PER UN ATLANTE DELLA CONTAMINAZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA

Marino Ruzzenenti

Zapruder n 30[Quella che segue è la presentazione del progetto per la costruzione di un Atlante della contaminazione industriale in Italia tratta da ‘Zapruder. Storie in movimento‘, n. 30, 2013.

Il numero della rivista è dedicato ad ‘Ambiente e Lotte Sociali’, ed interamente scaricabile qui.

L’ Atlante ha già cominciato a funzionare ed è già consultabile qui.  Alexik

Da oltre trent’anni l’emergenza ambientale si propone all’attenzione dell’opinione pubblica, con un andamento carsico, caratteristico dell’attuale sistema massmediatico, per cui ad eventi clamorosi di incidenti industriali seguono lunghi periodi di occultamento del problema, cosicché nozioni e notizie spesso affastellate e contraddittorie vedono l’alternarsi di catastrofismo e negazionismo.

L’effetto complessivo è di rendere astratta e inafferrabile una tematica che, al contrario, ci coinvolge totalmente.
home_ieaLa proposta sviluppata nel progetto di un Atlante storico dell’impatto sul territorio dell’industrializzazione diffusa e intensiva in Italia è di assumere il territorio come referente di grande efficacia per calare nel concreto la questione ecologica e consentire un approccio di tipo sistemico al rapporto controverso tra industria ed ambiente, così come si è dispiegato in particolare nel corso del Novecento.
La Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, cui fa capo il progetto, potrà far valere anche le competenze e conoscenze acquisite nel lavoro continuativo svolto per oltre quarant’anni nel campo dell’archeologia industriale, sfociato in tempi più recenti nella promozione del Museo dell’industria e del lavoro “Eugenio Battisti” (www.musil.bs.it). Inoltre la stessa Fondazione, dagli anni novanta in poi è impegnata a produrre e a promuovere ricerche sull’inquinamento industriale, terreno che in Italia appare in gran parte ancora inesplorato. In questo contesto è stato pubblicato un corposo annale della Fondazione, curato da Pier Paolo Poggio insieme a chi scrive, Il caso italiano: industria, chimica e ambiente, edito da Jaca Book. Nella lunga introduzione abbiamo cercato di abbozzare una chiave interpretativa del caso italiano facendo al contempo il punto sullo stato delle conoscenze e della ricerca. In qualche modo, questa pubblicazione potrebbe essere intesa anche come un tracciato delle fondamenta su cui costruire l’atlante storico.
Per questo ci è sembrato utile tentare un primo abbozzo di descrizione e periodizzazione, che gli auspicabili studi futuri potranno ampliare, precisare, ridiscutere e, nel caso, correggere. Il criterio guida che abbiamo adottato è quello della dimensione qualitativa e quantitativa dell’impatto che l’industrializzazione ha esercitato sull’ambiente. Per definirlo, potremmo riferirci a quanto la normativa europea prevede in sede di valutazione di impatto ambientale: gli «effetti diretti ed indiretti» di una determinata industria «sui seguenti fattori: l’uomo, la fauna e la flora; il suolo, l’aria, il clima, il paesaggio; i beni materiali ed il patrimonio culturale; l’interazione tra i fattori» sopra indicati.
Con questo criterio si possono individuare fondamentalmente, per l’Italia, quattro periodi: tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con un impatto puntiforme, sporadico; il secondo periodo dagli anni trenta a metà anni cinquanta, caratterizzato da un impatto intenso, ma ancora circoscritto; un terzo, da metà anni cinquanta agli anni settanta, con un impatto potente e pervasivo e, infine, il periodo dagli anni ottanta ad oggi, in cui l’impatto appare diffuso, capillare, anche se contrastato e “mitigato”.
Per la costruzione dell’Atlante abbiamo ritenuto di contemplare l’arco temporale del quarto periodo, in cui è comunque depositata, nel bene e nel male, anche tutta l’eredità della storia precedente. Le caratteristiche di quest’ultimo trentennio vengono in qualche modo definite da due eventi immediatamente precedenti: da un canto, lo shock petrolifero di metà anni settanta, che mette in crisi la filiera petrolchimica e il modello fordista, e dall’altro l’evento di Seveso del 1976, che per la prima volta tematizza in maniera drammatica presso l’opinione pubblica il rapporto tra industria e ambiente e rende evidente come l’Italia avesse consegnato il proprio territorio al libero sfruttamento da parte del capitalismo industriale, senza alcuna limitazione o regolamentazione.
Il quarto periodo, dunque, dagli anni ottanta ad oggi, appare di complessa interpretazione. Da un canto, si manifesta la crisi irreversibile di alcuni settori dell’industria di base (siderurgia da altoforno e petrolchimica e successivamente, in campo energetico, il nucleare), dall’altro il rapporto con il territorio, in vaste aree investito da una industrializzazione diffusa per effetto del modo di produrre postfordista, è reso più contrastato sia dall’emergenza della cultura ecologica, sia da una nuova legislazione di tutele, limiti e controlli che, seppur con ritardo, l’integrazione europea infine obbliga ad adottare. La contestazione ecologica, sull’onda delle reazioni all’incidente di Seveso, si consolida in Italia con la nascita agli inizi degli anni ottanta di quella che diverrà la più importante organizzazione ambientalista nazionale, Legambiente, e nel 1987 con l’ingresso per la prima volta del partito dei Verdi in parlamento, con quasi un milione di voti, ma soprattutto con la vittoria del referendum contro il nucleare, in seguito alla catastrofe di Chernobyl.
