MONSANTO: L’INCHIESTA DI LE MONDE

Stéphane Foucart, Stéphane Horel (*)

In passato siamo già stati attaccati e calunniati, ma questa volta siamo al centro di un’offensiva senza precedenti per portata e durata”.
Christopher Wild si risiede rapidamente e smette di sorridere.
Dal suo ufficio all’ Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) si vedono i tetti di Lione.

Wild, il direttore della Iarc, ha soppesato attentamente  ogni parola, con la gravità richiesta dalla situazione.
Da due anni, infatti, l’istituzione che dirige è al centro di un duro attacco: la credibilità e l’integrità del suo lavoro sono criticati, i suoi esperti denigrati e attaccati per vie legali, i finanziamenti ostacolati.
Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il compito principale della Iarc è individuare e catalogare le sostanze cancerogene, ma ora quest’importante istituzione comincia a vacillare sotto il peso degli attacchi.

Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015.
Quel giorno La Iarc annuncia le conclusioni della sua Monografia n. 112 sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici, lasciando tutto il mondo sbalordito.
Al contrario della maggior parte delle agenzie, la Iarc considera il diserbante più usato al mondo genotossico (cioè capace di danneggiare il dna), cancerogeno per gli animali e “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani.
La sostanza in questione, il glifosato, è il principale componente del Roundup, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la Monsanto, un mostro sacro dell’agrochimica.
Usato da più di quarant’anni, il glifosato entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi.
Tra il 1974, data del suo lancio sul mercato, e il 2014 il glifosato impiegato nel mondo è passato da 3.200 a 825mila tonnellate all’anno.

L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup Ready.
La Monsanto rischia addirittura di non sopravvivere se l’uso di questa sostanza sarà limitato o proibito del tutto. L’azienda statunitense ha sviluppato il glifosato e ne ha fatto la base del suo modello economico.
Ha costruito la sua fortuna vendendo il Roundup e i semi che lo tollerano.
Così, quando la Iarc annuncia che il glifosato è “probabilmente cancerogeno”, la Monsanto reagisce con una violenza inaudita.

In un comunicato critica la junk science (scienza spazzatura) della Iarc, parla di una “selezione distorta” di “dati limitati”, fatta in base a “motivazioni nascoste”, che portano a una decisione presa solo dopo “qualche ora di discussione nel corso di una riunione di una settimana”.
Mai un’azienda aveva messo in discussione in modo così brutale l’integrità di un’agenzia legata alle Nazioni Unite.
L’offensiva della Monsanto è cominciata, almeno quella che si propone d’influenzare l’opinione pubblica.
In realtà la Monsanto sa bene che questa valutazione del glifosato è stata fatta da un gruppo di esperti dopo un anno di lavoro e   dopo una riunione durata diversi giorni a Lione.
Le procedure della Iarc prevedono inoltre che le aziende legate al prodotto esaminato abbiano il diritto di assistere alla riunione finale.
Per la valutazione del glifosato, infatti, la Monsanto ha inviato un “osservatore”: l’epidemiologo Tom Sorahan,
professore dell’università di Birmingham, nel Regno Unito.
Il rapporto che lo scienziato stila il 14 marzo 2015 per i suoi committenti conferma che tutto si è svolto nei modi previsti.

Il presidente del gruppo di lavoro, i copresidenti e gli esperti invitati alla riunione sono stati molto cordiali e disposti a rispondere a tutte le mie richieste di chiarimento”, scrive Sorahan in una lettera inviata a un dirigente della Monsanto.

La lettera figura nei cosiddetti Monsanto papers, un insieme di documenti interni dell’azienda che la giustizia statunitense ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di un procedimento giudiziario in corso.

La riunione si è svolta rispettando le procedure della Iarc”, aggiunge l’osservatore dell’azienda statunitense.
Il dottor Kurt Straif, il direttore delle monografie, ha una grande conoscenza delle regole in vigore e ha insistito perché fossero rispettate”.

Del resto Sorahan – che non ha risposto alle domande di Le Monde – sembra molto imbarazzato all’idea che il suo nome sia associato alla risposta della Monsanto:
Non vorrei apparire in alcun documento dell’azienda”, scrive, ma allo stesso tempo offre il suo “aiuto per formulare” l’inevitabile contrattacco che il gruppo organizzerà.


Qualche mese dopo, infatti, tutti gli scienziati non statunitensi del gruppo di esperti della Iarc sul glifosato ricevono una lettera inviata da Hollingsworth, lo studio legale della Monsanto, che intima di consegnare tutti i file legati al loro lavoro per la Monografia 112: bozze, commenti, tabelle, tutto quello che è passato attraverso il sistema informatico della Iarc.

