MECNAVI: TRENT’ANNI DOPO

Teatro delle Albe (*)

“Ciò che sembrava la realizzazione dell’ideale dei nostri giorni, cioè il trionfo della tecnologia, della vita moderna avvolta nell’ovatta dei televisori, frigoriferi, cinema e abbondanza di denaro e autosoddifazione patriottica, si sveglia lentamente nel peggiore degli incubi, nella fredda e viscida presenza di repulsioni invisibili, di una maledizione che non si esprime con parole ma tinge di un indicibile orrore tutto ciò che gli uomini hanno eretto su una necropoli” (Julio Cortazar citato in Il Volo di di Horacio Verbitsky).

È sulle navi che bisogna cercarli, i picchettini.
Sulle navi in porto.
E bisogna sapere dove cercarli, perché non sono in vista. Il loro lavoro non ha nulla a che fare con l’aria aperta e il salmastro, l’azzurro e lo iodio.
Ha a che fare, piuttosto, con il sottosuolo, la claustrofobia, la miniera.

Picchettino è una parola che si trova su pochi vocabolari (a parte la declinazione del verbo picchettare), e nemmeno interrogando Internet si trovano risposte esaurienti; secondo l’INAIL si tratta della qualifica professionale classificata con il numero 709.

Così inizia il libro di Rudi Ghedini, dedicato alla tragedia della Mecnavi.
Era il venerdì 13 marzo del 1987, l’evento fu scatenato da un incendio nella stiva n. 2, le esalazioni della combustione causarono la morte per asfissia dei 13 operai impegnati nel cantiere di manutenzione.
L’imbarcazione, appartenente al compartimento marittimo di Trieste, era una nave cisterna di fabbricazione norvegese adibita al trasporto di gas GPL. Da alcuni giorni era stata tirata in secco in un bacino di carenaggio del porto di Ravenna.
Gli eventi agghiaccianti dell’Elisabetta Montanari si condensano nello spazio dei doppifondi della nave, dove i picchettini lavorano usando palette, spazzole e raschietti, stracci.
Nel soprastante cantiere, un carpentiere usa la fiamma ossidrica.
Per fare in fretta, nessuno di loro è stato informato delle operazioni che avvengono in contemporanea.
Tra i morti un cassintegrato, tre giovani al primo giorno di lavoro, un uomo al suo ultimo giorno di lavoro.
I responsabili del cantiere corsero a casa dei dipendenti per recuperarne libretti, per tentare di metterli in regola.

La tutela? Sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo. Per la mia attività ho bisogno di gente elastica, disponibile a fare lo straordinario senza troppe storie. Paghiamo penali enormi per i ritardi delle consegne.

Domenico Mazzotti, morto sul lavoro nel marzo del 1947, ha insistito perché si raccontasse questa storia. La sua foto, la sua bella faccia, forte, con una espressione serena e un accenno di sorriso, è visibile appesa a un muro sotto l’unica gru rimasta in piedi nella darsena di città.
Lui, assieme a Marco Saporetti, morirono in quel fabbricato il cinque marzo del 1947 e sulla loro targa commemorativa c’è scritto che furono vittime del lavoro.
Vittime del lavoro, un ossimoro parlante, che semplifica e nasconde l’oltraggio intentato alle singole vite.
Purtroppo la lapide è rotta e la foto di Marco non c’è più.

Tahar Lamri e Luigi Dadina, nati rispettivamente il 24 e il 25 dicembre del 1958, il primo ad Algeri, il secondo a Ravenna, hanno deciso di tenere, assieme a tre musicisti, una Conferenza sul Marzo per raccontare di fabbrica, porti, lavoro, incidenti, cormorani, nebbia semafori in cammino, morti che continuano a parlarci.
Conferenza sul Marzo anche per ripercorre la tragedia della Mecnavi, cercando di evitare quello che si rischia sempre parlando di tragedie sul lavoro, finendo per invocare maggiori diritti per i lavoratori e auspicando applicazioni concrete, precise, puntuali delle norme di sicurezza, rischiando così di banalizzare un discorso ben più complesso, che ha a che fare con la dignità dell’essere umano in relazione al lavoro.
La tragedia è una cosa concreta, ma riguarda anche l’intangibile.

