IL SILENZIO DELLA POLVERE. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto

Antonello Petrillo (*)

Il silenzio della polvere[Negli anni Ottanta, in una piccola città del Meridione interno, centinaia di giovani vengono radunati su di un piazzale in periferia. A tutti coloro che hanno meno di vent’anni viene chiesto di fare un passo in avanti: un’impresa, costituita per l’occasione, li assumerà per effettuare una delle operazioni più inquietanti della storia industriale del nostro Paese.

A mani nude, senza mascherine né tute protettive, decoibenteranno dall’amianto – in pieno centro abitato – poco meno che l’intero parco rotabile (vagoni ed elettromotrici) delle Ferrovie dello Stato.

L’indagine socio-etnografica di URiT sull’Isochimica di Avellino ricostruisce attraverso le biografie dei sopravvissuti (operai e abitanti del quartiere, molti dei quali gravemente ammalati), le omertà e i silenzi delle istituzioni di controllo e del ceto politico locale.

Una vicenda apparentemente incredibile, che può essere invece considerata un paradigma delle modalità attraverso le quali alcuni territori, economicamente e socialmente “deboli”, sono stati costituiti in sede privilegiata per la localizzazione di lavorazioni pericolose. Quello che segue è l’intervento di Antonello Petrillo, coordinatore dell’indagine durante la presentazione al Festival del Cinema dei Diritti Umani dell’8/12/13.]

URiT si occupa da anni delle forme e dei dispositivi entro i quali si articola materialmente ai nostri giorni la governamentalità tardoliberale di territori e popolazioni. Siamo partiti dalle potenti suggestioni teoriche di Michel Foucault in materia di biopolitica, per incrociarle con l’altra tradizione che questo autore aveva inaugurato alla fine degli anni Settanta, con i suoi reportages d’idées per il Corriere della Sera: incontrare –alla maniera dei giornalisti, ma distaccandosi dalle contingenze del presente cui i giornalisti sono inevitabilmente costretti- il potere sulla vita (e sulla morte, nel senso del “lasciar morire”) laddove esso concretamente si manifesta; incontrare anche, fatalmente, le resistenze che tale potere pure produce, nei corpi delle donne e degli uomini che a esso strenuamente si oppongono. Dar voce al silenzio, restituire la parola a coloro ai quali è stata troppo a lungo tolta.

Sono nate così, nel corso del tempo, le nostre ricerche sull’Iraq postbellico, sui movimenti di lotta contro discariche e inceneritori in Campania e numerose altre. Avevamo già incontrato molte volte l’Irpinia, terra meravigliosa e offesa, della quale poco si parla fuori, se non per retoriche e oleografie. Avevamo raccontato la lotta strenua di Ariano e Savignano contro lo sfregio impunito delle discariche o la penetrazione silenziosa e capillare della camorra nelle pieghe della società locale (in un bel libro di qualche anno fa di Marco De Biase). Qualcuno di noi, fra l’altro, è di origini irpine. Io stesso, orgogliosamente, lo sono.

isochimica
Operai dell’isochimica, al lavoro senza nessuna protezione.

Dunque, l’appuntamento con il dramma bruciante dell’Isochimica non potevamo mancarlo. Per noi era un imperativo scientifico, morale, politico, affettivo. Da quasi due anni ascoltiamo e raccogliamo la parola negata degli uomini e delle donne protagonisti di questa vicenda, partecipiamo alle loro assemblee e ne seguiamo l’impervio percorso verso il riconoscimento dei propri diritti, speranze e fallimenti inclusi.
Le loro storie ci hanno preso nella carne. Le porteremo sempre, gelosamente, con noi: come loro si portano addosso l’amianto. Sono storie di operai-giovinetti, poco più che maggiorenni, invidiati dai loro coetanei per aver trovato un “bel posto” nella fame di lavoro dell’Irpinia post-terremoto, divenuti adulti con la consapevolezza di avere la morte addosso e con loro le proprie compagne, che ne lavavano gli indumenti al ritorno dalla fabbrica. Sono storie di ferrovieri e abitanti del quartiere Ferrovia, un quartiere popolare ai margini della città dove il “margine” è tutto (urbanistica, servizi, qualità della vita) e dove il “margine” si è fatto confine con la malattia e la morte, vis à vis con centinaia e centinaia di metri cubi di amianto dell’ex-fabbrica ancora bellamente depositati lì, tra scuole, campetti di calcio e abitazioni. Sono storie che, cogentemente, rinviano ad altre storie. Quelle delle responsabilità politiche, istituzionali e persino sociali che gravano sull’intera vicenda. Sono storie che chiamano in causa sindaci, politici e amministratori locali e nazionali, modelli di sviluppo improbabili e distruttivi disegnati per queste terre all’indomani del terremoto del 1980, urbanizzazione frammentata, commistione forzata di elementi urbani e rurali, progetti di industrializzazione velleitari e dissipazione di risorse territoriali.
Sono storie che chiamano direttamente in causa interi apparati dello Stato: la sanità, la medicina del lavoro, gli organismi di controllo, le istituzioni previdenziali, il potere giudiziario, un sindacato spesso ammalato di afasia.
isochimica (2)Quanti silenzi in trent’anni, quante omissioni, quante retoriche a coprire la nuda vita di centinaia di persone. Nel volume che consegneremo alle stampe agli inizi dell’anno prossimo saranno contenute interviste preziose a testimoni privilegiati dell’epoca che ci auguriamo possano aiutare a districarsi un po’ in questo trentennale labirinto di parole mancate. Allo stesso modo, proveremo a ricostruire l’incredibile, assordante silenzio della città in questi anni. Per tanto, troppo, tempo queste donne e questi uomini sono stati lasciati da soli a condurre una battaglia disperata che sembrava non sfiorare il corpo sociale locale. Addirittura, fino alla fine degli anni Novanta, abbiamo potuto ricostruire attraverso l’esame delle fonti di stampa che queste donne e questi uomini furono accusati spesso di essere portatori di un sovversivismo astratto e velleitario, di un rifiuto irrazionale del modello di sviluppo e prosperità che, faticosamente, si stava costruendo per loro: di sputare, insomma, nel piatto nel quale mangiavano. E’ una tristezza nella tristezza, una miseria nella miseria, ma noi facciamo ricerca sociale e abbiamo il dovere di documentare anche la miseria sociale, quando essa, tristemente, appare. […] Ci insegna, in fondo, mostrandocela ai suoi albori – quegli anni Ottanta nei quali ancora nessuno ci pensava – l’altra faccia della globalizzazione: il saccheggio di territori e popolazione, il ricatto occupazionale, lo sfruttamento delle donne e degli uomini sotto la vernice frusta dello sviluppo e del progresso, la morte raccontata come vita.

Il libro: Antonello Petrillo (a cura di), Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto, Mimesis. Cartografie sociali, 2015, p. 234.
(*) Docente di sociologia dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e coordinatore di URiT, l’Unità di Ricerca sulle Topografie sociali dell’Ateneo napoletano.
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