VELENI DI REGIME

Maurizio Bolognetti (*)

Quattrocento tonnellate di greggio, quattrocentomila chili di petrolio sversati dall’Eni nell’area industriale di Viggiano.
Una marea nera che è giunta fino alle porte degli affluenti del fiume Agri e quindi alle porte di un invaso di importanza strategica quale la diga del Pertusillo, le cui acque vengono utilizzate a scopi potabili, irrigui e industriali in Basilicata e in Puglia.
Proprio una brutta storia questa della perdita di greggio da alcuni serbatoi del COVA (Centro Olio Val d’Agri) in cui viene stoccato il greggio stabilizzato, che la joint-venture Eni-Shell estrae in Basilicata. Troppe ancora le domande in attesa di una risposta o di risposte convincenti.
Al di là del solito tentativo di occultare anche l’evidenza, c’è qualcosa che non torna, come, per esempio, nella denuncia presentata il 25 gennaio 2017 ai Carabinieri del Noe dal Consorzio Industriale di Potenza e dall’Argaip, la società che aveva in gestione il depuratore consortile di Viggiano.
Dal verbale che riporta le dichiarazioni dell’ing. Guido Bonifacio, direttore dell’Asi, e di Antonio Zuddas, direttore di Argaip, risulta che la presenza di idrocarburi nelle vasche del depuratore consortile sia stata rilevata per la prima volta nella giornata del 23 gennaio.
A dir poco lunare quanto dichiarato da Zuddas al Noe: “In data 23 gennaio sono stato avvertito dal capo impianto del depuratore di Viggiano della presenza all’ingresso di sostanze oleose aventi un caratteristico odore di idrocarburi. A seguito della segnalazione ho autorizzato il dipendente ad avvertire il personale Eni di stanza presso il Cova di Viggiano”.
Sconcerta, e non poco, la decisione dei vertici Asi di non segnalare immediatamente agli Enti la presenza di idrocarburi.
Avvertire il personale Eni?!
E l’Arpab e il comune di Viggiano e la Regione, ecc.?
Solo il personale Eni?
A quanto pare è andata proprio così.
Ma cediamo ancora la parola a Zuddas: “I tecnici del Cova, dopo aver campionato la sostanza sospetta hanno provveduto tra il 23 e il 24 gennaio a rimuoverla con l’ausilio dell’autospurgo”.
Insomma, un po’ come chiedere a un killer di far sparire il cadavere di una persona che ha appena freddato.
E non finisce qui. C’è da rimanere letteralmente attoniti quando leggiamo che Zuddas è costretto a chiamare nuovamente i tecnici Eni nella mattinata del 25 gennaio: “Con il termine delle operazioni di spurgo – dichiara candidamente il direttore dell’Argaip – la situazione all’interno dell’impianto sembrava essere ritornata nella normalità. Questa mattina alle ore 8.30 circa, il capo impianto riscontrava la presenza di sostanze simili a quelle già riscontrate precedentemente”.
Se a questo punto vi state chiedendo se finalmente Asi e Argaip abbiano informato Arpab, Comuni, ecc., voglio immediatamente tranquillizzarvi: no, non lo fanno ancora.
Indovinate un po’ chi avvisano?
Ma è ovvio, chiedono di nuovo l’intervento dei tecnici Eni. E’ a questo punto, però, che la situazione si ingarbuglia.
A farci capire come è sempre l’ottimo rappresentante dell’Argaip: “Questa volta però il mio dipendente mi ha riferito che il personale Eni non sarebbe intervenuto poiché sulla scorta dei risultati analitici sui campioni prelevati il 23 gennaio 2017, a loro dire, è emerso che non si tratta di una sostanza da loro prodotta”.
Tradotto: l’Eni lascia il cerino acceso nelle mani dell’Argaip e dell’Asi, che a quel punto decidono di presentare una denuncia e di informare gli Enti preposti alla tutela dell’Ambiente e della salute pubblica, tra i quali, è bene chiarirlo, non figura l’Eni.
