RESPIRO

di Luca Cavallero.  [Il racconto che segue è un’anticipazione del libro “Nessuno ci ridurrà al silenzio“, una antologia di scritti sul lavoro, fabbrica, vita operaia, in via di pubblicazione da parte del Centro di documentazione sull’amianto e sulle malattie amianto correlate “Marco Vettori”. Per altri “assaggi di autore” clikkare qui.]

Processo eternit“Lascia che sia respiro
finché tu ci sei
il mio saluto al giorno
per non lasciarsi andare mai.”
(F. Simone – Respiro)

Per la prima volta non mi sono preoccupato. Perché a Casale Monferrato, quando il tuo medico curante ti fa un’impegnativa per una RX torace urgente vista la maledetta tosse che t’accompagna da un mese e che manco gli antibiotici mandati giù per una settimana abbondante hanno attenuato, ti dovresti preoccupare.


Perché a Casale Monferrato, con le sue 2.000 vittime a causa dell’amianto, farsi delle lastre ai polmoni è da molti affrontata (giustamente) con la stessa tranquillità con la quale Christopher Walken premeva il grilletto nella celebre scena de il Cacciatore.
Non so perché ma mi viene in mente quella domenica al Palli di trent’anni fa.
Battista, mio nonno, è lì dietro la rete e continua a urlarmi dietro fra il divertito e il disilluso: “Numero due sei sempre solo, guarda che hai sbagliato ruolo, guarda che hai sbagliato ruolo!”.
Battista, che nome antico: chissà se esiste ancora qualcuno che si chiama così oggi.
Poi proprio lui mi urla dietro, oggi, che indosso la gloriosa maglia nerostellata della squadra della mia città nel suo stadio e me la gioco nel derby contro la Junior Oltreponte? Dov’era quando da piccolo io volevo tirare due calci a un pallone con lui? E certo, lui non poteva mai giocare con me, “c’aveva la polvere” lui, così mi rispondeva ogni volta che gli chiedevo di mollare la Gazzetta dello Sport che aveva in mano e uscire in cortile con me.
Sì, mi avevano detto che aveva lavorato in quella fabbrica del cemento e adesso praticamente respirava solo più con un polmone, però, vedendo i nonni dei miei coetanei come giocavano con loro, la ritenevo una grandissima ingiustizia. In un cortile come il suo a Casale Popolo poi, bello e rettangolare che sembrava un campo di calcio in miniatura fatto e finito, con il cancello a fare da porta da una parte e l’entrata del portico con galline e conigli dall’altra che mancavano solo le bandierine del calcio d’angolo.
E’ vero, un terzino non dovrebbe mai essere solo ma stare sempre attaccato al suo uomo da controllare (almeno allora che il fuorigioco sistematico alla Sacchi non era ancora di moda), al contrario di una punta che invece dovrebbe sempre smarcarsi, ma che ne sapeva lui con il suo 85% d’invalidità a causa dell’asbestosi come si corre in campo? L’avrei capito quindici anni più tardi quando, attaccato a una bombola d’ossigeno, cercava l’aria disperatamente mentre la vita gli scappava via che quel giorno avrei dovuto correre di più, inseguendo come un matto gli attaccanti avversari, io che potevo, correre anche per lui che a causa dell’Eternit non poteva più farlo….
Esco dallo studio medico con la mia bella impegnativa in mano, fra le tante iatture quella di dover andare in ospedale dall’altra parte della città in giorno di mercato proprio non ci voleva, sembra che tutta Casale sia per le strade, ma ci va ancora qualcuno a lavorare?
Perché qua la crisi picchia e picchia duro, anch’io l’ho provato sulla mia pelle quando un anno fa, al rientro dalle ferie, mi è stato detto che iniziava per me e altri miei colleghi la cassa integrazione a zero ore.
Ma come? Sono il responsabile del magazzino, senza di me si ferma tutto! Bubbole, nessuno di noi è indispensabile, era l’inizio della fine e dopo quasi un anno mi ritrovavo agli sgoccioli degli ammortizzatori sociali con un figlio che stava per iniziare la prima elementare, avevo passato i quaranta e chi mi avrebbe assunto?
Ah, e adesso avevo pure un’impegnativa per una RX torace, a Casale Monferrato, non so se mi spiego.

