PATAGONIA: LA GUERRA DEL FRACKING/1

David Lifodi (*)

Murales a Cristina LinkopanSul cartello all’ingresso di una comunità mapuche nella Patagonia argentina c’è scritto: Apache contamina, destruye y mata. Apache è un’impresa di perforazione petrolifera specializzata nel fracking, la tecnica utilizzata per facilitare l’estrazione di petrolio e gas tramite la cosiddetta “fratturazione idraulica” degli strati di roccia. In America Latina il fracking ha preso piede soprattutto in Argentina, con il consenso dellapresidenta Cristina Kirchner: alla Casa Rosada dicono che lo sfruttamento e l’estrazione degli idrocarburi in maniera non convenzionale sono fonte di sviluppo per il paese. In realtà le cose non stanno proprio così, tra morti passate sotto silenzio, sgomberi delle comunità locali e danni enormi dal punto di vista ambientale: questo è il fracking.

La situazione è molto grave soprattutto a Neuquén, città della Patagonia argentina, e in particolare al giacimento Vaca Muerta, a cui il cineasta militante (e senatore) Pino Solanas ha dedicato il documentario “La guerra del fracking”, presentato pochi giorni fa anche in Italia al Teatro Valle Occupato di Roma e al Think Green Festival di Taranto. All’inizio di giugno Cristina Kirchner ha benedetto un accordo che potrebbe avere un effetto devastante per le comunità mapuche che vivono nella Patagonia argentina, e in particolare per la bioregione del Comahue, tra Chevron (già condannata a pagare 19 milioni di dollari per i danni ambientali causati dal fracking per estrazioni dal sottosuolo in Ecuador) e Ypf (Yacimientos Petroliferos Fiscales), la compagnia nazionale argentina di idrocarburi. Il giacimento di Vaca Muerta, definita la più grande riserva di gas shale dell’America Latina, è stato ribattezzato dalla presidenta Vaca Viva: lo scopo dell’accordo, garantisce Cristina, è quello di mettere il paese nelle condizioni di avere garantito l’autorifornimento energetico. Nella bioregione del Comahue è sorta l’Asamblea Permanente del Comahue por el Agua (Apca), fondata, tra gli altri, da un attivista italiano residente da alcuni anni in Argentina, Giulio Soldani. In tutto il paese, ma soprattutto in Patagonia, sono sorte numerose assemblee contro il fracking, poi riunite sotto la bandiera dell’Unión de Asambleas Patagonicas. Tra le vittime del fracking Cristina Linkopan, lonko della comunità mapuche di Gelay Ko, morta oltre un anno fa, a soli trent’anni, a seguito di una malattia polmonare dovuta all’inalazione di idrocarburo, presente nella zona già da molto tempo. Il documentario di Pino Solanas, con l’aiuto dei ricercatori Maristella Svampa e Felix Herrero,  raccoglie le testimonianze degli abitanti della zona, ma soprattutto evidenzia che la “fratturazione idraulica” estrae gas da sorgenti non convenzionali, come le rocce di scisto o i depositi di carbone, causando perdite di metano, provocando microfratture geologiche e contaminando le falde acquifere. La provincia di Neuquén rappresenta un laboratorio a cielo aperto per le transnazionali per quanto riguarda l’agronegozio, l’estrazione mineraria a cielo aperto e il fracking, nonostante le aperte contestazioni di movimenti sociali, sindacati, ambientalisti e collettivi studenteschi. La Ley Nacional de Medio Ambiente, che dovrebbe sancire uno studio di impatto ambientale previo ed una consultazione della popolazione sul cui territorio saranno svolti esperimenti legati al fracking, è carta straccia, così come i princìpi di prevenzione e rispetto della sostenibilità ambientale. Eppure, lo stesso articolo 41 della Costituzione argentina, al pari del 54 di quella della provincia di Neuquén, sanciscono il diritto degli abitanti a vivere in un ambiente adatto per lo sviluppo umano senza che venga compromesso quello delle generazioni future. Inoltre, l’Argentina non riconosce la Convenzione 169 dell’Ilo sui diritti delle popolazioni indigene, che pure avrebbe ratificato, così come non rispetta il riconoscimento del popolo mapuche e il suo diritto ad essere consultato in merito all’attuazione di politiche ambientali sui territori ancestrali, come sancito dalla stessa Costituzione argentina. Ad esempio la bioregione del Comahue, e soprattutto la città di Allen (nella provincia di Río Negro), sono rinomate per la produzione di mele e pere, un attività fortemente danneggiata a partire dal 2010 quando, in nome dell’estrattivismo, l’intera area è stata sacrificata sull’altare delle politiche estrattiviste: attività storiche per il sostentamento delle comunità della zona, a partire dall’agricoltura, hanno subito dei danni incalcolabili. All’imposizione del fracking, di solito, si accompagna una violenta repressione contro i movimenti di protesta. Nel territorio della comunità mapuche di Gelay Ko è stato perforato il primo pozzo petrolifero secondo le tecniche del fracking in America Latina. L’avanzata delle imprese petrolifere su questo territorio è stata ogni volta più violenta: rapidamente le falde acquifere sono state contaminate e le comunità sono rimaste più volte senz’acqua, mentre le multinazionali cercavano di comprare la gente del luogo offrendo pochi litri d’acqua in cambio dell’autorizzazione alle perforazioni. Uno degli episodi più drammatici si consumò nel 2012 quando il giudice della città di Zapala, Oscar Domínguez, ordinò lo sgombero delle comunità di Gelay Ko su richiesta del funzionario dell’impresa Usa Apache Raúl Vila. Purtroppo, fin dagli anni ’50, l’intera bioregione del Comahue è sottoposta alle trivellazioni delle compagnie petrolifere, dalla statale Ypf a quelle private. Al tempo stesso va reso onore anche alla città patagonica di Cinco Saltos, la prima ad imporre una sonora sconfitta all’estrattivismo e ai suoi estimatori. Cittadina di nemmeno trentamila abitanti, nella regione di Río Negro e poco distante dal giacimento di Vaca Muerta, a fine dicembre 2012 Cinco Saltos ha detto no al fracking con un voto all’unanimità dell’intero municipio, che aveva ratificato un ordinanza presentata dal Partito Comunista. Il testo dell’ordinanza ricordava la situazione di forte inquinamento della città, dovuta a materiali tossici e cancerogeni già oggetto di monitoraggio da almeno un decennio.

Il fracking nega il diritto al futuro delle comunità e rappresenta l’ultima frontiera in fatto di estrattivismo petrolifero, ma la resistenza vittoriosa di Cinco Saltos dimostra che sconfiggere le imprese petrolifere ogni tanto è possibile.

(*) Tratto da Peacelink.

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