chernobylSi delinea una transizione, dagli esiti incerti, che è stata sostanzialmente subita non solo dal mondo imprenditoriale alle prese con l’incidenza delle nuove regole sui bilanci aziendali, ma dall’intera classe politica, culturalmente impreparata ad affrontare il futuro prendendo atto della centralità e dell’impossibilità di aggirare la questione ambientale. Resta il fatto che nel corso di un trentennio è andato formandosi un nuovo importante corpo legislativo che, in buona parte, nel 2006 è stato raccolto in una sorta di codice ambientale, introducendo restrizioni e limiti alle attività industriali sia nell’uso delle risorse ambientali, sia per le emissioni nelle diverse matrici.
Tuttavia non va sottaciuto come spesso queste norme siano disattese, anche per l’inefficacia dei controlli e delle sanzioni. La criticità di questo periodo si evidenzia nel fatto che se l’impatto delle attività industriali viene in parte mitigato, questo comunque va ad accumularsi su un territorio ormai ampiamente degradato, in cui la capacità di carico si è da tempo esaurita.
Le dismissioni industriali riportano alla luce i guasti prodotti nell’arco di un secolo, mentre la nuova normativa sui siti inquinati, approvata poco più di un decennio fa, vive un’attuazione alquanto stentata: la programmata bonifica degli stessi produce una grande mole di carte (studi, dati, indagini…), ma ben poche concrete operazioni di reale risanamento. La distanza da quanto è stato fatto altrove, soprattutto in Germania, primo paese manifatturiero d’Europa, appare enorme e incolmabile.
In alcuni casi di studio si fa spesso riferimento al concetto di “colonizzazione” del territorio tradizionalmente agricolo da parte dell’industria per intendere lo sfruttamento di risorse naturali da sempre destinate alle colture da parte di un’entità estranea al territorio stesso, il grande impianto chimico o siderurgico. Ebbene, l’Italia, in particolare a partire dal secondo dopoguerra, sembra aver vissuto diffusamente un simile processo, ad opera di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui potremmo parlare di una sorta di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza i meccanismi sono simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma messi in opera da forze interne, che appartengono allo stesso paese che si autosfrutta, in un contesto democratico e con il consenso delle forze politiche rappresentative.
Questa sembra la peculiarità del caso italiano, o almeno è una chiave interpretativa che ci sembra legittimo avanzare e che va collocata in particolare in quel terzo periodo sopra individuato, in cui l’Italia compie il balzo “miracoloso” da paese prevalentemente agricolo, arretrato e povero, a paese industriale, avanzato e relativamente ricco. I critici più avveduti, già allora evidenziavano alcune debolezze strutturali di quel modello di sviluppo: bassi salari, alto tasso di autofinanziamento e scarso carico tributario, disponibilità di manodopera e qualificazione delle nuove leve giovanili, rovesciamento sulla collettività dei costi sociali, esiguo onere delle spese di ricerca scientifica ed utilizzazione della ricerca estera. Col senno dei successivi quarant’anni non si può non sottoscrivere questa analisi proposta da Giorgio Amendola che ci aiuta a capire anche le particolari difficoltà del nostro paese nella crisi attuale. Ma si impone l’integrazione di un elemento cruciale, che significativamente gli sfuggiva, così come era assente nella cultura politica dell’epoca (e di quelle successive): l’azzeramento di ogni costo ambientale a carico delle imprese italiane, che le rendeva, anche per questa via, competitive sui mercati internazionali.
Insomma, l’ambiente, le risorse naturali e il territorio venivano concessi in uso gratuito e senza alcun vincolo all’industria; concessione ritenuta quasi scontata, anche dagli oppositori politici, per non caricare il sistema Italia di costi aggiuntivi che avrebbero ostacolato il decollo di quella che in poco tempo sarebbe divenuta la quinta potenza industriale del mondo. L’adesione entusiasta del popolo italiano al cambiamento epocale nei costumi e nelle condizioni di vita indotto dal “miracolo economico” ci aiuta a capire come sia alto il grado di accettazione del carico inquinante dello sviluppo. Il bel documentario di Zavattini per i cento anni dell’Unità, La lunga calza verde, nel 1961, in pieno boom, si conclude significativamente con l’appello a costruire «un’Italia grande e felice»: la società italiana è divisa politicamente ma concorde nell’investire sullo sviluppo senza preoccuparsi minimamente dei guai che si arrecano all’ambiente, al volto del bel paese. L’autocolonizzazione del territorio può, quindi, procedere a ritmi incessanti senza incontrare ostacoli apprezzabili.
Come già si è accennato, il 10 luglio 1976, lo scoppio del reattore del triclorofenolo all’Icmesa di Seveso determina non solo uno dei più gravi disastri ambientali in Italia, ma anche un salutare shock nell’opinione pubblica, costretta per la prima volta con inquietante evidenza a fare i conti con i risvolti distruttivi delle moderne tecnologie.