Fatto sta che nei giorni e nelle settimane successive, a seguito dell’intervento del NOE (Nucleo Operativo Ecologico), la compagnia di San Donato Milanese è costretta a fare dietrofront: i vertici del Dime (Distretto Meridionale Eni), bontà loro, ammettono il problema e informano gli Enti che il greggio finito nel sottosuolo e nelle falde acquifere, oltre che nel depuratore consortile, proviene dai loro serbatoi e quantificano la perdita in 400 t.
In poche settimane va materializzandosi uno scenario da disastro ambientale.
Ma questa brutta storia di inquinamento presenta ancora troppi lati oscuri.
Il 16 giugno del 2015, gioverà ricordarlo a chi ha la memoria corta, mi ero recato a Viggiano perché, pochi giorni prima, una fonte mi aveva segnalato problemi inerenti le vasche V560-TA-002 e V560-TM-001 e perdite di sostanze oleose dal Centro Olio Val d’Agri.
Al mio arrivo, ed è mera cronaca, venni fermato da una pattuglia dei Carabinieri di Viggiano.
La situazione in poco tempo divenne quasi surreale: uno dei militari ebbe a sbottonarsi la fondina della pistola ed accompagnò il gesto con l’invito a spegnere la telecamera.
E che dire del suicidio nell’agosto del 2013 di Gianluca Griffa, un giovane ingegnere Eni responsabile del Centro Olio Val d’Agri?
Solo ora va emergendo che Griffa, prima di togliersi la vita nei boschi di Montà d’Alba (Cuneo), aveva scritto una lettera indirizzata ai Carabinieri di Viggiano e alla Polizia mineraria dell’Unmig (Ufficio Nazionale per gli Idrocarburi e le Georisorse).
Lettera mai recapitata dagli inquirenti torinesi ai destinatari.
Nel suo memoriale, Griffa descriveva i problemi riscontrati all’interno del Cova e tra questi la perdita di greggio proveniente dal fondo di due dei quattro serbatoi presenti nello stabilimento.
Sì, questa brutta storia di veleni di regime presenta ancora troppi lati oscuri e da chiarire.
A maggio 2017, i vertici della nostra compagnia petrolifera, affermarono che “presumibilmente” la perdita di greggio fosse iniziata ad agosto-settembre del 2016.
Presumibilmente, come dire forse; probabilmente, quindi niente di certo.
Per mesi, a partire dai fatti verificatisi a Viggiano in V.le Enrico Mattei il 16 giugno 2015 e fino al febbraio del 2017, quando per così dire è stata ufficializzata una perdita di idrocarburi stimata da Eni in 400 t., non ho smesso un attimo di sottolineare che probabilmente all’interno del Cova si erano verificate gravi anomalie e problemi.
Dal febbraio del 2017 non ho smesso un attimo di chiedere quando fosse iniziata la perdita e quale fosse realmente il quantitativo di idrocarburi disperso, arrivando ad ipotizzare che in realtà occorresse retrodatarla quanto meno al 2015.
Giugno 2015, la singolare denuncia di Argaip, l’epifania del febbraio 2017 e, poi, la “ritrovata” lettera di Griffa, dalla quale emerge che la perdita di idrocarburi sarebbe iniziata addirittura nel 2012-2013.
C’è davvero di che essere inquieti ed è difficile mettere a tacere le domande che l’inquietudine suggerisce.
Da mesi autospurgo ed elettropompe stanno emungendo il greggio che ha pesantemente contaminato le matrici ambientali della zona industriale di Viggiano giungendo a un passo dal Pertusillo, ma la parola fine a questa brutta storia di inquinamento potremo metterla solo a bonifica completata e solo quando qualcuno ci avrà spiegato quando è iniziata la perdita e quale sia realmente il quantitativo di greggio disperso.

(*) Tratto da Medicina Democratica. Maurizio Bolognetti è collaboratore di Radio Radicale, autore del libro “Buchi per terra” (ed. Reality Book) Medicina Democratica Basilicata.

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