A LAVORARE IN FABBRICA… SI DIVENTA MATTI

petri_workingclassPaolo Brini (*)

La scelta di organizzare questa assemblea, cui abbiamo voluto dare un titolo un po’ scherzoso, nello spirito della «Settimana della salute mentale» risiede nella volontà di affrontare un tema in realtà molto serio ed importante. Il peggioramento devastante delle condizioni di vita e di lavoro cui stiamo assistendo dall’esplosione della crisi economica del 2008 a oggi e l’impatto dirompente che questo sta avendo sulla salute mentale della classe lavoratrice.

Parliamo di classe lavoratrice, di proletariato, perché non ci riferiamo solo ai metalmeccanici in senso stretto. È un fatto indiscutibile che tutte le categorie di lavoratori dipendenti sono state travolte dalla crisi. È altresì un fatto che tutte le categorie in un qualche modo sono legate a una forma di “catena di montaggio”, sia essa materiale o no, e a una forma di organizzazione del lavoro che le vessa. Dal centro commerciale al Mc Donald’s, dal call center alla Ausl, dal facchino al cooperatore sociale.

Per dirla con una parola, al centro vogliamo porre o meglio vogliamo tornare a porre la condizione operaia. Se qualcuno pensa che si stia affrontando temi desueti e antichi, lo invitiamo a guardare un po’ meno televisione e a soffermarsi un po’ di più anche solo sulle ultime leggi reazionarie varate da questo governo. Leggi che hanno riportato la condizione di lavoro e del diritto del lavoro indietro di almeno 50 anni. Per dirne una rimanendo in tema, nel Jobs Act si dà anche la possibilità al padrone di demansionare il lavoratore che abbia problemi di salute, fisici o mentali che siano.

Naturalmente in questo mondo orwelliano ci raccontano che lo si fa per dare una opportunità in più al lavoratore di (testualmente) «migliorare le proprie condizioni di vita». Esattamente come quando ci raccontano che le guerre si fanno con missioni di pace.

I numeri parlano chiaro. Solo nel modenese dal 2008 a oggi la quantità di persone che si rivolge ai Centri di Salute Mentale è aumentato di oltre un terzo. La stragrande maggioranza dei nuovi utenti sono lavoratori dipendenti travolti da uno dei due opposti effetti che la crisi ingenera. Da un lato chi cade in depressione perché in cassa integrazione o licenziato vede crollare la propria esistenza senza alcuna prospettiva per il futuro. Dall’altro chi il lavoro non lo ha perso e proprio per questo si trova a dover lavorare il doppio. Per fare un esempio, solo nel settore metalmeccanico in questi anni si sono persi 300mila posti di lavoro. L’aumento degli ordinativi e della produzione che stiamo registrando in questi mesi in qualche settore della metalmeccanica si sta traducendo (checché ne millanti il governo con i suoi dati falsi) non in nuove assunzioni, bensì nell’aumento dei ritmi di chi al lavoro c’è già.
Questi dati ci inducono innanzitutto a formulare una prima considerazione. Il concetto teorico di fondo dei padri della cosiddetta “psichiatria alternativa” come Franco Basaglia, Franca Ongaro, Sergio Piro e qualche decennio prima di loro Wilhelm Reich è confermato nella pratica dai fatti. Concetto da essi traslato in ambito psichiatrico dal materialismo storico e dialettico di Marx ed Engels. Ovvero, è il sistema nella sua brutalità, nelle aberranti condizioni di esistenza che impone alla classe lavoratrice, la causa di fondo anche dell’insorgere dei problemi legati alla salute mentale. Il fenomeno che stiamo esaminando lo conferma in maniera inequivocabile proprio perché a essere investita da problemi di carattere psicologico e psichiatrico non è più solo quella parte di emarginazione che il sistema produce e che fino a qualche tempo fa rinchiudeva in un manicomio, in un Opg o in una clinica. Una emarginazione che il sistema poteva “facilmente” celare o dipingere come fenomeno inevitabile e tutto sommato trascurabile. Oggi invece sono i lavoratori – e cioè l’asse centrale attorno a cui ruota, volenti o nolenti, questo sistema – a esserne travolti e l’evidenza di questi dati non può più essere sottaciuta né negata.
In secondo luogo questa situazione ci spinge a proporre due riflessioni. Una rivolta al personale medico che è chiamato dalla propria angolazione ad affrontare questo fenomeno, e l’altra rivolta al sindacato, a noi della Fiom e alla Cgil.
Al personale sanitario l’invito e la sollecitazione che ci sentiamo di fare è di non affrontare questo problema in termini sanitari, medicalizzando il lavoratore che chiede aiuto ai Csm. Perché questo è un rischio che può esserci se non si contestualizza la questione. Si pensi solo alla definizione che ormai viene generalmente utilizzata di Stress Lavoro-Correlato. E’ una definizione sanitaria che spoliticizza un problema che al contrario è profondamente politico e sociale. Un problema presente da quando esiste la classe lavoratrice e che da almeno 150 anni ha un nome scientifico preciso: alienazione. Il che naturalmente non significa che nei casi in cui il personale competente lo ritiene opportuno e necessario per la salvaguardia del lavoratore stesso, non si debba affrontare la questione ANCHE dal punto di vista sanitario. La consapevolezza però che si deve avere e che in un qualche modo deve essere il motore anche dell’azione medica è che esiste una sola cura vera ed efficace per risolvere il problema e questa cura non è una goccettina né una pillolina né la seduta dallo psicoterapeuta. L’unica terapia efficace è che il lavoratore capisca che si deve organizzare con i propri compagni di lavoro e lottare assieme a loro per migliorare e cambiare la propria condizione, dentro e fuori la fabbrica. Dopotutto ci pare che questo sia anche lo spirito di fondo della «Settimana della salute mentale». Uno spirito che trae ispirazione dall’esperienza di quella Psichiatria Alternativa che ha fatto delle assemblee, delle riunioni, del decidere e lottare assieme – invece di delegare al medico o al sanitario – i propri motori propulsivi e la propria forza. Come “il matto” si riappropria dei propri diritti lottando in prima persona e non delegando alla clinica o alla pillola, così deve tornare a fare il lavoratore.
La seconda e più importante considerazione riguarda invece il sindacato. Se è vero come è vero, che in questi anni migliaia di lavoratori anziché rivolgersi al sindacato per i propri problemi di lavoro hanno preferito, perché lo ritenevano più efficace, rivolgersi al medico vuol dire che abbiamo un problema grosso come una casa. Il problema è che come sindacato stiamo perdendo credibilità agli occhi di chi lavora.