Che anno era quando ricoverarono Alberto perché gli avevano trovato l’acqua nei polmoni?
Mentre guido ripenso a quella domenica pomeriggio nella quale Mario ed io andammo a trovarlo in ospedale, lavorava con noi in catena di montaggio e durante un fine settimana un dolore alla schiena che lo affliggeva da qualche tempo divenne insostenibile al punto di spingerlo fino al pronto soccorso per, disse lui, farsi prescrivere un buon antidolorifico.
Alberto aveva trentasette anni e non aveva mai lavorato all’Eternit, eppure lo ricoverarono e gli drenarono l’acqua che si era fermata, un versamento pleurico, un maledetto versamento pleurico originato chissà da cosa…
Non ci volle molto tempo a capire che cosa fosse: Alberto non tornò più a lavorare, andavamo a trovarlo spesso ma non aveva voglia di uscire, diceva che riusciva a dormire solo più su un fianco per il dolore, gli veniva il fiatone solo per fare il tragitto dalla stanza da letto al tavolo in cucina e perdeva chili, continuava a perdere chili.
Adesso ricordo, era il 1999, quante volte mi sono chiesto mentre tutti noi il 31 dicembre festeggiavamo l’arrivo del nuovo millennio con la sua carica di speranze e illusioni, come l’avesse vissuta lui quella sera che portava al 2000, con quali sentimenti, con quanta consapevolezza che quello che stava per arrivare non era un inizio ma la fine.
Faceva caldo quel pomeriggio di maggio quando, noi colleghi di reparto, pretendemmo di portare in spalla la bara di Alberto dall’ingresso del cimitero di Casale sino al loculo che avrebbe ospitato un giovane uomo che l’amianto non aveva fatto vivere neanche trentotto anni, faceva un caldo maledetto e il fiato mancava sotto quel peso e camminando su quella stradina di ghiaia che sembrava non finire mai, ma noi il fiato l’avevamo ancora, noi.

Dalla radio in macchina escono le note di una vecchia canzone che fece successo quando ancora ero piccolo e usavo un buffo mangiadischi arancione, parla di respiro, che buffa coincidenza.
Non posso non rifare un conto che nella mia testa ho già fatto mille volte: nella mia città, bambini e immigrati a parte, siamo circa in trentamila, ancora l’anno passato più di cinquanta di questi trentamila hanno scoperto di avere addosso il mesotelioma e così è stato l’anno precedente e l’anno prima ancora, al primo di gennaio ogni casalese sa che ogni cinquecento persone potrebbe toccare a lui, non male come probabilità.
Poi faccio un altro conto: cinquantadue sono le settimane in un anno, questo vuol dire che ogni settimana a Casale Monferrato viene emessa una sentenza di condanna a morte per un mio concittadino a causa dell’amianto, se non è pulizia etnica questa…
Mi domando spesso come, chi è nato in questa città, riesca a convivere con questa spada di Damocle, quest’assurda lotteria che ti da il tuo numerino in mano da quando nasci e giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno le estrazioni continuano e tu sai che ti può toccare ed è molto, molto, molto più probabile “vincere” qua che in qualsivoglia lotteria o gratta e vinci che puoi acquistare dal tabaccaio all’angolo.
Forse non bisogna pensarci, forse è fatalismo o forse è soltanto incoscienza, ma è anche questo un modo per sopravvivere all’angoscia e alla paura perché sai che toccherà a uno di noi ogni cinquecento, uno almeno ogni settimana, uno che ha avuto il solo torto di respirare l’aria di questa città prima che le bonifiche fossero terminate: non sono statistiche, diciamocela tutta, è una guerra.

