TEMPA ROSSA E LE QUATTRO SORELLE

Gianmario Leone (*)

tempa rossa[Quella che segue è un’inchiesta pubblicata su Il Manifesto del 27 aprile 2012. Racconta le origini di Tempa Rossa, ed ancora moooolto attuale.]

«Se in questo paese sappiamo fare le automobili, dobbiamo saper fare anche la benzina»: quando Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, pronunciò questa frase a Vittorio Valletta, storico dirigente della Fiat, eravamo sul finire degli anni ’50.

Chissà cosa penserebbe oggi se fosse ancora in vita, sapendo che proprio la sua Eni, creata per rompere il monopolio delle famose “sette sorelle” (le maggiori compagnie di petrolio dell’epoca), ancora oggi recita una parte da comprimaria nell’Italia che lui stesso difese, da partigiano “bianco”, durante la Resistenza.

C’è un progetto dei colossi petroliferi Eni, Total, Exxon Mobil e Shell, approvato a occhi chiusi da istituzioni e sindacati, che sta mettendo a rischio l’ecosistema della Basilicata, considerata l’Arabia Saudita italiana, e aumenterà ulteriormente l’inquinamento a Taranto, dove si trova una delle più grandi e strategiche raffinerie Eni in Italia.

Cuore pulsante di Tempa Rossa, considerato dalla banca d’affari Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti al mondo in fase di attuazione, «capaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva», le installazioni petrolifere della Val d’Agri sull’appennino lucano e la raffineria ionica, suo terminale d’esportazione, collegate dall’oleodotto di Viggiano (lungo 136 km).

La fase d’attuazione sta per scadere, in quanto la Total Esplorazione & Produzione Italia (Gruppo Total) ha reso noto di aver sottoscritto il 5 aprile una Lettera di intenti con la Maire Tecnimont Spa, quotata in borsa dal 2007 e gestita dall’imprenditore romano Fabrizio Di Amato (scelto direttamente dalla francese Total). L’attività di ingegneria prenderà il via il prossimo 14 maggio e la firma del contratto è attesa a breve. Affinché le ruspe entrino in azione nel cuore della Basilicata, serve solo l’ultima autorizzazione dell’Ufficio nazionale minerario, che dovrebbe arrivare in tempi rapidi. Alle aziende locali lucane, la Total concederà il “privilegio” di effettuare soltanto i lavori civili (di preparazione a quelli che farà la Maire Tecnimont) per la modica cifra di 60 milioni di euro.

Il valore complessivo dell’opera sarà di circa 500 milioni e secondo il Cipe, che lo scorso 23 marzo ha approvato il progetto definitivo (perché «contribuirà a sviluppare la produzione di petrolio in Italia e ridurre la dipendenza energetica dall’estero»), mobiliterà 1,3 miliardi di euro di fondi privati. Sul lato ionico, invece, i via libera ci sono già tutti: il 19 settembre 2011 l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, firmò il decreto di pronuncia di compatibilità ambientale per la raffineria di Taranto per l’Adeguamento stoccaggio del greggio proveniente dal giacimento Tempa Rossa, per il cui progetto l’Eni ha stanziato 300 milioni di euro. Sempre nel corso del 2011 sono arrivati i vari ok da parte del Comune e della Provincia di Taranto, oltre che della Regione Puglia del governatore Nichi Vendola.

Alle origini dei megapozzi

Ma cos’è in realtà Tempa Rossa? È un giacimento petrolifero dell’alta valle del Sauro situato nel cuore della Basilicata, che ricade in gran parte sul territorio del Comune di Corleto Perticara, in provincia di Potenza, a quattro chilometri dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. I cinque pozzi già perforati si trovano sul territorio del paesino lucano, mentre il sesto, i cui lavori di perforazione sono in corso, si trova nel Comune di Gorgoglione. Altri due pozzi saranno perforati nel corso di quest’anno sempre in agro Corleto Perticara. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio Gpl si trova invece nel Comune di Guardia Perticara. Il giacimento Tempa Rossa, che fu scoperto nel 1989 dalla Fina (società belga poi assorbita dalla Total che a sua volta nel 2002 ottenne dall’Eni la cessione del 25% della concessione del giacimento di Gorgoglione), possiede una particolarità: non solo per la natura degli idrocarburi presenti nel sottosuolo (oli pesanti da 10 a 22 Api e presenza di zolfo) ma anche e soprattutto per il suo contesto ambientale: esso infatti si trova tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, proprio nel cuore della Basilicata.

Ma ciò che interessa davvero è quello che si trova nelle viscere. Nel sottosuolo è infatti custodito uno dei principali giacimenti petroliferi europei su terraferma: allo stato attuale il 78,5% della produzione italiana di greggio su terra proviene dalla Basilicata. Quando l’impianto lavorerà a pieno regime, avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 250.000 m³ di gas naturale, 267 tonnellate di Gpl e 60 tonnellate di zolfo. Il gas sarà convogliato alla rete locale di distribuzione Snam, mentre il petrolio sarà trasportato tramite una condotta interrata fino all’oleodotto Viggiano-Taranto, che ha come terminale d’esportazione la raffineria Eni del capoluogo ionico. Non è un caso, dunque, se lo sviluppo del progetto Tempa Rossa veda interessati due tra i più grandi gruppi petroliferi mondiali. Al fianco di Total E&P Italia, operatore incaricato dello sviluppo del progetto, figurano infatti anche la Shell (25%) e la Exxon Mobil (25%) tra le compagnie americane di petrolio più importanti al mondo. Tre delle “sette sorelle” combattute invano dal fondatore dell’Eni Enrico Mattei nella metà del secolo scorso.

