PER I MORTI DELL’ETERNIT SOLO INGIUSTIZIA

di Leonardo Bianchi. Intervista ad Alberto Prunetti, tratta da Vice.

Eternit 5Negli ultimi mesi alcune sentenze hanno, per vari motivi, provocato un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica: sto parlando delle assoluzioni nel ​caso Cucchi e nel processo contro la Commissione Grandi Rischi per il ​terremoto dell’Aquila, nonché della sentenza della Corte di Cassazione dell’altroieri sul caso Eternit.

Il processo all’Ete​r​nit—che riguarda la morte per esposizione all’amianto di circa tremila persone a Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, dove c’erano gli stabilimenti dell’azienda—era iniziato nel 2009, e per importanza e gravità dei fatti qualcuno l’aveva anche definit​o “una Norimberga in tempo di pace.” Gli imputati erano il magnate svizzero Stephan Schmidheiny (ex presidente del cda della Eternit) e il barone belga Louis De Cartier de Marchienne (morto nel 2013), direttore della ditta negli anni Sessanta.

Nel pri​mo e seco​ndo grado la giustizia italiana era riuscita a condannare gli industriali a più di 15 anni di carcere per “disastro ambientale doloso permanente” e “omissione dolosa di misure antinfortunistiche.” La Corte di Cassazione, tuttavia, ha annullato la sentenza d’appello per intervenuta prescrizione: in poche parole, la responsabilità del disastro è stata accertata, ma è passato troppo tempo per punire i colpevoli.

Con un giudizio del genere, è sfumata anche la possibilità per i familiari delle vittime e le comunità locali di ottenere i risarcimenti. Paolo Liedholm, che rappresenta l’Associazione dei famigliari delle vittime di amianto, ha ​detto che una sentenza del genere è “assolutamente demenziale, di fronte a una storia così che vede ancora oggi persone che muoiono a ritmo di 50-60 l’anno”.

Eternit 4Nel frattempo ci sono ancora tre inchieste sul caso Eternit. I pm Raffaele Guariniello e Granfranco Colace ​ne hanno appena chiusa una, accusando Schmidheiny dell'”omicidio volontario” di 256 persone con l’aggravante dei motivi abietti (la volontà di profitto) e del mezzo insidioso, ossia l’amianto.

Al di là delle vicende processuali, comunque, l’Italia solo di recente ha cominciato seriamente a fare i conti con i disastri ambientali e sociali provocati dall’uso disivolto dell’amianto e di altre sostanze letali per la salute degli operai.

Per parlare della sentenza, delle sue implicazioni e dell’impatto che ha avuto l’amianto sul paese ho sentito Alberto Prunetti. Lo scrittore ha seguito ​da vicino il processo Eternit e ha pubblicato Amianto. Una stori​a operaia, un libro che racconta come suo padre, l’operaio Renato Prunetti, sia stato lentamente ucciso dall’amianto e da un sistema industriale che per decenni ha usato i lavoratori come carne da macello.

VICE: Ciao Alberto. Visto che eri in Cassazione, come descriveresti l’atmosfera che si è respirata l’altro giorno?
Alberto Prunetti: Lo sgambetto era atteso. Ricordo che, per il secondo grado a Torino, un anno fa mi sono ritrovato nel mezzo di una manifestazione gioiosa. A Roma, invece, di fronte al Palazzaccio si percepiva l’ansia, mitigata dalla presenza di tanti attivisti arrivati da ogni parte del mondo per portare solidarietà e affetto alla gente di Casale Monferrato.

Casale MonferratoAl peggio ci si aspettava che cadesse il dolo, o che bisognasse ripartire dal secondo grado. Non un colpo di spugna come questo che irride la giustizia: colpevole però prescritto. Insomma l’ansia ha lasciato il posto all’incredulità attorno alle 14.30, quando è giunta la richiesta del procuratore generale. Poi col buio è esplosa la rabbia e sono cadute le lacrime. Ma ieri a Casale i familiari delle vittime erano già in strada per rilanciare il guanto della sfida. Loro non si sono mai tirati indietro.

A Casale Monferrato il sindaco ha indetto una giornata di lutto cittadino, e la città è scesa in piazza per protestare. Da quello che hai potuto vedere, come si è comportata Casale in questi anni?
Casale è il caso esemplare di una comunità in lotta. La gente ha socializzato i propri lutti, si è costruita una famiglia allargata che si sostiene nella resistenza contro la nocività industriale, attraverso grandi momenti di testimonianza, di lotta e di convivialità. Casale è descritta spesso come un posto amareggiato, la “capitale del lutto e dell’amianto”. In realtà è la città che ha resistito all’amianto e i casalesi sono persone con una grande voglia di vivere e di lottare.

