UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Testimonianze di  Medici Senza Frontiere, Fabrizio Gatti, operatori di Emergency.

Una stagione all'infernoM. ci racconta che mentre raccoglieva i pomodori è stato investito da un trattore. Il datore di lavoro si è rifiutato di portarlo al Pronto Soccorso e gli ha intimato di non menzionare l’incidente. M. si è recato in ospedale da solo e non potendo denunciare il datore di lavoro ha dichiarato di essere stato vittima di incidente stradale. Al momento della visita di MSF, M. non stava lavorando poiché la contusione era dolorosa e la caviglia molto gonfia“. Maria, operatrice MSF.

Da luglio a novembre 2007 un’equipe itinerante di Medici Senza Frontiere ha condotto un’indagine sulle condizioni di salute, di vita e di lavoro dei migranti impiegati come lavoratori stagionali nelle regioni del Sud, dalla Capitanata alla Valle del Belice, dalla Piana del Sele a quella di Gioia Tauro, da Metaponto a Sabaudia.

MSF ha visitato 643 braccianti formulando altrettante diagnosi, somministrando 600 questionari, fotografando una situazione devastante: malnutrizione, abitazioni fatiscenti, salari da fame per un lavoro durissimo, aggressioni razziste, esclusione sociale.

E’ un contesto dove è difficile fare una netta distinzione fra le nocività occupazionali e quelle extra lavorative.  “Sulla base di un calcolo effettuato dagli operatori di MSF, un immigrato stagionale deve sopravvivere con 240 euro mensili, considerando una media 8 giorni lavorativi al mese con una remunerazione giornaliera di 30 euro circa”.

Un salario da fame è già di per sé una fonte di nocività, perché 240 euro al mese non permettono di mangiare a sufficienza, di abitare in case dignitose dotate di servizi igienici, acqua corrente, fognature, riscaldamento, raccolta rifiuti.

Già di partenza i braccianti affrontano la giornata di lavoro, che inizia alle 4,30 del mattino, col fisico debilitato per raffreddamento, gastroenteriti, sciatalgie dovute a giacigli inadeguati. Sul lavoro finiscono di ammalarsi.

“Nel 22% dei casi è stata diagnosticata una patologia osteomuscolare. Lombalgia e/o lombosciatalgia sono le più frequenti.  Esiste un’associazione tra lombalgia e sforzi da lavoro agricolo quali sollevamento di pesi, mantenimento di posture fisse per lungo tempo, movimenti ripetitivi La maggior parte dei pazienti lavora in agricoltura ed è dunque esposta al rischio tipico di questa professione. Per di più, non avendo un contratto regolare, i pazienti non ricevono una formazione specifica, in particolare sulle misure di prevenzione delle malattie professionali. I tempi di rientro previsti dalle linee guida non sono mai rispettati. Generalmente infatti i lavoratori affetti da lombalgia che svolgono lavori pesanti dovrebbero stare a riposo per 7-10 giorni in caso di dolore moderato, 35 in caso di dolore importante o di nevralgia del nervo sciatico. In un contesto in cui quasi il 50% degli individui riesce a lavorare in media solo 3 giorni a settimana è difficile rinunciare a una giornata di lavoro per rispettare i tempi di rientro, pur in presenza di una patologia invalidante”.

Una stagione all'inferno1“Nel 15% dei casi è stata diagnosticata una malattia dermatologica. Il lavoro agricolo comporta il contatto con agenti infettivi, irritanti o che causano allergia. Questi agenti si trovano sul terreno o sui raccolti. Quasi mai i datori di lavoro provvedono all’acquisto degli strumenti di protezione (appena il 7%) che nella maggior parte dei casi devono essere acquistati dagli stessi migranti. Il lavoro in serra espone inoltre la cute a temperature elevate in ambiente umido, favorendo particolarmente le micosi. Il 10% degli intervistati può comprare solo guanti da cucina che non proteggono e che non garantiscano la traspirazione della cute, favorendone la macerazione”.

“Gli immigrati lavorano in condizioni nelle quali non c’è nessun tipo di prevenzione per la salute sui luoghi di lavoro. Gli intervistati lamentano in particolare le alte temperature nelle serre e dell’impossibilità di avere una pausa anche solo per bere dell’acqua e dell’esposizione ad agenti chimici. Molte sono le testimonianze di incidenti sul lavoro che sono denunciati come incidenti stradali”. (Campania, Piana del Sele).

“Vivo da 3 anni in Italia, da due anni e mezzo abito qui a San Nicola Varco e lavoro in serra. Anche quando il padrone usa i prodotti chimici dobbiamo entrare subito in serra, spesso ho bruciore agli occhi e prurito, adesso ho problemi alla pelle. Io non ho mai usato nessuna maschera protettiva mentre i guanti a volte il datore di lavoro li compera e possiamo usarli. Il pagamento avviene sempre in ritardo, a volte aspetto fino a 40 giorni. Non siamo trattati bene, ci fanno fare il lavoro più difficile e senza vestiti di protezione, ci pagano poco e addirittura qualcuno non paga per niente e siccome siamo senza documenti non possiamo fare nulla”.