Se dovesse rifiutare”, avvertono gli avvocati, “le chiediamo di prendere tutte le misure ragionevoli in suo potere per conservare questo materiale intatto, in attesa di una richiesta formale ordinata da un tribunale degli Stati Uniti”.

La vostra lettera è intimidatoria e pericolosa”, scrive uno degli scienziati nella sua risposta del 4 novembre 2016. “Trovo la vostra procedura criticabile e priva di ogni riguardo, anche in base agli standard contemporanei”.
Il patologo Consolato Maria Sergi, professore dell’università dell’Alberta, in Canada, aggiunge: “La vostra lettera è dannosa, perché cerca di provocare volutamente ansia e apprensione in un gruppo di studiosi indipendenti”.

Sugli esperti statunitensi del gruppo si esercitano pressioni con altri mezzi, ancora più “intimidatori”. Negli Stati Uniti il Freedom of information act (Foia), la legge sulla libertà d’informazione, permette a qualunque cittadino, nel rispetto di determinate
condizioni, di chiedere l’accesso ai documenti prodotti dalle istituzioni e dai loro funzionari, come gli appunti, le email e i rapporti interni.

Secondo le informazioni in possesso di Le Monde, gli studi legali Hollingsworth e Sidley Austin presentano cinque richieste.
La prima nel novembre del 2015 ai National Institutes of Health (NIH), l’agenzia del dipartimento della salute statunitense a cui appartengono due esperti del gruppo.
Per gli altri ricercatori vengono fatte richieste all’Agenzia Californiana per la Protezione dell’Ambiente (CalEpa), alla Texas A&M University e all’Università Statale del Mississippi.
In seguito alcune di queste istituzioni sono addirittura citate dagli avvocati della Monsanto nei procedimenti
giudiziari sul glifosato e sono costrette a consegnare alcuni documenti interni.
L’obiettivo di queste manovre intimidatorie è far tacere le critiche?
Alcuni scienziati di fama mondiale, di solito disponibili a parlare con i mezzi d’informazione, hanno preferito non rispondere a Le Monde, nemmeno attraverso semplici incontri informali.
Altri hanno accettato di parlare per telefono su una linea privata e fuori dagli orari d’ufficio.

I parlamentari statunitensi non hanno bisogno di fare ricorso al Foia per chiedere informazioni alle istituzioni scientifiche federali.
Il repubblicano Jason Chafetz, che presiede la commissione della camera statunitense per il controllo e la riforma dello stato, scrive al direttore dei Nih, Francis Collins, il 26 settembre 2016.
Gli ricorda che le scelte della Iarc “hanno suscitato molte polemiche” e che, nonostante un “passato ricco di polemiche, ritrattazioni e incoerenze”, l’istituto beneficia di “significativi finanziamenti pubblici” statunitensi attraverso l’agenzia.
In effetti 1,2 milioni di euro sui 40 milioni del bilancio annuale della Iarc provengono dal Nih.
Il deputato chiede quindi a Collins chiarimenti e giustificazioni sulle spese dell’agenzia legate alla Iarc.
Il giorno stesso quest’iniziativa viene elogiata dall’American chemistry council (Acc), la potente lobby dell’industria chimica statunitense di cui fa parte anche la Monsanto: “Speriamo che sia fatta luce sulla stretta e opaca relazione” tra la Iarc e le istituzioni scientifiche statunitensi, si legge in un documento.
Senza dubbio l’Acc ha trovato in Chafetz un alleato prezioso.
Già nel marzo del 2015 il deputato repubblicano aveva scritto alla direzione di un altro organismo di ricerca federale – il National Institute of Environmental Health Sciences (Niehs) – per chiedergli informazioni sulle ricerche relative agli effetti nocivi del bisfenolo A, un elemento molto diffuso in alcune plastiche.

La qualità del lavoro
Tagliare i fondi è senz’altro il mezzo migliore per bloccare un’istituzione.
Nei mesi successivi alla pubblicazione della Monografia 112 la Croplife International, l’organizzazione che difende a livello mondiale gli interessi dei produttori di pesticidi e sementi,
contatta i rappresentanti di alcuni dei 25 paesi riuniti nel consiglio direttivo della Iarc per lamentarsi della qualità del lavoro dell’agenzia.
Il problema è che questi “stati partecipanti” contribuiscono per circa il 70 per cento al bilancio dell’istituto.
Secondo ila Iarc, vengono contattati almeno Canada, Paesi Bassi e Australia. Nessuno dei rappresentanti di questi paesi ha voluto rispondere a Le Monde.