Tra fanghi e ricatti

Tutto bene, dunque? Non proprio. Perché il 15 aprile 2011, 19 anni dopo l’inizio delle perforazioni esplorative effettuate dalla Total Mineraria Spa e il successivo abbandono dei fanghi petroliferi per la mancanza di una discarica che potesse raccoglierli, la regione Basilicata riceve la notifica ufficiale del sito in questione, indicato come «situazione a rischio». Sulla vicenda Total ed Eni hanno iniziato il solito scaricabarile, in quanto il terreno ora in concessione alla Total, all’epoca era di proprietà dell’Eni, per cui la Total Mineraria Spa tra l’altro lavorava. Ma ciò che più preoccupa in questo momento l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (Arpab), è cosa sia successo nei terreni in cui sono stati abbandonati i fanghi, specie per quanto concerne l’inquinamento delle acque di falda e la regimazione di quelle di pioggia.

Inoltre, al momento è in corso un’inchiesta, avviata dal pm Henry John Woodcock prima del suo trasferimento a Napoli, il quale inquisì «i vertici della Total per presunti accordi corruttivi con ditte lucane interessate ai lavori di realizzazione delle infrastrutture legate al giacimento Tempa Rossa, il secondo più grande dopo quello dell’Eni». Inchiesta che vede come parti lese i pochi agricoltori che si opposero all’esproprio dei terreni, che avvenne su cifre imposte dalla compagnia petrolifera e ritenute dagli agricoltori e dagli stessi inquirenti a dir poco ridicole: si parla infatti di somme di dieci volte inferiori al reale valore di mercato.

Affari neri

Ma mentre in Basilicata la Total continua a perforare il terreno in uno dei luoghi naturali più affascinati della regione lucana, a Taranto l’Eni continua ad allungare la sua ombra sia all’interno che all’esterno della raffineria. I 300 milioni di euro stanziati, serviranno infatti per la costruzione di due enormi serbatoi (oltre ai tanti già presenti che si affacciano su Mar Grande) per stoccare i 180mila metri cubi di greggio che arriveranno dalla Basilicata e per l’ampliamento del pontile della raffineria che ospiterà dalle 45 alle 140 petroliere l’anno.

E proprio l’aumento delle navi nella rada di Mar Grande è uno dei punti meno chiari del progetto, visto che nello Studio d’Impatto Ambientale manca l’analisi di rischio di incidente rilevante, di fondamentale importanza in questi casi. Il progetto dell’Eni, inoltre, produrrà un 12% in più di emissioni diffuse, dato confermato dai tecnici di Arpa Puglia che l’Eni non smentisce, anche se nello Studio d’Impatto Ambientale presentato la percentuale scende all’8%. A tutto questo le nostre istituzioni, accompagnate a braccetto dai sindacati confederali e da Confindustria, hanno conferito la loro sentenza definitiva di «compatibilità ambientale» e di «pubblica utilità». Si è parlato di occasione unica per l’economia del territorio e di imprecisati posti di lavoro in più.

Ma al bando emesso dall’Eni per l’aggiudicazione dei lavori per il progetto Tempa Rossa, scaduto lo scorso anno, potevano partecipare solo aziende con un profitto annuale minimo di 250 milioni di euro. E aziende tarantine di questo calibro non ce ne sono. Anche se, a pensarci bene, visto che il progetto prevede che «il pontile e tutte le strutture accessorie saranno realizzate interamente in acciaio», il nome di un’azienda viene in mente eccome: l’Ilva della famiglia Riva, che si trova a pochi metri dalla raffineria.

Qualche domanda

È possibile giudicare un progetto come quello di cui parliamo in questa pagina «compatibile con l’ambiente» e soprattutto di «pubblica utilità»?

È compatibile con l’aria di Taranto l’aumento del 12% delle emissioni diffuse?

È compatibile con l’ecosistema del Mar Grande tarantino l’aumento annuale di enormi petroliere?

È compatibile con la vita dei cittadini il sicuro aumento della dispersione delle emissioni odorigene che già oggi avviene sistematicamente quando sono in corso operazioni di caricamento di greggio dalla raffineria Eni su nave?

È compatibile con l’ambiente lucano la perforazione di otto pozzi petroliferi nel cuore di uno degli scenari naturali più belli che abbiamo in Italia?

È di pubblica utilità un progetto che farà aumentare solamente il bilancio delle multinazionali del petrolio come Total, Shell, Exxon Mobil, Eni?

È di pubblica utilità un progetto che per la costruzione di tutte le sue opere affiderà i lavori ad aziende con un profitto annuale altissimo e lascerà solo le briciole alle aziende presenti sul territorio lucano e ionico?

Ci piacerebbe che qualcuno rispondesse alle nostre domande. 

(*) Tratto da Il Manifesto. Gianmario Leone scrive anche su Taranto Oggi e Inchiostro Verde.

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