Tu stesso hai un legame con Casale Monferrato. Nel libro dici di essere “nato sotto il segno dell’amianto,” e tuo padre all’inizio degli anni Settanta aveva iniziato a lavorare a Casale Monferrato, cioè in quella che definisci il “simbolo del genocidio dei lavoratori.” Che consapevolezza c’era del rischio, all’epoca?
Il mio legame con Casale è strano. Ci sono stato la prima volta nel ventre di mia madre, prima di nascere. Mio padre lavorava alla raffineria Maura, a cinque minuti da Casale Monferrato. Oggi la raffineria è chiusa ed è stata smantellata. Da allora per tornare a Casale ci ho messo 40 anni. Ma forse è per questo che mi sono subito sentito a casa. Oppure è così perché i casalesi sono molto ospitali con chi cammina assieme a loro: ti fanno sentire subito parte della comunità.

È successo a me come a decine di attivisti, molti dei quali non parlano neanche italiano: Casale è la casa di chi combatte contro l’amianto. Venendo alla seconda domanda che mi poni, il rischio era percepito dagli operai e negato dai padroni. È vero però che spesso, in passato, si tendeva purtroppo a monetarizzare il rischio, ovvero a fare lavori usuranti e nocivi in cambio di una paga più alta.

eternit 9 Eppure, già dagli anni Sessanta del secolo scorso c’erano ricerche che dimostravano che la polvere di amianto provoca asbestosi e mesotelioma (una grave forma di cancro). Perché si sono ignorate queste ricerche per così tanti anni?
Per il profitto. Per continuare a far soldi. Hanno tentato di attutire il senso di pericolosità dell’amianto. È provato, sta nelle carte processuali e nelle motivazioni delle sentenze dei primi due gradi di giudizio: il fatto che sia prescritto non implica che non sia stato provato. Negli anni Settanta venivano spediti medici prezzolati nei convegni accademici per sostenere che quello dell’amianto era un rischio con cui i lavoratori potevano convivere. Ovviamente non era vero.

Nel tuo libro parli anche dell’iter giudiziario che hai dovuto sostenere per far riconoscere che tuo padre aveva ricevuto un’esposizione all’amianto superiore alla “norma di legge.” Avete ottenuto qualcosa di vagamente simile alla “giustizia”?
È stata una beffa, una beffa totale, anche nel mio caso. Io non ho neanche potuto intentare una causa penale o il riconoscimento del danno perché appunto il fallimento proteggeva l’azienda in cui mio padre aveva lavorato. Con mia madre abbiamo richiesto allora il riconoscimento dell’esposizione professionale all’amianto. Mio padre ha tentato un paio di volte di ottenere il riconoscimento dell’esposizione professionale per andare in pensione anticipata: era invecchiato molto rapidamente. Gliel’hanno negato.

Nel 2011 una sentenza ha riconosciuto questo suo diritto. La sentenza dice che aveva diritto a 7 anni e mezzo di pensione anticipata, avendo lavorato per 15 anni, 9 mesi e 21 giorni a contatto con l’amianto. A parte il fatto che ha lavorato anche per più tempo a contatto con la fibra assassina, lo humour nero sta nel fatto che era già morto nel 2004. Come faceva ad andare in pensionamento anticipato da morto?

Riguardo ai soldi, ora danno a mia madre 70 euro di più ogni mese nella sua pensione di reversibilità.

Eternit 7Secondo il magnate svizzero Schimidheiny, l’Italia è l’unico Paese che vuole risolvere “la catastrofe dell’amianto” attraverso processi penali contro singole persone. Oltre ai grandi imprenditori, di chi è la responsabilità di questa catastrofe?
L’affermazione di Schimidheiny non ha senso. O forse sì, dipende dai punti di vista. Diciamo che l’Italia è il primo paese che è riuscito a portare alla sbarra un capitalista accusato di un disastro industriale. Il problema è che in Cassazione hanno sollevato la sbarra e l’hanno fatto passare.

Quanto alle responsabilità di questo disastro, c’è di tutto: ispettori del lavoro che non facevano il loro lavoro, sindacati che difendevano i padroni invece di difendere gli operai, medici che propagavano la morbilità guardando da un’altra parte, politici pagati per fregarsene. La storia dell’Italia del boom economico è anche questo.