Io c’ero in quella sera di metà dicembre, eccome se c’ero, anche se a riguardarla adesso a distanza di anni non capisco dove finisca il ricordo di ciò che è stato e dove inizi la mitizzazione della stessa da queste parti tanto è stata intensa, viva, degna, probabilmente irripetibile nei numeri e nella forma.
Nell’autunno del 2011 l’amministrazione comunale di Casale Monferrato, guidata dal sindaco Demezzi che solo pochi mesi prima aveva dichiarato pubblicamente che un evento simile sarebbe stato praticamente impossibile, decide di sedersi al tavolo delle trattative con chi rappresenta l’imputato principale al grande processo all’amianto che si tiene a Torino, lo svizzero Schmidheiny, per trattare il ritiro della costituzione del comune della città martire dall’amianto come parte lesa, in cambio di diciotto milioni di euro.
Il 16 dicembre alle ore 21 è convocato il consiglio comunale a maggioranza di destra che dovrà ratificare il tutto, ma il passaparola e il tam-tam di attivisti e semplici cittadini fa si che lo scalone del Comune, il cortile e la via antistante siano invasi da una marea di cittadini inferociti che urlano la loro rabbia e il loro sdegno per chi ha intenzione di vendere una comunità intera in cambio dell’impunità del suo carnefice.
Io c’ero e ho visto ex lavoratori Eternit con l’asbestosi raccogliere il poco fiato per urlare le peggiori maledizioni, maestre di scuola lanciare monete all’interno di palazzo San Giorgio gridando “Tenete anche queste!”, studenti che per la prima volta si mettono in gioco per cambiare il proprio futuro chiedendo rispetto per la storia della quale son figli e nipoti, lavoratori, casalinghe, tifosi della squadra locale, ambientalisti, pensionati in giacca e cravatta perché in Comune comunque “si va vestiti bene”, gente che quarant’anni prima è venuta dal sud e questa città ha magari dato loro lavoro ma portato via una persona cara, antagonisti e simpatizzanti da Alessandria, Torino e non solo, quella sera un Quarto Stato da inizio anni duemila per la memoria e la giustizia, decide di muoversi contro istituzioni che sembrano voler calpestare i propri cittadini, il loro dolore, la loro stessa storia.
La seduta sarà interrotta più e più volte, invano sarà chiesto l’intervento della forza pubblica per mettere a tacere il rumoroso dissenso delle centinaia e centinaia di cittadini esclusi da quella che dovrebbe essere la casa di tutti loro, alle tre del mattino però passerà la delibera d’indirizzo per l’accettazione dell’offerta.
Ed è lì, in quella notte che pare non finire mai, che una comunità intera capisce che si può cambiare il corso delle cose manifestando, opponendosi, mobilitandosi e così facendo, dopo un mese e mezzo d’assedio nelle piazze, sui giornali, ovunque gli amministratori locali si rechino, l’amministrazione di centro destra abbandonerà i suoi propositi e il comune di Casale Monferrato sarà protagonista sino alla fine del maxi processo.

Finalmente arrivo nel parcheggio dell’ospedale, nonostante i continui tagli alla sanità pubblica qua in Piemonte sembra che i casalesi non siano abbastanza responsabili da smettere d’ammalarsi e d’aver bisogno di prestazioni sanitarie, non si riesce a trovar parcheggio manco a pagarlo (meglio dirlo sottovoce, sennò capace che mettono le strisce blu pure qui) e inizio a girare come un disperato.
Finalmente si libera un buco, m’infilo, metto il mio bel disco orario e scendo dalla macchina iniziando a salire la rampa che porta all’ingresso principale del nosocomio cittadino.
Salgo all’accettazione, essendo in cassa integrazione e con un figlio a carico sono comunque ricco, mi spiegano di andare a pagare il ticket per queste lastre con la dicitura urgente contrassegnata dal mio medico e mi reco verso il punto giallo, una macchinetta che fa da cassa per tutti noi utenti: logicamente non funziona, ma vuoi mettere con un dipendente in carne e ossa che magari si ammala, va in ferie, addirittura sciopera?
Sbraito, mi faccio spiegare come pagare in maniera alternativa e finalmente posso tornare al reparto raggi, rifaccio la coda all’accettazione ed eccomi lì parcheggiato su una sedia, in attesa di una chiamata.
Arriva il mio turno, mi fanno togliere la maglia raccomandandomi di posare eventuali catenine, abbraccio un macchinario e iniziano a fami le lastre.
“Si accomodi fuori, la chiameremo noi”.
Ricomincia l’attesa.

Quando si fa la storia a livello di giustizia per lo sterminio subito da Casale Monferrato a causa della lavorazione d’amianto e la sua dispersione a livello ambientale?
Lunedì 6 aprile 2009, poche ore dopo il terremoto che distrusse l’Aquila, quando c’è stata la prima udienza del processo di primo grado? Beh, io quel giorno c’ero.
O forse in quel caldo martedì 22 luglio 2009 quando furono rinviati a giudizio i due imputati? Anche lì c’ero.
Magari all’apertura del processo vero e proprio, quel giovedì 10 dicembre del 2009, anche lì c’ero.
Certo quel lunedì 13 febbraio 2012, quando dopo un paio di mesi di lotte in città arrivò la sentenza, fu davvero speciale. Comunque anche lì c’ero.
Poi, un anno e un giorno dopo, ossia martedì 14 febbraio 2012, in occasione dell’apertura del processo d’appello quando tanti, troppi, credendo che il più fosse fatto rimasero a casa. Logicamente c’ero.
E di quel lunedì 3 giugno 2013, un giorno dopo la festa di una Repubblica che nella propria costituzione si dice fondata sul lavoro, anche quello che vede la sentenza d’appello per aver causato 3.000 morti? Si, c’ero.
Credo sia stato importante come cittadino casalese esserci in tutti questi passaggi del cosiddetto Processo Eternit, ma non credo altresì che si possa decidere fra queste date quale sia stata la più importante.
Ogni volta che a Casale abbiamo fatto una fiaccolata, un incontro pubblico, una visita nelle scuole per raccontare ai bambini cos’è stato per questa città l’amianto, una manifestazione per tutelare il nostro diritto alla salute e alla giustizia, ogni volta che si è stati in Associazione Familiari Vittime Amianto a dare una mano o ad ascoltare le storie di Romana Blasotti Pavesi che ha perso cinque famigliari o di Bruno Pesce che da quarant’anni si batte per pura passione per questa causa e ogni volta che su un giornale locale fra i necrologi leggiamo “morto per amianto” beh, credo che ogni momento sia fondamentale per chi, come me, sente questa città e la sua tribolata storia come un qualcosa di proprio, vissuta fino all’ultimo respiro.