Su questo dobbiamo aprire riflessioni serie e approfondite evitando di chiuderci in un fortino autoreferenziale. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento efficace dai lavoratori. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento di classe non per i lavoratori ma dei lavoratori, il mezzo attraverso cui i lavoratori si organizzano e lottano per difendere e migliorare la propria condizione.
Proprio perché queste due riflessioni debbono essere in un qualche modo intrecciate e il ruolo di medici e sindacalisti deve essere di grande sinergia, ci sentiamo di avanzare una proposta su cui come Fiom, non solo a livello locale ma anche nazionale, stiamo ragionando. Una proposta che naturalmente non pretende di essere esaustiva e che è assolutamente aperta, ma che vuole essere un primo tentativo di provare, come si suol dire, a prendere il toro per le corna. Proponiamo e ci proponiamo di istituire uno sportello organizzato dal sindacato con l’intervento del personale medico di riferimento. Uno sportello che riceva e aiuti i lavoratori con problemi psicologici.
Un tale strumento ci permetterebbe di contrastare la tendenza sempre più diffusa e preoccupante delle aziende a mettere a disposizione del lavoratore i propri psicologi “di fiducia”. Se non contrastiamo questa tendenza, “lo psicologo aziendale” diventerà uno strumento di controllo ancora più deleterio del Jobs Act! I lavoratori già sono costretti per vivere a regalare i propri muscoli e la propria fatica ai padroni, non possiamo permettere che siano costretti a dare loro anche la propria mente e i propri sogni.
L’obbiettivo che ci prefiggiamo attraverso questa proposta non è di limitarci a fornire un mero servizio al lavoratore. Al contrario vorremmo poter fornire un’assistenza che possa tradursi anche in militanza, ridando coraggio e fiducia ai lavoratori in se stessi non solo come individui ma come classe.
Insomma, come nella migliore tradizione del movimento operaio, l’idea è che sindacalisti e personale tecnico si mettano insieme al servizio della classe lavoratrice. Perché anche oggi, come in passato, è solo la classe lavoratrice che ha la forza per migliorare e cambiare questo mondo.

(*) Intervento introduttivo per il convegno «A lavorare in fabbrica… si diventa MATTI» , Modena  23 ottobre 2015.

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