In questi giorni la politica ha avuto un ​moto di indignazione per la sentenza sul caso Eternit. Ma dov’era la politica quando centinaia di migliaia di operai venivano mandati a lavorare a contatto con l’amianto e altre sostanze letali?
Oggi tutti, a partire dal premier, si sbracciano a dire che è una vergogna, che bisogna riformare la giurisprudenza, eccettera. Ma prima della sentenza nessuno parlava del caso Eternit, c’era un silenzio assordante attorno alla gente di Casale. E infatti noi il colpaccio ce lo aspettavamo. Invece di sbracciarsi a giochi fatti, non era meglio svegliarsi prima, esprimere la solidarietà e far sentire il peso delle istituzioni? Anche solo un messaggio per far capire alla Cassazione che gli sguardi del paese erano puntati su di loro.

Invece, silenzio prima e poi sbracciarsi dopo. Oggi politici, scrittori e opinionisti son tutti lì a parlare della Eternit: ma chi li ha mai visti a Casale, a Rubiera, a Bagnoli o a Bari? Dov’erano quando Pesce e Pondrano dell’Associazione familiari delle vittime chiedevano l’aiuto e il sostegno delle istituzioni? Speriamo che siano conseguenti e che questo aiuto arrivi adesso. Oppure il loro è solo un giochetto che serve a mettersi in tasca e capitalizzare la rabbia della gente di Casale e l’indignazione dei cittadini comuni?

Eternit 8In Italia ci sono ancora ​33.610 siti inquinati con l’amianto. Secondo te, in questo paese c’è abbastanza consapevolezza sulle devastazioni umane e socialiche non sono ancora finite, purtroppocausate dall’amianto?
Secondo me no. E il problema diventerà devastante nei prossimi anni. Si fa poco per rimuovere l’amianto dalle nostre case. Nessuno parla di bonificare, di incentivare pratiche di microsmaltimento per manufatti in amianto di facile rimozione.

Il problema è che non si muore sul colpo e la distanza temporale tra esposizione, inalazione della fibra e diagnosi del tumore può arrivare a 30 anni, anche di più. Così nessuno si preoccupa, sebbene i casi stiano aumentando in maniera esponenziale. E mentre l’asbestosi e il tumore polmonare colpiscono perlopiù i lavoratori, mi pare di capire da alcuni riscontri che il mesotelioma stia colpendo una popolazione sempre più giovane.

Quest’estate a Casale è morta una donna di 35 anni, e sempre nel Monferrato è venuta a mancare qualche giorno fa una ragazza di 28 anni. Hanno inalato la fibra da bambine. E intendiamoci: quello dell’amianto non è un problema solo piemontese. Le scuole italiane in tutto il territorio nazionale hanno un problema grave con l’amianto. Sono stati censiti più di duemila istituti scolastici che espongono i loro studenti alla fibra assassina. Non voglio creare allarmismi facili ma qua nessuno si preoccupa davvero di quel che sta accadendo. Più che riformare la giustizia, il governo dovrebbe bonificare immediatamente tutte le scuole dall’amianto, prima di ogni altra cosa.

Una delle frasi che hanno più colpito nel corso dell’ultima udienza in cassazione è quella del sostituto procuratore, che nel dover chiedere l’applicazione della prescrizione ha detto che in questo caso “diritto e giustizia vanno su strade opposte.” Ecco: ci sarà mai giustizia per i lavoratori morti per l’amianto?
Non lo so. La giustizia mi sa che dobbiamo conquistarla dal basso, perché dall’alto non te la danno mica. Se la gente di Casale avesse voluto i soldi del miliardario della Eternit, lui era pronto a darli. Dov’e il problema? Ne ha fatti così tanti con l’amianto.

Ma se uno rifiuta i soldi perché vuole la giustizia allora è un altro paio di maniche. Perché la giustizia dovrebbe arrivare prima ancora di entrare in un tribunale. La giustizia sociale è non morire sul posto di lavoro, ad esempio. Eppure in Italia muoiono ogni giorno tre lavoratori, soprattutto nell’edilizia o nelle campagne. La giustizia verrà insomma se sapremo chiederla e costruirla da basso. Non è la sentenza ma è la strada che facciamo per pretenderla.

Leonardo Bianchi, 21 novembre 2014.

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