Nella saga del glifosato appaiono anche alcuni personaggi che sembrano usciti da un romanzo di John Le Carré.
Nel giugno del 2016 un uomo che si presenta come giornalista, ma che non è iscritto ad alcun albo professionale, partecipa alla conferenza organizzata dalla Iarc a Lione per il suo cinquantesimo anniversario. Contattando scienziati e funzionari internazionali, parla con molte persone della Iarc dei suoi finanziamenti, del suo programma di monografie.
Mi ha fatto pensare a quelle persone ambigue che s’incontrano negli ambienti delle organizzazioni umanitarie. Non si sa chi sono, ma si capisce che cercano di ottenere informazioni”, ha raccontato una delegata della conferenza che ha preferito mantenere l’anonimato.

Alla fine di ottobre del 2016 l’uomo si fa rivedere, questa volta alla conferenza annuale organizzata dall’Istituto Ramazzini, un famoso e rispettato istituto di ricerca indipendente sul cancro con sede a Bologna.
Perché al Ramazzini?
Forse a causa di un annuncio fatto qualche mese prima
dall’istituto italiano su uno studio sul potere cancerogeno del glifosato.
Il presunto giornalista si chiama Christopher Watts e fa domande sull’autonomia dell’istituto e sulle sue fonti di inanziamento.
Dal momento che usa un’email che termina con “@economist.com”, i suoi interlocutori non mettono in dubbio il suo legame con il prestigioso settimanale britannico The Economist.
Agli scienziati che gli chiedono spiegazioni dice di lavorare per l’Economist Intelligence Unit, una società di ricerca e analisi del gruppo Economist.
L’Economist Intelligence Unit ha confermato che Watts ha realizzato diversi rapporti per l’azienda, ma ha sottolineato di non “sapere a che titolo assisteva” alle due conferenze: “In quel periodo lavorava su un articolo per l’Economist che alla fine non è stato pubblicato”.
La redazione del settimanale, però, sostiene di non avere “alcun giornalista con questo nome”.
L’unica cosa chiara è il nome di un’azienda creata da Watts alla fine del 2014, la Corporate Intelligence Advisory Company. Watts, che secondo alcuni documenti amministrativi risiede in Albania, non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde.

In pochi mesi almeno cinque persone si presentano come giornalisti, ricercatori indipendenti o assistenti di studi legali per avvicinare gli scienziati della Iarc e i ricercatori che collaborano ai suoi lavori.

Tutti cercano informazioni molto precise sulle procedure e sui finanziamenti dell’istituto.
Uno di loro, Miguel Santos-Neves, che lavora per la Ergo, una società di spionaggio economico con sede a New York, è stato incriminato dalla giustizia statunitense per aver usato un’identità falsa.
Come ha raccontato il New York Times nel luglio del 2016, Santos-Neves indagava per conto di Uber su una persona in causa con l’azienda di trasporto privato e aveva interrogato i suoi colleghi di lavoro con falsi pretesti.
La Ergo non ha risposto alle domande di Le Monde.

Come Watts, anche due organizzazioni dalla dubbia reputazione cominciano a interessarsi non solo alla Iarc, ma anche all’Istituto Ramazzini.
L’Energy and Environmental Legal Institute (E&E Legal) si presenta come un’organizzazione no profit che ha tra le sue missioni quella di “chiedere spiegazioni a chi aspira a una regolamentazione governativa eccessiva e distruttiva, fondata su decisioni politiche dalle intenzioni subdole, sulla scienza spazzatura e sull’isteria”.
La Free Market Environmental Law Clinic, invece, “cerca di fornire un contrappeso al cavilloso movimento ambientalista, che promuove negli Stati Uniti un regime regolamentare economicamente distruttivo”.
Secondo alcuni elementi a disposizione di Le Monde, queste organizzazioni hanno presentato almeno 17 richieste di documenti ai NIH e alla Environmental Protection Agency (Epa), l’agenzia del governo statunitense per la tutela dell’ambiente.
Impegnate in un’aggressiva guerriglia giudiziaria e burocratica, chiedono la corrispondenza di diversi funzionari statunitensi in cui siano “contenuti i termini ‘Iarc’, ‘glifosato’, ‘Guyton’” (Kathryn Guyton è la scienziata della Iarc responsabile della Monografia n.112).
Inoltre chiedono tutti i dettagli sulle borse di studio, le sovvenzioni e le relazioni, finanziarie o meno, tra questi organismi statunitensi, la Iarc, alcuni scienziati e l’Istituto Ramazzini.