Una stagione all'inferno2L’indagine di MDF conferma i livelli di violenza contro i braccianti in Capitanata registrati l’anno prima da Fabrizio Gatti: “A. è un giovane di 22 anni, scappato 3 anni fa dalla drammatica situazione del Darfur. Viene medicato dal team di MSF per una ferita lacero contusa al labbro, riportata in seguito ad un’aggressione del caporale. Qualche giorno prima si era lamentato con gli altri membri della comunità della scarsa retribuzione delle giornate lavorative. Il caporale, a scopo dimostrativo, ha picchiato il ragazzo davanti a tutta la comunità, ferendolo al labbro”.

Gatti aveva descritto a suo tempo come veniva rispettata nei campi del foggiano la salute delle lavoratrici madri:  “Liliana D., 20 anni, quasi all’ottavo mese di gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un’emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all’ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione”.

Sia nell’inchiesta di Gatti sull’Espresso che in quella di MSF la presenza dello Stato si avverte solo nel corso delle retate, che servono a catturare clandestini da espellere poco prima del giorno di paga. Ai tempi delle due indagini, un caporale rischiava solo una sanzione amministrativa di 50 euro a bracciante.

Una stagione all'inferno3In compenso lo Stato risulta assente dal punto di vista sanitario: MSF descrive la negazione del diritto alla salute subita dai migranti anche nel rapporto con le strutture sanitarie pubbliche. Un esempio per tutti: “H. viene dal Marocco, ha 26 anni, vive a San Nicola Varco. MSF lo incontra alle 11 del mattino. Lamenta da tre giorni forti dolori addominali. Ha chiamato il 118 e sta aspettando l’ambulanza. Chiede un passaggio in auto sino alla strada statale perché l’ambulanza si rifiuta di arrivare all’interno di San Nicola Varco. Alle 17 MSF torna e ritrova il paziente in una situazione di forte dolore. Il paziente ha riferito di essere stato trattato con una infusione di antidolorifici e dimesso pur riferendo ancora molto dolore. La diagnosi del Pronto Soccorso è “sindrome dolorosa addominale”. Il medico MSF lo visita e sospetta un’appendicite acuta: il paziente viene accompagnato a un altro Pronto Soccorso dove le indagini confermano il sospetto diagnostico. H. viene operato d’urgenza”.

A chi dobbiamo chiedere conto di questa situazione ? All’attuale inquilino del Quirinale, che firmò in prima stesura la legge sull’immigrazione? A un ex Presidente della Camera ? (…. evidentemente le leggi razziali aiutano la carriera). Curiosa la sostanziale complicità fra la Lega Nord, gli agrari del sud e le mafie del caporalato: non solo la legge Bossi/Fini ha impedito ai migranti, pena l’espulsione, la denuncia dei loro sfruttatori, ma anche i principali passaggi nello smantellamento delle tutele giuridiche dei braccianti hanno il patrocinio dell’attuale governatore dei lumbard. E’ infatti nel 2002 che con Maroni al Ministero del lavoro (governo Berlusconi II) viene abrogata la legge n. 83 del 1970 sul collocamento pubblico obbligatorio in agricoltura. L’anno dopo la legge Biagi (stesso governo e stesso ministro) procede all’abrogazione della legge 1369 del 1960 contro il caporalato, depenalizzandolo. C’è voluta la rivolta di Rosarno e lo sciopero dei braccianti di Nardò per reintrodurlo come reato penale.

A sei anni dalle inchieste dell’Espresso e di MSF la situazione non è cambiata. Ci aggiornano gli operatori dell’ambulatorio mobile di Emergency che ha operato a Rosarno (RC) quattro mesi fa, durante la raccolta degli agrumi:

«Da qualche giorno sono al lavoro come medico generico sul Polibus nei dintorni di Rosarno, dove migliaia di giovani africani si spezzano la schiena raccogliendo mandarini per 10-12 ore al giorno e un salario di 15-20 euro, dormendo in baracche da incubo su letti di cartone, cibandosi spesso solamente di agrumi.  Cose inimmaginabili per la maggior parte degli italiani.»

“Hanno dolori articolari e muscolari per la postura che devono assumere per 10-12 ore al giorno nella raccolta dei mandarini. E poi patologie derivanti dalle condizioni di vita estreme: sindromi da raffreddamento e infezioni intestinali” . “Zaprin, 22 anni, è un ragazzo bulgaro che da qualche anno vive in Italia per lavorare come bracciante. Ci mostra le mani e il viso: porta evidenti segni di una brutta reazione allergica. Sospettiamo sia dovuta ai fitofarmaci spruzzati sui mandarini che sta raccogliendo”.

A quando la prossima rivolta?

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DOCUMENTI

Medici senza frontiere, Una stagione all’inferno. Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del sud Italia,  2007, 28 p.

Medici Senza Frontiere, I frutti dell’ipocrisia.  Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto. Indagine sulle condizioni di vita e di salute dei lavoratori stranieri impiegati nei campi del Sud Italia, Marzo 2005, 133 p.

Comitato Mani Sporche,  Con le mani sporche. Dossier sullo sfruttamento dei braccianti nelle campagne della Capitanata, ottobre 2006, 113 p.

Emergency, Diario / Italia.

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