioni interessate, tutte in seno ad un titolo concessorio unico (concesso dal ministero dello Sviluppo economico), ed in odore di illegittimità ed incompatibilità con il diritto dell’Unione Europea, come più volte sottolineato dal costituzionalista Enzo Di Salvatore.

Sul banco degli imputati sia l’estromissione degli enti locali dal procedimento amministrativo che porta al rilascio del “titolo concessorio unico”, sia la possibile violazione del “diritto di proprietà dei privati”, come sancito dall’articolo 42 della Costituzione. Il sottosuolo appartiene al proprietario del fondo fino a quando il giacimento minerario non sia scoperto, e ne sia dichiarata la coltivabilità. Solo a partire da questo momento si ha l’acquisizione del giacimento al patrimonio indisponibile dello Stato. Per le procedure di Valutazione d’impatto ambientale (Via) relative ad istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione, invece, la competenza passa al ministero
dell’Ambiente e non più alle Regioni. L’obiettivo è snellire il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai territori. Una modifica che potrebbe sconvolgere in breve tempo l’elenco delle istruttorie in corso perché -da una parte- lo Sblocca-Italia fissa la data del 31 dicembre 2014 come termine ultimo entro il quale gli enti locali devono chiudere i procedimenti Via aperti, pena il trasferimento degli stessi al ministero dell’Ambiente, e -dall’altra- offre la possibilità alle compagnie di richiedere l’assoggettamento al titolo concessorio unico delle istruttorie in corso. Sullo sfondo, agevolazioni economiche per nuovi investimenti – come quelli nel settore degli stoccaggi – e possibilità di porre il vincolo preordinato all’esproprio dei beni e dare effetto di variante urbanistica, dove necessario, alle autorizzazioni.
PetrolioLo Sblocca-Italia potrebbe avere effetti immediati sui progetti in corso di valutazione presso le Regioni, per la terraferma e per il mare.
Tutte, nessuna esclusa, con la Basilicata al primo posto, seguita dalla Sicilia e, pertanto, dal possibile coinvolgimento delle Regioni a Statuto speciale. Attualmente, sono circa un centinaio i progetti in corso di valutazione ambientale, tra permessi di ricerca, concessioni e stoccaggi. Se dovessero andare tutti in porto, magari in deroga ai poteri statali, la terra ed il mare delle regioni italiane potrebbero veder aumentare l’incidenza delle attività petrolifere sul proprio territorio, con percentuali preoccupanti: la Basilicata passerebbe da un 35% di territorio interessato ad un 64%, l’Abruzzo dal 26% all’86%, l’Emilia Romagna dal 44% al 70%, per citare le più significative. In termini di consumo del territorio potremmo tradurre quest’aumento di percentuali, in un salto dagli oltre 43mila chilometri quadrati interessati di terraferma a quasi 80mila chilometri quadrati.
Trentasette mila chilometri quadrati in più. Per il mare potremmo raggiungere la quota di 70.000 chilometri quadrati, ed oltre. Al momento, si attende un cenno da quelle Regioni maggiormente coinvolte che potrebbero impugnare il decreto,  come da loro poteri. In questo senso, la Conferenza dei Domenico Finiguerra Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome -riunitasi a Roma il 19 settembre
2014- ha solo invitato il governo a rivedere il decreto, riconoscere e valorizzare gli elementi conoscitivi della realtà socio-economica che deriveranno dalle attività di ascolto partecipato dei territori rispetto alle proprie risorse ambientali e produttive, attivare un confronto con le Regioni.

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