Le due organizzazioni sono dirette da David Schnare, uno scettico del cambiamento climatico noto per aver fatto forti pressioni su diversi climatologi.
Nel novembre del 2016 Schnare lascia temporaneamente la E&E Legal per unirsi allo staff di Donald Trump.
Tra i dirigenti dell’organizzazione c’è anche Steve Milloy, un famoso esperto di marketing legato all’industria del tabacco.
Alle domande sulle motivazioni di questa associazione
e sulle sue fonti di finanziamento, il presidente della E&E Legal ha risposto per email: “Salve, non siamo interessati”.
La notizia di queste richieste di documenti viene ripresa da alcuni mezzi d’informazione.
Per esempio da The Hill, un sito molto seguito dai protagonisti della vita parlamentare a Washington.
Il sito è curato da una squadra di giornalisti che, come ha documentato l’organizzazione non profit Us Right to Know (Usrtk), ha legami consolidati con l’industria agrochimica e con istituzioni conservatici come lo Heartland Institute o il George C. Marshall Institute, entrambi impegnati nel negare i cambiamenti climatici.
Nei loro articoli compaiono gli stessi argomenti e talvolta le stesse espressioni: si critica la “scienza approssimativa” di una Iarc indebolita da conflitti d’interesse e “molto criticata”, anche se non dice mai da chi.

Gli avvocati coinvolti nei processi in corso negli Stati Uniti hanno rivelato che la Monsanto ha usato mezzi anche più discreti.
Rispondendo sotto giuramento alle domande dei difensori di persone malate che attribuiscono il loro tumore al Roundup, alcuni responsabili dell’azienda hanno parlato di un programma segreto chiamato ‘Let nothing go’ (Non lasciar passare niente), che aveva l’obiettivo di rispondere a tutte le critiche.
I verbali di queste audizioni sono stati secretati, ma alcuni appunti trasmessi dagli studi legali coinvolti nelle inchieste permettono di avere qualche informazione.
Secondo queste note, la Monsanto avrebbe fatto ricorso ad aziende che “usano delle persone in apparenza senza legami con la multinazionale per lasciare commenti sugli articoli online e sui post di Facebook favorevoli alla Monsanto, ai suoi prodotti chimici e agli ogm”.

Un nuovo fronte
Nei mesi successivi la coalizione contro la Iarc diventa ancora più forte.
Alla fine di gennaio del 2017, alcuni giorni dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, l’American Chemistry Council apre un nuovo fronte sui social network, lanciando una “campagna per l’accuratezza della ricerca nella sanità pubblica”.
L’obiettivo è ottenere una “riforma” del programma delle monografie della Iarc.
Su un sito creato appositamente e su Twitter, la potente lobby della chimica non va tanto per il sottile: “Un pezzo di bacon o di plutonio? Per la Iarc è la stessa cosa”.
Il testo è accompagnato da un fotomontaggio che mostra due cilindri verdi fosforescenti accanto a delle uova fritte con il bacon.
In quel periodo, nell’ottobre del 2015, la Iarc aveva definito gli insaccati “cancerogeni” e la carne rossa “probabilmente cancerogena”, proprio come il glifosato.
Forse, grazie ai legami con i collaboratori più stretti di Trump, le industrie chimiche e agrochimiche pensano di essere onnipotenti.
Del resto Nancy Beck, la direttrice dell’American Chemistry Council, è la responsabile dei servizi per la regolamentazione dei prodotti chimici e dei pesticidi dell’Epa, l’autorità statunitense che dovrebbe riesaminare il dossier sul glifosato.

