IL FUOCO A MARE

Andrea Bottalico (*)

il fuoco a mare1[Quello che segue è un estratto di Il fuoco a mare. Ascesa e declino di una città-cantiere del sud Italia, un reportage narrativo su Castellammare di Stabia. E’ la seconda uscita delle edizioni Monitor.]

Gli altri della sua generazione erano finiti, chi di vecchiaia, chi di mesotelioma polmonare. Quelli come Raffaele venivano mandati alla scuola sindacale ad Ariccia, tra i colli romani. Erano quadri militanti, non accettavano di farsi mettere i piedi in testa da nessuno. E poi le condizioni di lavoro dentro al Cantiere erano dure e rischiose: solo un sindacato forte avrebbe potuto tutelare tutti quei lavoratori. Raffaele diceva di non avere mai avuto una visione draconiana del lavoro. Se le navi non c’erano non c’era lavoro, e il lavoro di certo non avrebbero potuto inventarselo. Erano rotelle di un immenso ingranaggio. Tuttavia costruire navi diventava sempre più una questione politica, dettata da scelte che stavano a monte del processo produttivo e che non dipendevano solo da loro. I compagni del consiglio di fabbrica affermavano, sbattendo il pugno sul tavolo, che erano nati per fare le navi e le navi dovevano costruirle a vita, fino alla fine, ma Raffaele in certi momenti pensava anche a un’alternativa. Dove stava scritto che bisognava buttare il sangue in quelle navi? Lo sapevano, gli operai, chi avrebbero arricchito? Lo sapevano che quelle navi servivano agli stati per fare le loro guerre? Perché, dentro al Cantiere da cui era sceso a mare l’Amerigo, stavano iniziando a costruire quei cassoni così orrendi? E che miglioramenti avrebbero portato i nuovi macchinari automatici? La situazione cambiava in fretta. Erano alcune delle domande che emergevano, in particolar modo il giorno dopo le tragedie, quando lo sconforto e il dolore prevalevano sul silenzio.

Raffaele non riusciva a ostentare la rabbia. Gli toccavano sempre i discorsi di commiato dei compagni morti perché nessuno se la sentiva di parlare in quelle circostanze; si commuovevano, come si commuoveva lui mentre parlava dando le spalle all’arenile, cercando di nascondere sia a me che a Totore gli occhi lucidi dietro agli occhiali spessi. Li teneva a mente tutti quanti e guardava da un’altra parte pensando alla fine che avevano fatto Arturo Di Maio e Giovanni Inserra, il figlioccio di Alfredo della manutenzione, che mi aveva mostrato la sua foto con dietro la poesia in sua memoria. E quel giorno in cui scoppiò la tank, una nave militare specializzata per le operazioni anfibie, simile a quelle che sbarcarono in Sicilia e in Normandia durante la seconda guerra mondiale. La notte gli operai erano andati a pitturare nelle stive, bisognava aspettare qualche ora e invece la mattina dopo qualcuno, ignaro, andò a saldare proprio là: una scintilla, il calore, i gas, un boato improvviso. Carrese si trovava a passare sopra la stiva proprio nel momento dello scoppio e fu proiettato con tutta la lamiera fuori dal Cantiere, a quattrocento metri di distanza. Dalla banchina, a quel pover’uomo lo andarono a prendere in un gozzo ormeggiato vicino alla fonte d’acqua della Madonna.

E il saldatore Spinelli, morto a bordo della Vittorio Veneto perchè non era possibile tagliare una lamiera e liberarlo senza il permesso del ministero della difesa, perché le navi militari non potevano riportare saldature fuori posto.

Spinelli stava saldando con il cannello quando giù aveva preso fuoco la manichetta, l’incendio divampava e le squadre di pronto intervento non erano ancora organizzate. Così quello rimase bloccato nel gavone di prua, mentre ogni cosa intorno prendeva fuoco, cavi elettrici compresi. L’esalazione del fumo e dei gas lo fecero morire asfissiato e quando riuscirono a tagliare la lamiera e a tirarlo fuori lo trovarono esanime, con la testa tutta ricoperta da un panno, come fasciata.

Quando accadevano simili disgrazie Raffaele considerava l’idea di lasciar perdere tutto, si chiudeva in se stesso, aveva voglia di distruggere a mani nude quello che gli capitava davanti. Ma la rabbia, condensata nel silenzio, si attenuava nei discorsi di commiato davanti alle facce torve delle maestranze, anche se in cuor suo avrebbe mandato tutti a fare in culo, armatori dirigenti capi del personale direttori marine militari, corvette brigantini e navi da guerra da novecento tonnellate. Affanculo loro e quel lavoro di merda.

Il clima si acquietò negli anni in cui dalla Navalmeccanica si passò all’Italcantieri. Nacquero nuove esperienze, scambi tra lavoratori degli altri cantieri navali, gli operai in trasferta, i sindacalisti che s’incontravano creando a poco a poco visioni complessive legate allo sviluppo della cantieristica navale. Nel frattempo, in un paese come l’Italia, con quattromila chilometri di costa, la politica privilegiava il trasporto su gomma al posto di quello marittimo, le autostrade asfaltate al posto delle autostrade del mare. L’automobile manteneva il suo primato industriale, mentre i conflitti aumentavano dentro al Cantiere.

Nei momenti in cui c’erano problemi gravi e indigesti da presentare alle maestranze riunite in assemblea, facevano parlare Raffaele. Si diceva che con il suo modo di fare riuscisse ad addolcire la pillola da far ingoiare agli operai. Lo chiamavano ‘o Pumpiere per questo motivo. Il giorno dell’intervento di Cascone, c’era lui a condurre l’assemblea.

Cascone era un delegato sindacale sotto tiro da tempo, uno di quelli a cui era impossibile mettere la sordina, con la nomea di operaio populista capace di attirare a sé la simpatia delle maestranze. Tutti, quella mattina all’assemblea, sapevano come sarebbe andata a finire. Era nell’aria. Si discuteva dei cottimi, una diatriba infinita. I delegati avevano deciso di lasciar parlare Raffaele fino a quando non fosse suonata la sirena dell’una meno venti. Bisognava impedire a Cascone di intervenire, per il suo bene. Ma Cascone, nonostante il suono della sirena, si alzò e si diresse verso Raffaele, gli strappò il microfono di mano e cominciò a parlare. E nel parlare disse una parola fuori posto contro la direzione. Non fu per la parola, quanto piuttosto per ciò che quella parola si portava dietro. I guardiani presero nota e riferirono in direzione, dove non aspettavano altro che un pretesto del genere. Il giorno dopo Cascone fu licenziato.

Gli operai per protesta occuparono il Cantiere, i dirigenti furono cacciati. L’occupazione durò una settimana, ma alla fine non ci fu niente da fare. Cascone condusse la sua guerra personale per vent’anni, fino alla morte. Sosteneva di avere il diritto di rientrare. Ne faceva una questione di principio e di onore, si sentiva in debito con quelli che l’avevano sostenuto e non volle mai fare marcia indietro. Morì con il desiderio represso di tornare a lavorare lì dentro. (andrea bottalico)

(*) Tratto da Napoli Monitor.

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