“Ecco qua: in questa busta ci sono il referto e un compact disk con le sue lastre, la porti al medico curante e le spiegherà tutto”.
Ma come, penso fra me e me, io vengo qua con un’impegnativa urgente perché qualcosa non va ai miei polmoni, siamo a Casale Monferrato e non mi dici niente?
Esco dall’ospedale, fuori è iniziato un temporale di fine estate di quelli che sembra venir giù il cielo tutto insieme, metto la busta sotto la maglia e inizio a correre verso il parcheggio.
Salgo in macchina, tiro fuori la busta e mi dico che va bene seguire le direttive dei medici, macheccazzo, questa volta disubbidisco.
“In sede retrocardiaca si apprezza stria di opacità orizzontale a cui si associa accentuazione del disegno polmonare a livello del segmento postero-basale di sinistra. Il reperto è compatibile con addensamento flogistico. Si consiglia un controllo tra 10-15 giorni dopo opportuna terapia”.
Quindi?
Quindi è broncopolmonite, mi dirà dopo poco il mio medico, terapia a base di penicillina per endovena due volte al giorno per una settimana più cortisone più altro antibiotico.

A Casale Monferrato quando leggi gli esiti di una lastra e ti dicono che ti manca il fiato perché hai la broncopolmonite sei contento, magari per la prima volta non ti eri preoccupato, però contento lo sei.
Non è difficile capire il perché se ci sei nato e ci hai vissuto tutta la vita, non è difficile se conosci la nostra Storia.

L’insediamento produttivo della ditta Eternit di Casale Monferrato si estendeva su di un’area di circa 94.000 mq di cui circa 50.000 erano coperti (con lastre di fibrocemento). L’attività produttiva ebbe inizio il 19/03/1907 e cessò completamente il 06/06/1986. Durante questo periodo le assunzioni furono circa 5000 con presenza simultanea anche di 3500 addetti.
Verso la fine degli anni ’70 incominciò a prendere credito la convinzione che l’attività lavorativa alla Ditta Eternit sia accompagnata da una drammatica sequenza di patologie professionali, e parallelamente cominciano le prime indagini mirate alla conferma epidemiologica di tale convinzione. Nel giugno del 1986 dopo lunghi anni di crisi la produzione s’interruppe con l’allontanamento degli ultimi 350 lavoratori ancora occupati. I danni causati dall’amianto lavorato all’Eternit non si sono limitati a interessare la popolazione esposta professionalmente, ma riguardano anche l’ambiente con i suoi abitanti.
Negli anni ’70, infatti, si comincia a registrare nel reparto di Medicina dell’Ospedale di Casale Monferrato, un significativo incremento dei morti per mesotelioma.
A oggi sono circa oltre 1200 casi di mesotelioma pleurico rilevati e si arriva a 2.000 vittime per malattie asbesto correlate, l’intero comune di Casale Monferrato si è costituito parte civile nel maxi processo Eternit cominciato nel 2008 grazie all’Associazione Familiari e Vittime dell’amianto, ai sindacati e ai cittadini che si opposero fisicamente alla giunta Demezzi che nel 2011 intavolò una trattativa con l’imputato svizzero per ritirare la costituzione del Comune stesso.
A una simile ecatombe la giustizia italiana ha risposto disponendo la condanna in appello di Schmidheiny, l’imputato numero uno, a diciotto anni di reclusione e al pagamento di un’ammenda di cento milioni di euro (per l’altro imputato, il belga de Marchienne, il processo è terminato con la sua morte sopravvenuta nel maggio 2013).

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