MARLANE: LA FABBRICA DEI VELENI

Marlane

C’è tutto il sud dentro questa storia di confine fra Basilicata e Calabria. Ci sono gli anni ’50, quelli del dominio democristiano, dei miliardi della Cassa del Mezzogiorno dirottati agli imprenditori amici per costruire cattedrali nel deserto. Perché 6.000.000.000 lire si prese, col patrocinio del ministro Colombo, il conte di Biella Stefano Rivetti per aprire gli stabilimenti tessili della Marlane a Maratea e Praia a Mare. Sei miliardi ai tempi in cui un suo operaio guadagnava 38.000 lire al mese: in pratica lo Stato gli pagò a fondo perduto l’equivalente di 157.894,73 salari.

Erano fondi destinati al meridione, ufficialmente usati per l’acquisto di macchinari all’avanguardia che a Maratea e a Praia non arrivarono mai …. ma negli stabilimenti del Rivetti a Biella e  in Toscana si. Al sud finirono solo vecchi impianti dimessi.

C’è tutto il sud dentro questa storia di confine. C’è il sud descritto da Montanelli con malcelato razzismo nell’apologia dell’eroico industriale disceso dal settentrione a civilizzare, come in un’avventura neocoloniale, queste genti neghittose.

C’è il sud del clero e dei notabili di paese, in servile ossequio alla corte del nobile di turno come per i baroni ai tempi dei Borbone. Rivetti riassume in sé i tratti della vecchia feudalità e del nuovo capitalismo assistito. Davanti a lui si prostrano gli amministratori locali, sfregandosi le mani per l’inaspettata opportunità di nuovi bacini clientelari (perché lavorare alla Marlane è un “privilegio” che necessita di raccomandazione). Si dice che gli operai del Rivetti a 18 anni vengano licenziati, che non si rispettino i contratti di lavoro(1), che il conte abbia assoldato due padri gesuiti a cui le maestranze devono rivolgersi in caso di problemi, al posto dei sindacati Si dice che il conte abbia una gestione “allegra”, complicata da uno strano intreccio di società fasulle, che nonostante il prosperare dell’attività produttiva porta l’azienda al dissesto finanziario.

Ed è così, che nella più classica tradizione di “privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite”,  la Marlane nel ’70 passa all’ENI.

La gestione pubblica

Il padrone pubblico non si dimostra molto meglio di quello privato. E’ durante il passaggio delle consegne che vengono abbattuti i divisori fra i reparti, generalizzando le nocività della tintoria all’intera  fabbrica.

I primi morti arrivano nel ’73: “c’era una macchina che si chiamava “carbonizzo” e usava nelle vasche, per bruciare il pelucchio nei tessuti scuri, l’acido solforico. Nel 1973 sono deceduti proprio gli operai che erano addetti a quella macchina. Uno si chiamava Sarubi e l’altro Mandarano … I medici hanno scoperto che l’acido aveva mangiato loro tutto l’apparato digerente… Nonostante tutto con questa macchina hanno fatto lavorare lo stesso altri operai”(2).

Nel reparto tintoria si coloravano i filati  dentro bollitori a pressione, con acqua e colore a 140°C, mentre le pezze venivano tinte dentro vasche di acqua e colore bollente. Il vapore rendeva l’aria soffocante, riempiva i polmoni di acqua e coloranti amminici. Per respirare in estate gli operai dovevano periodicamente uscire dalla fabbrica  In tintoria la visibilità arrivava a due metri, e per le alte temperature si lavorava a torso nudo, così si assorbiva veleno anche dalla pelle.  Dopo la tinta, si passava alla macchina lisciatrice per il trattamento di fissaggio con sali di cromo esavalente. Il magazzino colori era pieno di polveri di tintura, il reparto tessitura  pieno delle fibre di amianto di cui erano fatti i freni dei telai. Ovunque polveri di stoffa intrise di chimica.

Mio marito lavorava in tessitura … puliva i telai, puliva un po’ dappertutto … quando si ritirava a casa era sempre pieno di polveri, sempre. Poi aveva sempre il naso intasato,sempre nero, e dovevamo buttare i fazzoletti perché si macchiavano di colore….sputava, sputava in continuazione per potersi pulire la bocca e la gola, perché erano sempre piene di polveri. Quando mio marito tornava a casa, prima di salire sopra si toglieva la tuta e gli indumenti da lavoro. Li lasciava in fondo alle scale, io prima li bollivo poi li mettevo in lavatrice. Quando lavavo la tuta da lavoro scaricava un sacco di colore ed era puzzolente…. Non le potevo mettere direttamente in lavatrice perché sennò rovinavo anche la lavatrice”(2).

Con la gestione pubblica dalla fabbrica scompaiono i padri gesuiti, sostituiti dai sindacati confederali previamente trattati nella vasca del giallo. Negli anni in cui altrove si dimostra la massima forza operaia,  a Praia nonostante le terribili condizioni di lavoro  vi è la totale assenza di conflitto.