Simone Weil diceva “Mi sembra duro pensare che il rumore del vento tra le foglie non sia un oracolo; duro pensare che questo animale, mio fratello, non abbia anima; duro pensare che il coro delle stelle nei cieli non canti le lodi dell’Eterno”.

La nostra conferenza prova a guardare nella direzione di questo eterno.
Parliamo di tutto questo con “leggerezza”, così come la intende Italo Calvino nelle Lezioni americane, in cui dice che “alla precarietà dell’esistenza della tribù – siccità, malattie, influssi maligni – lo sciamano rispondeva annullando il peso del suo corpo, trasportandosi in volo in un altro mondo, in un altro livello di percezione, dove poteva trovare le forze per modificare la realtà.”

Tre i movimenti temporali.
Il primo è il tempo del dubbio, in cui Luigi non sa dare un senso alle sollecitazioni di Domenico e Tahar gli fa da guida.
Il secondo è il tempo dell’incontro, in cui i nostri narratori ripercorrono assieme la tragedia della Mecnavi, sottraendola alle celebrazioni e ponendola sul piano della coscienza che la città dovrebbe avere di se stessa.
Il terzo movimento è il tempo della meraviglia in cui, attraverso il racconto, si è arrivati a una naturale corrispondenza delle cose nel mondo.
E’, la nostra, una conferenza in musica, musiche, rumori.
Il canto rap ha un ruolo centrale nella tessitura drammaturgica arrivando inaspettatamente a divenire anche canto funebre.
Le sonorità partono dal blues, i due bassi producono musiche dense, bituminose. Blues del delta, putredo paludis, o come direbbe Manganelli: palude definitiva.
Un breve canto Gnawa aggiunge una dimensione rituale accompagnandoci dove la musica diviene anche cura della memoria.

Domenico ci ha detto che se non raccontiamo noi di queste storie di fabbrica, lavoro, incidenti, morti, porto, non ci parlerà più.
Gli abbiamo detto: “Va bene, però ogni tanto veniamo a trovarti.” “Volentieri,” ha risposto lui “basta che non siate qui tutti i giorni e diventiate noiosi.
Mi piace guardare i gabbiani, la gente che passa, quelli che corrono, gli africani che a volte d’estate dormono qui, lungo le banchine abbandonate della vecchia darsena di città.
I rumeni che pescano con il padelloncino che si monta e si smonta, ma sopratutto sono amico del cormorano che abita proprio di fronte a me.
Una vecchia leggenda norvegese dice che le persone che muoiono in mare, sull’acqua, trascorrono l’eternità su un isola e possono tornare alle loro case, in città, solo sotto forma di cormorani.”

Teatro delle Albe
Il Volo – la ballata dei picchettini

di: Luigi Dadina, Laura Gambi e Tahar Lamri
con: Tahar Lamri e Luigi Dadina (narrazione),Francesco Giampaoli e Diego Pasini (basso e percussioni) Lanfranco-Moder- Vicari (rap)
musiche: Francesco Giampaoli
testi rap: Lanfranco-Moder-Vicari
scene e costumi: Pietro Fenati e Elvira Mascanzoni
regia: Luigi Dadina
tecnica: Fagio e Danilo Maniscalco
organizzazione e promozione: Marcella Nonni e Serena Cenerelli
ufficio stampa: Matteo Cavezzali, Rosalba Ruggeri
fotografie: Davide Baldrati
coproduzione: Ravenna Teatro-Ravenna Festival

(*) Tratto da http://www.teatrodellealbe.com.

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