sevesoQuella data simbolo segna, quindi, l’inizio di una nuova stagione di emergenze ambientali legate a determinati processi produttivi, di conflitti tra le popolazioni e le presenze industriali potenzialmente dannose al territorio e alla salute delle persone (lavoratori e abitanti). Questi ultimi tre decenni, in particolare, come già si è detto, hanno visto esplodere alcune emergenze che segnalano una sofferenza importante e manifesta nel rapporto fra tecnica e natura. Manca però un quadro d’insieme che dia il senso della portata qualitativa e quantitativa di quel che è avvenuto nel bel paese nell’era dell’industrializzazione diffusa e nel contempo della reattività delle popolazioni che hanno cercato di contrastare il degrado; un quadro d’insieme che la ricerca qui proposta intenderebbe per l’appunto delineare, fornendo altresì un’informazione precisa sugli interventi di recupero effettuati e sul molto che resta da fare in tale ambito.
Per le ragioni già accennate l’arco di tempo che si intende considerare per l’Atlante è riferibile agli ultimi trent’anni. Ciò significa che verranno censiti e studiati, principalmente, i casi di conflitti ambientali, legati al rapporto industria-territorio, che sono emersi e si sono manifestati in questo periodo, anche quando le cause degli stessi sono remote, rintracciabili nella storia produttiva degli impianti in questione, storia che si cercherà comunque di ricostruire nelle linee essenziali. È quindi evidente che la storia dell’industria, in particolare di quella a più forte impatto ambientale, andrà ad intersecarsi con la geografia, cioè con i singoli territori in cui si sono manifestati i conflitti e sono collocati i siti produttivi, individuati e raggruppati per
regione.
Si intende quindi operare, anche attraverso  ricognizioni in loco, su ogni “caso” di studio con il fine di elaborare, sia pure attraverso successive approssimazioni, una scheda come di seguito articolata:

  • Inquadramento storico e territoriale;
  • Insediamento produttivo (ragione sociale; storia produttiva; tipologia rischio);
  • Salute e sicurezza in fabbrica;
  • Strategie d’impresa su salute e sicurezza in fabbrica;
  • Lotte per la salute in fabbrica;
  • L’impresa e la questione ambientale;
  • Conflitti ambientali;
  • Posizione delle istituzioni;
  • Aspetti giudiziari;
  • Caratteristiche dei danni alla salute e all’ambiente;
  • Indagini ambientali ed epidemiologiche;
  • Processi di bonifica;
  • Ipotesi ed esperienze di recupero;
  • Fonti bibliografiche e documentarie.

L’obiettivo principale del progetto è di realizzare una mappa dell’industrializzazione diffusa e del suo impatto ambientale, anche con finalità didattiche.
I prodotti della ricerca, infatti, potranno essere utilizzati in ogni tipo di scuola, inclusa l’università. Nel contempo saranno fruibili per azioni mirate di educazione e sensibilizzazione ecologica. La ricerca documentaria sarà condotta sui diversi tipi di fonti realizzando una banca dati multimediale, che potrà ospitare documenti scritti e sonori, immagini, filmati. Dalla banca dati sarà possibile ricavare schede a diversi livelli di approfondimento, ulteriormente espandibili sulla base di ricerche locali. Lo sbocco principale della ricerca consisterà nella creazione di un archivio informatizzato presso la Fondazione Luigi Micheletti/Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia (www.industriaeambiente.it).
La ricerca potrà fornire i materiali anche per la pubblicazione di un atlante storico su industrializzazione, territorio e conflitti ambientali, nonché di monografie per regione o per tipologia produttiva. Il progetto è ambizioso, richiederebbe risorse finanziarie e umane ingenti, di cui la Fondazione Micheletti in questa austera congiuntura non dispone.
Tuttavia si sta lavorando, con la consapevolezza che ogni mattone si aggiunge alla costruzione di un’opera che probabilmente non sarà mai pienamente compiuta.
Una mole considerevole di documentazione e di materiale grezzo è stato raccolto da dieci anni a questa parte, catalogato per regione e per sito, integrato dalla bibliografia già oggi disponibile. Nel contempo si sono attivate collaborazioni con giovani ricercatori che hanno prodotto studi sui singoli siti. Ci sono dunque le condizioni perché a partire da quest’anno si possano mettere on line una serie di schede che coprano prioritariamente i siti inquinati di interesse nazionale (Sin), in sinergia con l’indagine epidemiologica Sentieri in corso di realizzazione da parte dell’Istituto superiore di sanità.

Annunci