Fuori dai cancelli la fabbrica ingloba anche il palazzo comunale: per il PCI/PSI viene eletto sindaco nel ’74 Carlo Lomonaco, responsabile dei reparti tintoria e depurazione (praticamente i più nocivi). La Marlane è fabbrica di voti, oltre che di tessuti.

Ancora un conte

Con gli anni ’80 si apre l’era delle privatizzazioni all’italiana, e nell’87 lo stabilimento di Praia viene svenduto a Marzotto, che della vecchia gestione mantiene invariati alcuni dirigenti, i livelli di nocività e l’attitudine a farsi rifinanziare periodicamente con soldi pubblici.

Vengono conservate antiche tradizioni quali la l’assenza dei controlli sanitari sugli operai, l’assenza di controlli della AUSL nello stabilimento, l’assenza di dispositivi di protezione individuale e collettiva, la presenza dei dirigenti al capezzale  degli operai moribondi per fargli firmare le dimissioni volontarie.

Il nuovo conte a differenza di Rivetti a Praia non ci mette piede, ma non per questo mancano in loco dei suoi sfegatati supporters. A Lomonaco si alterna al Comune Antonio Praticò (in quota DC), sindacalista CISL della Marlane della quale cura “informalmente” il collocamento.

E’ in questo clima di unanimità servile, che vede far quadrato intorno alla Marzotto e ai suoi dirigenti gli amministratori locali, i politici di maggioranza e opposizione e i sindacati confederali (con personaggi che ricoprono  contemporaneamente vari di questi ruoli) che una sera di fine anni ’90 gli operai Luigi Pacchiano e Alberto Cunto si presentano ad una riunione di ambientalisti. “Questo gruppetto di lavoratori, soli, aggrediti dai sindacati ufficiali dai politici tutti,  sia di destra che di sinistra, dal sindaco di Praia Antonio Praticò e dall’amministrazione comunale intera, invisi a parte della cittadinanza praiese, colpevolizzati di far chiudere la fabbrica con le loro denunce e far perdere il posto di lavoro a centinaia di padri di famiglia, chiedevano a noi un aiuto. E noi ci mettemmo a disposizione”(4). E’ la breccia nel muro di gomma, che si allarga con fatica man mano che al loro fianco si aggiungono medici, giuristi, operatori dell’informazione, e, poi, le vedove, le famiglie, i malati. Perché c’è tutto il sud in questa storia di confine: il sud di chi ha rifiutato l’omertà, di chi ha lottato nonostante l’isolamento, le minacce in stile mafioso, le provocazioni poliziesche, di chi ha fondato il sindacato di base, ed ha tenuto duro, fino a portare padroni e dirigenti a processo. C’è il sud delle vedove rimaste sole con i figli a carico, del loro dolore, della miseria e della fatica di tirare avanti, senza che istituzioni o azienda si siano degnate di offrire un aiuto. Donne che cominciano a reagire.

I servi sciocchi di Marzotto continuano ad attaccare, in nome dell’occupazione, quelli che chiedono giustizia, fino a che nel 2004 la Marlane chiude per motivi di redditività d’impresa (dimostrando che dell’occupazione al sud se ne stracatafotte). Marzotto ha delocalizzato ad est la fabbrica e probabilmente i veleni, non prima di aver intascato l’ultima iniezione di denaro pubblico. La Marlane  lascia dietro di se 107 fra morti e malati (5),  capannoni diroccati e tonnellate di scorie tossiche sepolte dentro e fuori i terreni dell’azienda, contaminati da nichel, vanadio, cromo, mercurio, zinco, arsenico, piombo e Pcb (6). Ancora una volta una storia del sud, di rifiuti industriali in discariche abusive, una bomba a tempo per chi, a differenza dei capitali, non può (e non vuole) andarsene via.

Questa storia continua con il processo ancora in corso a 13 fra padroni e dirigenti. Per seguirla è inutile cercarla nei TG: collegatevi al sito dello Slai Cobas , del Si-Cobas o a quello dello scirocco , e non lasciateli soli.

Il libro: Francesco Cirillo, Luigi Pacchiano, Giulia Zanfino, Marlane: la fabbrica dei veleni, Coessenza, 2011, 189 p.

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(1) La denuncia è di Gino Picciotto e Antonio Gigliotti dalle pagine dell’Unità del 1961.

(2) Intervista a Luigi Pacchiano, operaio Marlane dal 1969 al 1995, fondatore dello Slai Cobas e  del Si-Cobas, sopravvissuto alla fabbrica dei veleni.

(3) Intervista ad Angela Limongi, vedova di Possidente Biagio, operaio Marlane, morto di tumore ai polmoni a 54 anni.

(4) Francesco Cirillo, militante ambientalista, giornalista e blogger.

(5) Stima per difetto.

(6) Secondo un testimone sono scorie della gestione Marzotto seppellite sotto la direzione dell’onnipresente Lomonaco, riconfermato sindaco anche nel 2004. E’ imputato al processo Marlane.

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