Andrew Liveris, amministratore delegato della Dow Chemical, è stato nominato da Trump in persona alla direzione della Manufacturing jobs initiative, un gruppo di esperti che consiglia il presidente sull’occupazione nel settore manifatturiero.
Alla fine di marzo il deputato repubblicano Lamar Smith, presidente della commissione della camera dei rappresentanti statunitense sulla scienza, lo spazio e la
tecnologia, rivolge un’interrogazione al ministro della sanità, Tom Price, sui legami finanziari tra il National institute of environmental health sciences (Niehs) e il Ramazzini.
Il suo obiettivo è “sincerarsi che i beneficiari delle sovvenzioni rispondano ai più alti standard d’integrità scientifica”.
La richiesta del parlamentare è bastata a due giornalisti vicini all’industria, Julie Kelly e Jef Stier, per trasformare l’iniziativa in “un’inchiesta del congresso” su “un’oscura organizzazione”, il Ramazzini.
Subito dopo l’interrogazione, Kelly e Stiefer pubblicano sulla National Review un articolo che attacca Linda Birnbaum, la direttrice del Niehs, accusandola di promuovere un programma “chemiofobico”.
Invece Christopher Portier, ex vicedirettore del Niehs, che ha seguito i lavori della Iarc come “specialista invitato”, viene definito un “noto militante anti-glifosato”.
Secondo l’articolo sia Birnbaum sia Portier “fanno parte del Ramazzini”.
Per Kelly e Stier questo sarebbe “un ulteriore esempio del modo in cui la scienza è stata politicizzata”.
L’informazione viene anche ripresa da Breitbart News, il sito di estrema destra fondato da Steve Bannon, il consigliere strategico di Trump.
Definire il Ramazzini “un’oscura organizzazione” o una “sorta di Rotary club per scienziati militanti” è quanto meno ignoranza, se non una menzogna.
Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il Collegium Ramazzini è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale.
Linda Birnbaum e Christopher Portier ne fanno parte, così come il direttore del programma delle monografie
della Iarc, Kurt Straif, e altri quattro esperti del gruppo di lavoro della Monografia n. 112, ognuno nel suo settore di competenza.
Sono tutti scienziati di alto livello.

Nel maggio del 2016 il Ramazzini ha avviato uno studio di tossicologia a lungo termine sul glifosato.
Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori.
La responsabile delle ricerche del Ramazzini, Fiorella Belpoggi, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde.
Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.


Molto probabilmente gli attacchi al Ramazzini e alla Iarc continueranno anche in futuro, perché altri prodotti chimici figurano nella lista delle “priorità” della Iarc, come alcuni pesticidi, il bisfenolo A e l’aspartame.
Il Niehs è uno dei principali finanziatori della ricerca sulla tossicità del bisfenolo A, mentre lo studio che per primo ha parlato delle proprietà cancerogene dell’aspartame è stato realizzato diversi anni fa proprio dal Ramazzini.
Prima di queste polemiche non me n’ero resa conto”, osserva Belpoggi, “ma se dovessimo sbarazzarci della Iarc, del Niehs e del Ramazzini, rinunceremmo a tre simboli dell’indipendenza della scienza”.
Intanto, a cominciare dal 20 marzo 2015, la rabbia della Monsanto ha attraversato discretamente l’oceano Atlantico.
Quel giorno una lettera, una vera e propria dichiarazione di guerra, arriva a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione mondiale della Sanità, da cui dipende la Iarc.
L’intestazione della lettera mostra il celebre ramo verde all’interno di un rettangolo arancione, il logo della Monsanto.
Ci sembra di capire che la Iarc abbia deliberatamente scelto d’ignorare decine di studi e di valutazioni regolamentari, disponibili pubblicamente, secondo cui il glifosato non comporta rischi per la salute umana”, scrive Philip Miller, il vicepresidente della Monsanto incaricato delle questioni legali.
Nella lettera il manager chiede un “appuntamento  urgente” per discutere delle “misure da prendere immediatamente per rettificare questa ricerca e queste conclusioni molto discutibili”.
Miller intende inoltre chiarire i criteri di selezione degli esperti e analizzare i “documenti contabili in cui figurano i finanziamenti destinati alla classificazione del glifosato da parte della Iarc e i donatori”.
A quanto pare i ruoli si sono rovesciati: ormai è la Iarc che deve giustificarsi di fronte alla Monsanto. Nell’estate del 2015 la CropLife International prosegue questa politica intimidatoria, in cui le ingerenze si mescolano alle minacce velate.
Per la Iarc non è il primo momento difficile.
Non è la prima volta che deve affrontare critiche e attacchi. Anche se non hanno alcun effetto sulle normative che regolano l’industria, le sue valutazioni minacciano interessi commerciali a volte enormi.
Fino a quel momento il precedente più importante riguardava i pericoli del fumo passivo, valutati dalla Iarc alla fine degli anni novanta.
Ma anche all’epoca dei grandi scontri con i giganti del tabacco, gli scambi erano sempre rimasti corretti. “Lavoro alla Iarc da quindici anni e non ho mai visto niente di simile a quello che è successo negli ultimi due”, dice Kurt Straif, il responsabile delle monografie dell’agenzia.  (Continua)

(*) Tratto da Le Monde. Tradotto e pubblicato da Internazionale

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